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L'annus horribilis per i diritti umani in Europa

Articolo pubblicato il 01 marzo 2017
Articolo pubblicato il 01 marzo 2017

I diritti umani nel mondo nel 2016 sono andati in caduta libera, in particolare secondo l'ultimo rapporto di Amnesty International in Europa ci sono violazioni continue. Guerre, conflitti civili e milioni di persone costrette a lasciare il proprio paese.

Discriminazioni razziali, religiose e sessuali, crimini di guerra e milioni di persone in fuga da conflitti e persecuzioni, limitazioni della libertà di parola e di stampa: questo il triste lascito dell’anno 2015-16.   Un pericoloso arretramento nella disciplina e nella difesa dei diritti umani. Recentemente Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto annuale riguardante l’anno 2015-16 e la situazione dei diritti umani nel mondo e quello che ne emerge è uno scenario allarmante che lascia ben poche prospettive al futuro dei diritti umani a meno che qualcosa non cambi, ed in fretta.

Una stagione di diritti umani violati: L’Annus Horribilis per i diritti umani

Dall’inasprimento delle libertà di parola e propaganda in Russia ed in Turchia, ai pestaggi pubblici tailandesi e le sparizioni messicane. Ci sembrano lontane queste violazioni, ma sono in casa nostra, in Europa. Un esempio? Nel 2016 l’Ungheria, sotto il governo presieduto dal primo ministro Viktor Orban ha stracciato gli accordi di Schengen con la costruzione di oltre 200 km di recinzioni ai confini con la Serbia e la Croazia. Il report delinea un quadro preoccupante dai lineamenti inquietanti:

Focus sulle crisi migratorie nel Mondo

L’anno 2015-16 ha visto, inoltre, un forte aumento dei flussi migratori nel mondo e verso l’Unione Europea. Infatti, come riporta anche l’Alto Commissariato per i Rifugiati il 18 Giugno 2015, il numero di persone costrette ad emigrare a causa delle guerre ha raggiunto un picco sconcertante, più di 59 milioni di persone solo nel 2014. Persone da tutto il mondo e di ogni età, sempre l’UNHCR spiega che il 51% dei rifugiati sono under 18, e che durante l’anno sono state costrette a muoversi dalle proprie città natali, ormai devastate dalla guerra, verso nuovi paesi.

I luoghi che maggiormente hanno contribuito alla ricezione dei migranti nel mondo sono stati i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (39%), seguiti dall’Africa centrale e dall’Asia (rispettivamente 29% e 14%), ed infine l’Europa (6%). Malgrado la percentuale esigua l’Europa ha avuto e sta avendo tutt’oggi innumerevoli problemi nella gestione della crisi migratoria, perdendo ancora una volta la possibilità di rappresentare realmente quelli che sono i veri valori sulla quale fu fondata.

L’Europa e la Crisi Migratoria durante l’anno

Più di 800.000 rifugiati in fuga da conflitti e persecuzioni hanno intrapreso l’estenuante traversata verso la Grecia, con conseguente aumento delle vittime che hanno superato le 700 unità entro la fine dell’anno (circa il 21% di tutti i decessi nel Mediterraneo occorsi nel 2015, rispetto all’1%  registrato nel 2014). Situazione più o meno analoga quella del Mediterraneo Centrale, dove, malgrado la diminuzione del tasso dei decessi del 9% rispetto al 2014, ha visto attestarsi a 18,5 i decessi ogni 1000 ‘viaggiatori’. La reazione europea si è fatta attendere. Solo dopo la morte di più di 1000 persone tra richiedenti e migranti, a causa di alcuni gravi incidenti al largo delle coste libiche a fine Aprile, qualcosa è iniziato a muoversi, ma non in maniera significativa.

Mentre l’Alto Commissariato per i Rifugiati fissava a 400.000 mila il numero di siriani bisognosi di aiuto e dello staus di asilo, i leader europei votavano un programma di re insediamento per soli 20.000 rifugiati, oltre ad un sistema di redistribuzione di 40.000 richiedenti asilo provenienti da Italia e Grecia, paesi fino allora lasciati a loro stessi ad ergersi contro l’indifferenza di quella macchina burocratica che il regolamento Dublino 3 ha creato. Il regolamento prevede infatti che chi scappa da un conflitto o da una persecuzione possa fare domanda di asilo solo nel primo paese Ue in cui arriva e non possa inviare più domande contemporaneamente e con Dublino III è anche possibile il trattenimento di richiedenti asilo per pericolo di fuga. Il risultato sono persone bloccate in paesi nei quali erano solo di passaggio.

A Settembre si decise poi di portare il numero di richiedenti asilo dall’Italia e dalla Grecia dai già citati 40.000 a 120.000, 54.000 dei quali assegnati all’Ungheria che rifiutò chiudendo ogni possibile forma di contrattazione sul nascere, ma invano. A fine anno solo 200 degli iniziali richiedenti asilo provenienti dai così detti “Paesi di Primo Arrivo” furono realmente trasferiti.

Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare: Il Mediterraneo

Secondo Amnesty, mentre la crisi avveniva sotto gli occhi di tutti i paesi membri e mentre la commissione cercava incessantemente di proporre nuove forme di protezione per rifugiati e migranti, i governi degli stati membri, i quali sarebbero dovuti essere e dovrebbero essere i primi baluardi, difensori e promotori dei diritti umani, hanno preferito fingersi ciechi d’dinanzi a tutto ciò, anteponendo gli interessi personali ed elettorali al rispetto degli accordi e delle leggi internazionali. Il vero focus dei vari stati membri si è concentrato sulla conclusione di accordi economici verso paesi terzi per combattere il terrorismo e tener lontano i migranti.

A dimostrazione di ciò nel corso dell’anno la maggior parte degli sforzi si sono riversati nell’accordo Unione Europea – Turchia, apice indiscusso del processo di esternalizzazione e ‘scelta dei paesi sicuri’ portata avanti dagli stati membri subito dopo gli attacchi di Parigi. L’accordo prevedeva da parte della Turchia un maggior controllo di frontiera in grado di arrestare anche in parte il flusso migratorio e da parte dell’UE un compenso di 3 miliardi di euro da utilizzare in aiuti per i rifugiati già presenti sul territorio, si dimostrò una vera e propria violazione dei diritti umani nel momento in cui emerse, diventò ancor più chiaro, che la Turchia lasciava quasi due milioni di rifugiati siriani in condizioni di assoluto abbandono e di estrema povertà e che contemporaneamente rimpatriava in Siria ed in Iraq i richiedenti asilo arrestati al confine occidentale.

Del rispetto di quei valori inscritti nel Trattato di Lisbona, come il rispetto per la dignità umana, dell’uguaglianza e dei diritti umani fondati sulla non discriminazione e sulla solidarietà, non ve ne fu alcuna traccia.

L’accordo Ue-Turchia fu solo uno delle periodiche mancanze dell’Unione Europea che l’organizzazione internazionale lamenta, infatti anche dopo il venir meno di tale accordo si sono sovrapposti meeting ed incontri bilaterali fra tutti i paesi membri, ma nessuno di questi riuscì a portare reali cambiamenti o ad affrontare in maniera adeguata la problematica della creazione di una via sicura e legale che permettesse l’arrivo dei migranti, e quindi capace di fermare sul nascere il fenomeno dello scafismo e dello sfruttamento. Il concetto stesso di corridoio umanitario si è infranto contro le coste del Mediterraneo.

L’effetto contagio degli attentati di Parigi sui diritti umani

In Europa, continua Amnesty International, le violazioni sono state molteplici: barriere, recinzioni, muri e controlli ai confini, scelta dei migranti da accogliere in base alla loro nazionalità e al loro paese di provenienza, un triste ritorno alla categorizzazione delle persone in base alla provenienza o alla religione. Un triste ritorno all’ormai sorpassato, o così almeno si sperava, Us vs. Them”, "Noi contro di loro".

Il fallimento del progetto cosmopolita europeo, anche sotto i colpi di un’incessante crisi economica, ha visto una nuova crescita dei partiti populisti e xenofobi di estrema destra che attraverso sempre più consolidate armi dialettiche stanno ponendo i deboli contro i bisognosi, facendosi portatori di una nuova ondata di intolleranza ed odio verso chiunque appartenga agli ”others”. Chi siano gli ‘others’, come il report stesso sottolinea, può esser ben riassunto nelle parole del primo ministro ungherese Viktor Orbàn:  “Pensiamo che tutti i paesi abbiano il diritto di decidere se vogliono avere un gran numero di musulmani nei loro territori o meno”

L’Ungheria non è però sola in questa lista, la Francia stessa, a seguito degli attentati, attraverso l’emissione di leggi antiterrorismo e alla proclamazione dello Stato di emergenza, prima per 12 giorni, poi prolungato per tre mesi, introdusse una serie di misure speciali quali: “La possibilità di effettuare perquisizioni senza mandato, di costringere le persone a rimanere in luoghi specifici e il potere di sciogliere associazioni o gruppi genericamente descritti come partecipanti ad atti che violano l’ordine pubblico.”      

A seguito di tali misure, le autorità francesi effettuarono 2.700 perquisizioni senza mandato e chiusero più di 20 moschee. Alla Francia poi si aggiunsero paesi come il Belgio, l’Olanda ed il Lussemburgo, i quali adottarono leggi simili per affrontare il fenomeno dei ‘foreign fighters’, mettendo a rischio una molteplicità di garanzie per i diritti umani.

Per un progetto europeo che fallisce, riporta amaramente Amnesty International, c’è ne è uno che prende piede, quello della ‘Fortezza Europa’

Soluzioni?

Quello di cui sembra necessitare l’Europa è un cambio di pensiero, dall’approccio individualistico dell’applicazione dei diritti umani ad uno di stampo più collettivistico, in grado di poter meglio intraprendere una difesa umanitaria cosmopolita a discapito di quell’universalismo che ormai sta vacillando sotto i colpi delle rinascite populiste in tutta Europa. Dar nuova linfa al diritto internazionale attraverso strategie bottom-up e forme di partecipazione vincolante, all’interno dell’Unione stessa, in grado di garantire un equa distribuzione dei rifugiati e dei richiedenti asilo.