società

Lampedusa e la dura legge del Mediterraneo

Articolo pubblicato il 29 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 29 ottobre 2013

Il naufragio dell'imbarcazione avvenuto al largo di Lampedusa il 3 ottobre, in cui hanno trovato la morte circa 300 migranti, ha segnato l'ennesima tragedia legata all'immigrazione irregolare e ha riacceso il mai concluso dibattito sulle contraddizioni italiane in materia. 

La mattina del 3 ottobre, a largo di Lampedusa, un'imbarcazione che trasportava circa 500 immigrati si è ribaltata e ha preso fuoco prima di riuscire a raggiungere le sponde dell'isola. Più della metà dei migranti a bordo sono morti o sono tuttora dispersi. Il sindaco dell'isola, Giusi Nicolini, ha richiesto aiuti logistici per la gestione dell'emergenza.

È stata una strage senza precedenti che è riuscita a far breccia nell'indifferenza e a smuovere l'opinione pubblica. Eppure, ciò che è accaduto, non è che l'ennesimo dramma legato all'immigrazione clandestina che si registra nel nostro Paese: è seguito, infatti, a un episodio analogo lungo le coste maltesi. Inoltre, l'ultima settimana di settembre, un altro gruppo di 13 migranti irregolari era stato costretto dallo scafista a gettarsi in mare aperto al largo di RagusaNegli ultimi 20 anni circa 6000 persone sono morte cercando di attraversare il mare Mediterraneo.

Questi eventi non sono che la punta dell'iceberg di anni di contraddizioni delle politiche migratorie del nostro Paese. Politiche in gran parte avviate già negli anni '90 e poi riprese dalla nota legge Bossi-Fini (nome comunemente dato alle modifiche introdotte nel 2002 al Testo unico delle disposizioni circa la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), sulla cui costituzionalità e coerenza con il diritto internazionale sono sempre stati sollevati dubbi. Inoltre, c'è il problema delle direttive comunitarie, recepite in maniera distorta dall'Italia.

Il sindaco di Lampedusa ha raccontato che i 3 pescherecci che erano presenti sul posto al momento del ribaltamento dell'imbarcazione, non sono intervenuti temendo di poter essere denunciati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, reato previsto proprio dalla legge Bossi-Fini. Forse i capitani ricordavano l'accaduto dell'8 agosto 2007: 2 pescherecci tunisini salvarono dall'annegamento 44 migranti e poiché li trasportarono a Lampedusa senza che possedessero visti di ingresso, furono sottoposti a un processo durato 4 anni: i loro pescherecci sono tuttora sotto sequestro.   

Al di là dei possibili dibattiti etici, il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina cozza con l'articolo 98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, secondo cui il capitano di un'imbarcazione deve prestare assistenza a chiunque si trovi in pericolo in mare. Inoltre, la Convenzione SAR impone il soccorso in mare e l'accompagnamento dei profughi in un luogo sicuro "senza distinzioni relative alla nazionalità, allo status della persona, o alle circostanze nelle quali tale persona viene trovata".

Umberto Bossi difende la "legge Bossi-Fini" -

I migranti sopravvissuti alla tragedia del 3 ottobre  invece, sono ora accusati del reato di clandestinità. Un reato condannato dalla Corte europea per i diritti dell'uomo poiché in contraddizione con i diritti fondamentali della persona umana, con la legislazione europea (direttiva 115 del 2008) e anche con i trattati internazionali ratificati dall'Italia, come la Convenzione di Ginevra.

Inoltre, è incostituzionale poiché punisce la persona non in ragione di quello che fa, ma per quello che è, per il semplice fatto di trovarsi in una condizione personale. Tale accusa contrasta con il principio di uguaglianza dinanzi alla legge e con la garanzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si può essere puniti solo per fatti materiali.

Anche coloro che hanno diritto alla protezione internazionale, ma arrivano irregolarmente (è praticamente impossibile ottenere protezione internazionale restando nel proprio Stato) sono accusati dello stesso reato fino all'accertamento del diritto di protezione. Ciò implica il rischio di ricadere sotto detenzione amministrativa, senza che però ci sia alcun fine processuale. Una misura che viene consigliata dall'Ue come extrema ratio per ragioni di sicurezza. Gli effetti? Affollamento delle carceri e mancata integrazione.

Video documentario sui Centri di Identificazione ed Espulsione -

Il ponte per l'Europa

L'Italia è sicuramente in una posizione calda poiché rappresenta il ponte per l'Europa; in effetti la "procedura di Dublino del primo contatto" e la mancanza di efficacia dell'agenzia europea Frontex fanno sì che il Paese subisca notevoli pressioni, le quali mettono a dura prova la gestione dei flussi migratori e le politiche di integrazione sul territorio.  

Il Belpaese però, piuttosto che attenersi alle direttive comunitarie, cerca di operare costantemente in "zone grigie"  e, per volontà politica o per mancanza di sufficiente sostegno da parte dell'Unione europea, trasfigura a proprio giovamento le direttive comunitarie.

Questa non può essere una soluzione sostenibile, poiché, come sostiene il sociologo Zygmunt Bauman, "la modernità produce immigrazione". Essa è una tendenza non invertibile con la quale la politica dovrà fare i conti e che non potrà essere arrestata, bensì soltanto regolata.

Video Credits:  Libera Espressione/youtube; rai/youtube