società

Laureati al tempo della crisi: a caccia di lavoro nel sud dell'Europa

Articolo pubblicato il 21 ottobre 2009
Articolo pubblicato il 21 ottobre 2009
Dovrebbe essere una festa e invece è un incubo: laurearsi nel 2009 e mettersi alla ricerca di lavoro è una corsa ad ostacoli. I giovani greci si sentono abbandonati dal loro governo, mentre i portoghesi, per non rischiare, vivono con i propri genitori. E gli italiani? Sempre in attesa che il telefono squilli...

«Il silenzio del dopo-colloquio è insopportabile»

Vengo da Napoli, Italia del Sud: è qui che ho ottenuto la mia laurea in lingue, inglese e russo. Non avendo il "posto fisso", né alcuna speranza di ottenerlo, nel 2007 mi sono trasferita a Milano, dove il mio ragazzo aveva trovato un lavoro. Anch'io ho trovato subito un impiego, appena arrivata: inserire dati nel data base di una banca. Contratto di un mese, ho accettato anche se il mio obiettivo, essendo laureata in lingue, non era certo quello di diventare assistente amministrativa. Il mio contratto è stato prolungato di due anni, fino ad agosto 2009... un giorno in più e si sarebbe potuto trasformare in contratto a tempo indeterminato! Una legge permette ai datori di lavoro di assumere nuovamente, per un altro contratto a termine, lo stesso impiegato di prima, solo che deve essere rispettata una "pausa" di 20 giorni tra i due contratti. Non so se il mio capo ha intenzione di richiamarmi, in ogni caso non ho più avuto sue notizie...

Nel frattempo mi sono iscritta all'elenco dei disoccupati, per vedere se posso ottenere un sostegno economico visto che trovare un nuovo lavoro non è così semplice. Sono stata chiamata da alcune agenzie interinali che mi hanno proposto del lavoro, ma il silenzio del dopo-colloquio è semplicemente  insopportabile, soprattutto quando non si ha nient'altro da fare che attendere che il telefono squilli. Sai che non hai alternative. Forse la soluzione è tenersi in attività? Faccio, gratis, delle traduzioni e correggo bozze. Penso seriamente di iscrivermi ad un master, prima che sia troppo tardi (e ancora, sempre se passo le selezioni), ma sono piuttosto ottimista: grazie al lavoro in banca ho messo qualcosa da parte e posso ora scegliere il mio lavoro, anziché prendere il primo che capita.

Anna Borrelli

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Fare l'infermiera in Portogallo

In Portogallo mancavano infermieri, specialmente laureati, per questo si era soliti ricorrere ad infermieri spagnoli: questa situazione mi ha permesso di ottenere il mio primo lavoro come infermiera al pronto soccorso di un ospedale pubblico.

La vita della studentessa non era male, ma avere un impiego è stato meglio di quanto immaginassi. Oggi posso fare il lavoro per cui ho studiato quattro anni e ho finalmente acquistato l'indipendenza economica tanto sognata. Continuare a vivere coi miei mi è sembrata la scelta più saggia, è impossibile comprare o affittare una casa, per adesso, ma in questo modo almeno ho cominciato presto a risparmiare.

Al lavoro le responsabilità sono enormi: ho imparato ad occuparmi di tutto quel che riguarda la burocrazia. Quello che era un contratto semestrale si è trasformato in uno annuale e alla fine in un posto fisso, permanente. Lavoro in un ospedale pubblico, ma non ho tutti i benefici che hanno i lavoratori pubblici, dato che ho un contratto di lavoro individuale e non collettivo: per alcuni turni guadagno meno del 75% rispetto ad un lavoratore pubblico! Ma alcuni dei miei colleghi hanno ancora contratti da precari, e allora non mi posso lamentare.

Al giorno d'oggi avere un lavoro come infermiera non è facile come quando ho iniziato: il sovraffollamento delle scuole private verificatosi negli ultimi anni, in vista di una maggiore “offerta” di infermieri, non aveva tenuto conto delle future opportunità di lavoro, il che ha significato un aumento dei disoccupati. Secondo l'Istituto nazionale di statistica del Portogallo, il tasso di disoccupati tra i 25 e i 34 anni che hanno completato il loro percorso di studi nel 2009 è del 7,7%, con una percentuale del 5,9% di portoghesi con un'istruzione superiore. Questo dato è aumentato dal 2004, quando il tasso di disoccupati tra i 25 e i 34 anni con un'istruzione superiore era del 6,7%, e quello generale dei disoccupati era dell 4,4%.

Se investire in una laurea significava avere un lavoro, con la crisi economica attuale non è più così. I giovani che conosco continuano a lottare per l'indipendenza.

Carina Gonçalves

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Il sistema greco ti lascia da solo

In Grecia non c'è la volontà politica di cambiare le condizioni del mercato del lavoro,

non c’è nessun interesse per il record di giovani disoccupati, nessuna proposta di soluzioni.

Le iniziative dei privati cadono nel vuoto perché il sistema non le sostiene. In un ambiente così ostile, gli alunni che terminano il nono anno di scuola dell'obbligo possono scegliere di andare all'Università - che significa altri sei anni immersi nei libri - oppure possono scegliere di buttarsi nel mondo del lavoro, senza però avere i comuni diritti del lavoratore, senza un salario inadeguato, senza assicurazione né assistenza sanitaria. Avere una laurea, in Grecia, non garantisce nulla se non si hanno i "contatti" giusti nei posti chiave (quello che in Francia si chiama “piston”, e in Italia “raccomandazione”). La lunga lista di difetti, mancanze, insufficienze del sistema èsempre più lunga: misere condizioni di lavoro uniti a un atteggiamento passivo di fronte ai problemi della società.

Nonostante lo studio, sono stata una volontaria presso lo "Europe Direct Komotini", un centro che diffonde informazioni aggiornate sull’Europa. Fa parte del network pan-europeo "Europe Direct" e conta più di 400 centri in tutta Europa. Nella città dove studio non potrebbe esistere senza la rappresentanza della Commissione europea in Grecia e il Fondo di sviluppo regionale della Regione della Macedonia orientale e Tracia. Grazie a vari incarichi, ho imparato di più sull'informazione europea, sul volontariato e sui contati interpersonali e alla fine sono stata assunta per fare più ore. Per la maggior parte dei laureati in cerca di un lavoro o di uno stage non funziona così. I giovani non dovrebbero trascurare queste opportunità di lavoro nell'Unione europea, ma i politici, da parte loro, dovrebbero valorizzarle per noi.

Iraklis Lampadariou