società

Lampedusa: mare di tragedia, isola di solidarietà

Articolo pubblicato il 02 aprile 2014
Articolo pubblicato il 02 aprile 2014

Di fron­te al­l’ar­ri­vo di mi­glia­ia di mi­gran­ti afri­ca­ni, gli abi­tan­ti del­l'i­so­la di Lam­pe­du­sa si sono or­ga­niz­za­ti crean­do un si­ste­ma di “be­nes­se­re so­cia­le” per as­si­ste­re i nuovi ar­ri­va­ti. Né la len­tez­za delle isti­tu­zio­ni eu­ro­pee, né la di­spe­ra­zio­ne pos­so­no fer­ma­re gli in­tre­pi­di iso­la­ni, che fanno va­le­re la “legge del mare”.

Lam­pe­du­sa, Ita­lia, 2011. “Le stra­de sem­bra­no es­se­re fatte di es­se­ri umani e non di ce­men­to. Un ra­gaz­zi­no di 10 anni bussa alla mia porta. Gli offro latte caldo e bi­scot­ti. Quan­do se ne va, mi chie­do che fine farà. Sof­fro al pen­sie­ro che il mio aiuto sia stato solo tem­po­ra­neo”. Sono que­ste le pa­ro­le di An­to­nel­la Raf­fae­le, abi­tan­te della tanto ves­sa­ta isola. La donna de­scri­ve con voce ferma la si­tua­zio­ne che ha in­te­res­sa­to Lam­pe­du­sa a par­ti­re dal 2011, quan­do, solo nei primi mesi dell’an­no, più di 18­mi­la mi­gran­ti, pro­ve­nien­ti dal nord Afri­ca, sono sbar­ca­ti sulle sue coste dopo la Pri­ma­ve­ra Araba.

Per anni, la pic­co­la isola si­tua­ta nel mar Me­di­ter­ra­neo – più vi­ci­na al­l’A­fri­ca che al­l’I­ta­lia – è stata la meta pre­scel­ta di on­da­te di mi­gran­ti afri­ca­ni che fug­go­no dalla po­ver­tà, dalla guer­ra o dalle per­se­cu­zio­ni. Viag­gia­no su im­bar­ca­zio­ni di legno, molto spes­so so­vraf­fol­la­te e non ade­gua­ta­men­te equi­pag­gia­te, de­sti­na­te ad af­fon­da­re in mare aper­to. Con ap­pe­na 5.000 abi­tan­ti, l’i­so­la è di­ven­ta­ta una delle prin­ci­pa­li e più fra­gi­li "porte di ac­ces­so" al­l’Eu­ro­pa. Que­ste on­da­te non si sono mai fer­ma­te a par­ti­re dal 2011. Ep­pu­re, è solo dopo l'ot­to­bre 2013, quan­do 360 mi­gran­ti sono an­ne­ga­ti a poco meno di un chi­lo­me­tro da Lam­pe­du­sa, che la que­stio­ne del­l’im­mi­gra­zio­ne si è im­po­sta nel di­bat­ti­to eu­ro­peo.

Dare senso alla pa­ro­la "so­li­da­rie­tà"

Tut­ta­via, per più di 10 anni, l’i­so­la si­ci­lia­na è stata te­sti­mo­ne di un’e­stre­ma e ine­di­ta espres­sio­ne di so­li­da­rie­tà. Gli abi­tan­ti del luogo hanno im­prov­vi­sa­to un si­ste­ma di ‘be­nes­se­re so­cia­le’ per as­si­ste­re un nu­me­ro sem­pre mag­gio­re di mi­gran­ti. Una volta che i mi­gran­ti la­scia­no l’u­ni­co cen­tro di im­mi­gra­zio­ne esi­sten­te nel­l’i­so­la - è pro­get­ta­to per ospi­ta­re al­l’in­cir­ca 300 per­so­ne per un mas­si­mo di gior­ni - que­st'ul­ti­mi ven­go­no la­scia­ti al loro de­sti­no per le stra­de di Lam­pe­du­sa. Spor­chi, spa­ven­ta­ti, con no­stal­gia di casa, soli e con­fu­si, lon­ta­ni dal loro paese. È a que­sto punto che co­min­cia la vera e pro­pria so­li­da­rie­tà degli iso­la­ni.

“Hai bi­so­gno di un cap­pot­to? Un paio di scar­pe?”, chie­de Gra­zia Raf­fae­le dalla sua fi­ne­stra. Ve­de­re pas­sa­re on­da­te di mi­gran­ti da­van­ti alla sua abi­ta­zio­ne è di­ven­ta­ta una rou­ti­ne quo­ti­dia­na. “Quan­do l’i­so­la deve con­fron­tar­si con gran­di emer­gen­ze, la so­li­da­rie­tà umana si dif­fon­de tra la po­po­la­zio­ne”.

E senza altre ri­sor­se oltre a quel­le pri­va­te, met­to­no a di­spo­si­zio­ne dei nuovi ar­ri­va­ti cibo, ve­stia­rio e un ap­pog­gio che, nella mag­gior parte dei casi, si tra­sfor­ma in ami­ci­zia. “Far­cia­mo 600 pa­ni­ni al gior­no. Scal­daiamo il latte o l’ac­qua per fare il tè”, spie­ga Gra­zia. “È bello. Unia­mo le forze per una buona causa, ma poi ci sen­tia­mo in­ca­pa­ci di es­se­re d’a­iu­to per­ché non sap­pia­mo cosa ac­ca­drà in fu­tu­ro”. An­to­nel­la Raf­fae­le sot­to­li­nea che “di re­cen­te, le donne hanno co­min­cia­to a cu­ci­re scial­li di lana per­ché non ri­ma­ne­va più nulla negli ar­ma­di. Ab­bia­mo con­di­vi­so tutto quel­lo che ave­va­mo!”. Poi escla­ma: “In una scala da uno a dieci, diamo cento!”. Que­sto aiuto uma­ni­ta­rio non passa inos­ser­va­to da parte delle or­ga­niz­za­zio­ni so­cia­li. Tom­ma­so Della Longa, por­ta­vo­ce della Croce Rossa Ita­lia­na, ri­co­no­sce che “la po­po­la­zio­ne ha un ruolo chia­ve nel dare senso alla pa­ro­la ‘so­li­da­rie­tà’. L’a­iu­to degli abi­tan­ti fa sem­pre la dif­fe­ren­za: è qual­co­sa di cui dob­bia­mo es­se­re or­go­glio­si”.

Se­con­do Gra­zia, quan­do una fa­mi­glia apre le porte di casa, i mi­gran­ti hanno a di­spo­si­zio­ne il bagno per farsi una doc­cia o il di­va­no per se­der­si. “Suo­na­no alla porta in­ti­mo­ri­ti, ma poco dopo co­min­cia­no a sen­tir­si come a casa”. Quan­do qual­cu­no chie­de agli abi­tan­ti di Lam­pe­du­sa se sono stan­chi di que­sta si­tua­zio­ne, la loro ri­spo­sta è una­ni­me: “Non siamo stan­chi, ma ci sen­tia­mo fe­ri­ti”. “Ogni volta che gli abi­tan­ti si sono la­men­ta­ti per la cri­ti­ci­tà delle cir­co­stan­ze, non è mai stato con i mi­gran­ti, ma con il go­ver­no. Si sen­to­no ab­ban­do­na­ti”, con­fer­ma Della Longa.

L'Eu­ro­pa e la legge del mare

Dopo un la­bi­rin­to di pro­ces­si bu­ro­cra­ti­ci, il go­ver­no ita­lia­no si è in­ca­ri­cato di af­fron­ta­re il tema del­l’im­mi­gra­zio­ne, di idea­re delle stra­te­gie e di crea­re dei pro­get­ti plu­rien­na­li – co­fi­nan­zia­ti dal­l’U­nio­ne eu­ro­pea – come Prae­si­dium: un’i­ni­zia­ti­va per mi­glio­ra­re le con­di­zio­ni di ac­co­glien­za nel­l’i­so­la. Que­sti pro­get­ti sono l’u­ni­co stru­men­to che Lam­pe­du­sa ha a di­spo­si­zio­ne per far fron­te ai flus­si mi­gra­to­ri. Tut­ta­via, prima che qua­lun­que or­ga­niz­za­zio­ne rie­sca ad at­tuar­li, e molto prima che gli aiuti eco­no­mi­ci rag­giun­ga­no l’i­so­la, la gente di Lam­pe­du­sa sarà lì, pron­ta a of­fri­re il pro­prio aiuto, ri­spet­tan­do l’an­ti­ca “legge del mare”, ov­ve­ro quel­la del­l'ac­co­glien­za.

Una do­man­da sorge pero in modo spon­ta­neo: se la gente co­mu­ne di Lam­pe­du­sa può – con scar­si mezzi – di­mo­stra­re que­sto ri­spet­to senza pre­ce­den­ti per la vita e i di­rit­ti del­l’uo­mo, per­ché l’Ue non rea­gi­sce in modo ef­fi­ca­ce? Forse, l'em­ble­ma­ti­ca espres­sio­ne di so­li­da­rie­tà dei lam­pe­du­sa­ni do­vreb­be ser­vi­re da le­zio­ne alle isti­tu­zio­ni eu­ro­pee e ai go­ver­ni na­zio­na­li, e con­vin­ce­re en­tram­bi a guar­da­re più da vi­ci­no i con­fi­ni eu­ro­pei e ri­ve­de­re le loro po­si­zio­ni ri­guar­do l’im­mi­gra­zio­ne.

“I no­stri figli gio­ca­no a cal­cio con quel­li dei mi­gran­ti. Noi ci fer­mia­mo nei bar e of­fria­mo loro un cap­puc­ci­no, anche se non chie­do­no mai nien­te. Basta guar­dar­li negli occhi per ca­pir­e che ap­prez­ze­ran­no il gesto”, con­clu­de An­to­nel­la prima di chiu­dere la porta.