società

La Spagna nella NATO: dall’opposizione alla presidenza

Articolo pubblicato il 09 dicembre 2002
Articolo pubblicato il 09 dicembre 2002
Dopo un intenso dibattito che ha provocato numerose manifestazioni, confronti all’interno della sinistra e una forte controversia intellettuale, alla fine il referendum popolare del 1986 è stato votato e il SI ha vinto con una percentuale minima.

All’inizio degli anni Ottanta, in piena transizione politica, la Spagna era un luogo difficile. La sinistra aveva ereditato un’ideologia che, abbandonato il marxismo duro e riconvertitasi in “socialdemocrazia”, nel resto d’Europa era in pieno processo di trasformazione. Questa evoluzione fu adottata in tempo dal PSOE di Felipe Gonzáles con una manovra politica storica di assalto al potere che gli valse l’approvazione di massa della classe media nel 1982. Ma il PSOE ereditò anche una parte confusa e d’opposizione, artificialmente prolungata in Spagna dal franchismo interminabile, e romanticamente alimentata dai desideri di cambiamento che definirono l’arrivo dei socialisti “dall’altra parte del fiume”, il luogo del potere, la riva proibita e per anni irraggiungibile.

Con il senno di poi bisogna ammettere che questi legami ideologici che fertilizzarono addirittura l’interesse di un partito giovane e slegato dal vecchio regime fascista, alla fine non fecero che creare alcuni percorsi insoliti che il PSOE, già definitivamente partito di potere, dovette scegliere a caso e superare, non senza il rancore e la sensazione di inganno da parte di molti settori della sinistra.

Uno di questi scogli, trappola che lo stesso PSOE si tese da sé, senza tener conto della sufficiente prospettiva storica (a causa della giovinezza e dell’inesperienza dei suoi novelli dirigenti), che provocò un cambio spettacolare nella storia politica spagnola recente, e che oggi viene considerata quasi come lontana ingenuità, fu l’entrata nella NATO. Dall’attivismo quasi rivoluzionario, dalle manifestazioni di massa, con una parola d’ordine e uno dei gridi di guerra più popolari nella storia della nostra democrazia “basi no, fuori NATO”, attraverso la famosa (e compiuta) promessa elettorale di referendum che avrebbe liberato dal giogo degli americani verso un futuro glorioso condotto dai socialisti (che furono aiutati nella carriera fino a Moncloa), i dirigenti del PSOE, già sotto il peso del potere e l’ufficialità, sotto la pressione della responsabilità e la realtà internazionale, passarono a difendere l’entrata nella NATO che tanto avevano criticato al governo precedente della UCD.

La rottura della sinistra

Senza dubbio questo cambio di direzione ideologica ha avuto il suo prezzo politico. La NATO è diventata una questione di stato. Il supposto “tradimento” dei socialisti, che erano a capo di molte delle manifestazioni e proteste contro la NATO negli anni dell’opposizione, e che nel nuovo scenario hanno difeso l’ingresso della Spagna nell’Alleanza come metodo di avvicinamento alle grandi istituzioni internazionali (coscienti che la NATO era un scorta più che conveniente per entrare nella UE), diede luogo alla nascita di una “sinistra di Taifas”, una sinistra pluripartitica, costituita da organizzazioni medie o piccole, situate entro i margini progressivamente abbandonati dalla PSOE e che, con la Sinistra Unita come nucleo nazionale, e con la successiva nascita dei partiti della sinistra nazionalista (BNG o ERC) fagocitò gli elettori più radicali defraudati dal socialismo “di centro” del PSOE. La questione della NATO in Spagna è singolare per come si è arrivati ad essa, con il referendum che, in seguito, lo stesso Felipe Gonzáles ha definito “errore” politico, e che ha diviso la società spagnola provocando una scissione irrecuperabile all’interno della sinistra. In questo senso bisogna dire che la vittoria del SI, minima alla fine (ha vinto con il 52% dei voti) e rastrellata dalla spinta elettorale di un PSOE sulla cresta dell’onda, fu rifiutata dai Paesi Baschi, dove si è perpetuata la tradizione di voto contrario alla maggioranza nazionale come forma di rivendicazione della propria singolarità politica, anche contro la razionalità e la convenienza da un punto di vista di strategia politica, sociale e economica.

Ingresso con condizioni

Anche se l’ingresso nella NATO è stato condizionato dalla Spagna in vari punti, che includevano la progressiva riduzione della presenza militare nel territorio nazionale, e limitavano la Spagna nella partecipazione effettiva nella struttura militare, di certo questo ingresso ha rafforzato la posizione della nostra giovane democrazia nel contesto internazionale occidentale dove aveva posto i suoi obiettivi e ha facilitato il suo coinvolgimento nella creazione di una UE che, carente di una forza militare comune, non era concepibile senza la protezione della NATO. In seguito gli eventi si sono succeduti in maniera imprevedibile: il muro di Berlino è caduto insieme alla Cortina di Ferro e la Guerra Fredda ha smesso di essere una minaccia reale, tema e motivo della nascita dell’Alleanza, e si è convertita in cornice per i film di 007 con l’estetica e l’atmosfera mitica e nostalgica di epoche lontane. Il mondo stava per cambiare il suo ordine internazionale che non si sarebbe definito fino alla caduta delle Torri Gemelle l’11 settembre, creando così un nuovo nemico plurinucleare e amorfo che ha reso quasi obsolete le organizzazioni militari internazionali, come la NATO, e ha reclamato (o reclama vista la cocente attualità) una strategia integrale formata contemporaneamente da fronti giuridici, politici e di pubblica sicurezza a livello internazionale. O, che poi è lo stesso, una globalizzazione non solo delle economie e dei mercati, ma anche della giustizia e della coordinazione politica.

Parte di questo periodo di trasformazione è stato capeggiato da Javier Solana. Questa nomina ha condotto la Spagna a qualcosa di più dell’Alleanza internazionale, e ha costituito un riconoscimento al professore aperto e internazionalista da parte dei governi che hanno capitanato la transizione, sia socialisti che centristi. In seguito Solana ha limitato il carico degli uomini del PESC, responsabili della politica estera della UE. Queste nomine siglano simbolicamente il parallelismo di due istituzioni che hanno rappresentato due obiettivi furiosi per una Spagna messa da parte per molti anni, e il cui mutamento non si è realizzato solo attraverso un cambio politico ma con l’integrazione effettiva nel contesto internazionale, dal quale siamo rimasti lontani per quaranta oscuri anni.

Foto: (c) Jordi Ferrer-Beltran/flickr