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Lavorare per l’UE: una via di uscita dalla crisi?

Articolo pubblicato il 15 marzo 2013
Articolo pubblicato il 15 marzo 2013
Due volte l’anno, la Commissione Europea offre ai giovani laureati europei la possibilità di svolgere un tirocinio della durata di cinque mesi (pagati profumatamente – 1000 euro al mese) per uno dei suoi servizi. Mentre il numero dei posti per ogni ondata di assunzioni è rimasto invariato (circa 1300), negli ultimi anni il numero dei candidati è aumentato in maniera esorbitante.
E benché sia vero per tutti gli Stati membri, il numero di candidati italiani, portoghesi e spagnoli è in piena esplosione.

Il ritorno e i commenti degli ex stagisti della Commissione Europea sono sempre molto positivi. Estremamente soddisfatti degli incarichi di responsabilità loro affidati, e allo stesso tempo affascinati dall’ambiente multiculturale che ha permesso loro di crescere. Lavorare per l’Unione Europea rappresenta infatti una buona occasione per far decollare la propria carriera, in particolar modo per tutte le generazioni cresciute nell’ambito del programma Erasmus, a loro agio in ambito internazionale.

il numero di candidati francesi o tedeschi è rimasto invariato, mentre quelli spagnoli e italiani sono raddoppiati o addirittura triplicati

Oggi, in questo contesto di difficoltà economica, si registra un aumento esponenziale del numero dei candidati. In effetti, negli anni che hanno preceduto la crisi (2006-2008), le cifre erano relativamente stabili (i numeri oscillano dai 5.903 candidati nel marzo del 2008 e 8.738 candidati nell’ottobre del 2006). Le candidature sono sempre di più per la sessione di ottobre che per quella di marzo, un fatto probabilmente dovuto al calendario universitario, organizzato in modo tale che gli studenti si trovino spesso alla riapertura delle scuole a cercare un primo impiego dopo la fine degli studi.

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Tuttavia, tra ottobre 2012 e ottobre 2013, il numero di candidature è raddoppiato, passando da 9.060 a 18.690. Una cifra impressionante, ma ancor più sconcertante se si pensa che il numero di candidati francesi o tedeschi è rimasto pressoché invariato, mentre quelli spagnoli e italiani sono raddoppiati o addirittura triplicati (passando rispettivamente da 1.059 a 2.489 e da 1.510 a 4.177).

Ad ogni modo, il Portogallo ha segnato il record, con più di 2.490 ragazzi che hanno tentato la chance nel 2013 contro gli sparuti 494 dell’anno precedente, ben cinque volte in più rispetto allo scorso anno. 

Una conseguenza positiva della crisi?

Come spiegarsi questa tendenza? Da quando l’Unione Europea è intervenuta in aiuto dei paesi eccessivamente indebitati, si è trasformata quasi in un’utopica oasi di salvezza per i tanti che faticano a trovare un lavoro nel proprio paese. E questo è particolarmente vero per i giovani, i più colpiti dalla disoccupazione e allo stesso tempo i più sensibili al progetto europeo grazie ai viaggi, ai periodi di studio all’estero e alla conoscenza di più lingue.

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Questo crescente "bisogno di Europa" si rivela ancora più sorprendente in quei paesi (Italia, Portogallo, Spagna) che non figurano tra i più integrati al progetto europeo. Tuttavia, l’UE sembra apparire ormai come la soluzione ideale: un impiego serio e prestigioso, e contemporaneamente un primo passo verso una carriera europea (all’interno delle istituzioni ma anche nel privato, dove un periodo lavorativo trascorso presso uno dei servizi della Commissione è altamente apprezzato), e quindi in un ambito non toccato dalla crisi (o per lo meno in misura minore).

Pare proprio che ci sia voluta una crisi economica e sociale di dimensioni imponenti per far conquistare all’Unione Europea un posto nel cuore delle giovani generazioni del sud Europa.

Possiamo finalmente parlare di una conseguenza positiva della "crisi”?

Foto: copertina (cc) mans_pic/flickr (sito ufficiale)