società

La Polonia in evoluzione, tra xenofobia e multiculturalità

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 16 ottobre 2015

Immigrazione, tolleranza, razzismo e paura di cambiare: la Polonia sta attraversando una crisi culturale senza precedenti. Ecco le voci dei polacchi e degli stranieri su un pezzo di Europa ancora sconosciuto.

Il cielo somiglia a una lastra di vetro sporco quando esco dall'affollata stazione Centrum della metro di Varsavia. Noto subito dei giovani che urlano in un megafono, con uno striscione dalla scritta: "Dzisiaj imigranci, jutro terrorysci" (oggi immigrati, domani terroristi). È il punto di incontro di una grande manifestazione anti-immigrazione.

"Ce l'hanno soprattutto coi musulmani"

La sera il mio amico spagnolo M. ed io torniamo a casa con un taxi pagato dalla sua azienda: temono che l'ira dei manifestanti possa riversarsi sui loro dipendenti, quasi tutti stranieri. Scherziamo sul pericolo che correremo più tardi, andando per pub in una Varsavia attraversata da ondate di isteria collettiva. Ma M. è irritato: si lamenta del fatto che amici polacchi che credeva tolleranti si stanno rivelando categorici e aggressivi nelle loro opinioni politiche. Ce l'hanno soprattutto coi musulmani, che vedono come potenziali distruttori della loro cultura. «E devono ospitare solo qualche migliaio di famiglie siriane!» esplode il mio amico, «nemmeno fossero jihadisti armati! Odio gli stupidi razzisti!».

«Non mi meraviglia, i polacchi sono sempre stati dominati da qualcuno,» li giustifica in parte Mathew, un gentile studente indiano che incontro in un ostello di Riga, in Lettonia. Da qualche mese studia a Varsavia, città che ama. «I miei amici polacchi dicono che questo è il più lungo periodo di indipendenza che abbiano mai avuto. Temono di venire attaccati di nuovo. Non dai russi o dai tedeschi stavolta, ma dai musulmani. È brutto, ma un po' li capisco». Poi ridendo si rivolge a un giovane turco che ci ascolta: «Tu dovresti stare attento in Polonia. I polacchi hanno una paranoia collettiva nei confronti dei musulmani, sai?». Il turco annuisce. «Lo so,» risponde serio. «Ma un vero musulmano non fa del male a nessuno. Questo è il vero Islam: pace e rispetto. Non conoscono la nostra cultura, loro».

"Ma se non c'è lavoro per noi"

Sempre a Riga un finlandese mi rivolge una domanda a cui ormai sono fin troppo abituata. Qualche anno fa, quando dicevo di essere italiana, la gente ridendo mi faceva domande sgradite sul nostro ex Premier. Adesso il tasto dolente è un altro: i profughi. «Non si può, non abbiamo più spazio, l'Europa deve fare qualcosa,» sostiene il finlandese. «Voi italiani cosa pensate di fare? Perché poi arrivano da noi...». Molti mi hanno fatto la stessa domanda a Cracovia, dove vivo da gennaio. È come se cercassero risposte rassicuranti, come se io, in quanto italiana, fossi al corrente della situazione e l'avessi sotto controllo. Ma forse la loro è anche un'accusa velata: pensano che non facciamo abbastanza.

«I polacchi devono calmarsi,» sostiene Jago, un portoghese che incontro durante il mio viaggio nei Paesi baltici. «Non sanno cosa vuol dire essere invasi. Noi invece sì. Noi siamo già pieni di immigrati, voi anche. Adesso arrivano anche gli arabi e gli africani. La Germania ce ne vuole mandare un po', ma se non c'è lavoro per noi... Torneranno in Germania, lì si sta bene. Che ce li mandi pure, la Germania! Tanto le ritornano indietro!».

"Il problema è se vince la destra..."

Il mio conquilino polacco ha un'opinione simile. «Noi possiamo stare tranquilli: siamo troppo fieri della nostra indipendenza per farci dominare un'altra volta. Non succederà più». Ne approfitta però per esprimere il timore che la fobia anti-islamica favorisca la destra alle prossime elezioni. Ritiene che il suo Paese sia dominato da bigotti razzisti e ignoranti, che vedono comunisti ovunque. Essendo orgogliosamente ateo, non nasconde di nutrire una forte antipatia anche nei confronti dell'Islam. «Ma non c'è pericolo,» conclude, «se venissero davvero qua per convertirmi li prenderei a sprangate. Ma non verranno. Dopo il comunismo, l'Europa dell'est è sempre all'erta. Il vero problema è che se vince la destra diventeremo ancora più bigotti di quanto già siamo, che schifo».

Il mio amico algerino, Alì,  ci mostra il post anti-islam di un polacco su facebook. «E io lo credevo mio amico». È abbattuto. «Mi conosce, sa che sono una persona per bene. I polacchi sono razzisti, anche quelli che sembrano gentili. È orribile. Io sono musulmano, ogni commento contro l'Islam è contro di me. Mi offende». Poi si lamenta di essere stato lasciato da ben quattro polacche, per via delle divergenze culturali.«La mia ex mi amava», racconta. «Ma la sua famiglia non mi voleva. Erano molto cattolici. I polacchi vanno in chiesa, io ho la mia religione. È reato?».  

L'altro amico, Gaurav, dello Sri Lanka gli dà ragione, ma appena l'algerino va via si mette a ridere. «Be', se l'hanno piantato in quattro forse è anche colpa sua. Non dev'essere poi così innocente, su... Io sono induista, la mia ragazza è polacca e cattolica, ma non abbiamo problemi, parliamo d'altro. Magari ha parlato troppo del suo Paese e le ragazze si sono sentite a disagio. Le posso capire».  Ammette che molti polacchi forse sono intolleranti, ma pensa che il nostro collega stia esagerando con il vittimismo. Dice di aver già legato con la famiglia della sua ragazza, con cui vive da un anno, e che la nonna per scherzo lo chiama «il mio cioccolatino», per il colore della sua pelle.

Da un Paese di emigranti a un Paese di immigrati

Per quanto mi riguarda, domande sull'immigrazione in Italia a parte, i polacchi sorridono divertiti quando dico di essere un'italiana che vive in Polonia. «Perché la Polonia?» si meravigliano. Quando scoprono che sto imparando la loro lingua, poi, si illuminano. Due parole in polacco bastano a scatenare una tempesta di complimenti. I polacchi amano e imparano volentieri le lingue straniere. In questo Paese non è raro incontrare gente di ogni età che ne parla bene due o tre. Ma non sono abituati a incontrare stranieri che imparano la loro lingua. Tanto interesse nei loro confronti li lusinga.

In Polonia e sulla Polonia le opinioni sono molte. Dialogando si esplorano prospettive, si perdono convinzioni, si ammorbidiscono certezze. Il Paese sta entrando in una fase senza precedenti: da paese di emigranti, discriminati e disprezzati, si sta trasformando in paese di immigrati, che rischiano di essere discriminati e disprezzati a loro volta. Oggi ci si trova in una fase di crisi culturale, come il resto d'Europa. Ma la Polonia, terra umiliata e trascurata per secoli, questo cambiamento lo vive con più intensità, perché per la prima volta si confronta con un altro dal profilo radicamente diverso. Non è "l'Ospite ostile", che all'estero ha maltrattato i suoi figli, e nemmeno "il temuto Invasore", che ha dilaniato le sue città. È uno straniero che chiede rifugio nei suoi confini conquistati con fatica, e che i polacchi, popolo dalla lunga e dolorosa memoria, ancora non distinguono dai primi due.

Come in ogni cambiamento, la sfida è ardua e il rischio è grande. Non ci sono certezze, solo ansie e aspettative. L'unica certezza ora è che quella che vediamo è una Polonia completamente nuova, irriconoscibile ai suoi stessi occhi.

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Il 25 ottobre 2015, in Polonia si terranno le elezioni per eleggere il nuovo Parlamento: questo articolo fa parte di una serie speciale di approfondimenti, notizie e curiosità per conoscere un po' meglio questo Paese. Se vuoi leggerne delle belle, la prossima settimana continua a seguire cafébabel.

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Se vieni dalla Polonia e parli polacco, c'è una straordinaria opportunità che può aprirsi per te.