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La “Little India” dell’Agro Pontino

Articolo pubblicato il 05 giugno 2015
Articolo pubblicato il 05 giugno 2015

Viaggio alla scoperta della comunità Sikh che vive nell'Agro Pontino, fra ricerca di integrazione, sfruttamento e caporalato.

Capita spesso di incrociarli – a piedi, in bici o in motorino – sulle strade provinciali di Latina. I loro turbanti colorati e le folte barbe lucide come seta destano la nostra curiosità, ma poco sappiamo di questa comunità che ha scelto l’Agro Pontino come casa. L'Italia ospita la seconda più grande comunità Sikh d'Europa dopo il Regno Unito. Secondo le stime della Flai Cgil, i Sikh che vivono in provincia di Latina sono circa 12.000 – anche se stime più attendibili parlano di circa 30.000 (in tutta Italia sono circa 90mila) –, facendone la seconda comunità dopo quella di Novellara (in provincia di Reggio Emilia). 

La “little India” dell’Agro Pontino alimenta gran parte del comparto commerciale dell’area (circa 150 negozi di generi alimentari gestiti da Sikh sono attivi a Latina) ma costituisce soprattutto la principale forza lavoro non qualificata impiegata nelle campagne. 

Una domenica al Gurdwara

Vengo accolta dalla comunità Sikh di Sabaudia nel Gurdwara (l’edificio dedicato al culto sikh) insieme agli amici dell’associazione di intercultura Cucimondo. Ad accompagnarmi nel corso della giornata ci sono i membri della comunità Sikh ma anche esperti italiani che hanno approfondito dal punto di vista sociale e culturale l’impatto della presenza dei Sikh in questa zona. Il sociologo Marco Omizzolo, che da diversi anni lavora a stretto contatto con la comunità Sikh dell’Agro Pontino, è coinvolto in prima persona nella tutela dei diritti dei lavoratori immigrati di quest’area. Per contrastare la piaga del caporalato e altri problemi da cui è afflitta la comunità, ha fondato l’associazione In Migrazione e lo Sportello della Legalità.

La visita al Gurdwara avviene di domenica, l’unico giorno di riposo per questa laboriosa comunità. È l’occasione per scoprire come vivono, come si sono integrati in questa parte d’Italia e quali ostacoli devono ancora superare.

Cominciamo dal turbante, probabilmente il simbolo che con maggiore evidenza segnala la loro identità culturale e religiosa. Costituito da una stoffa avvolta più volte attorno al capo secondo una precisa procedura, cela una complicata acconciatura per “tenere a bada” i lunghissimi capelli. Infatti i Sikh, una volta battezzati, non possono più tagliare per il resto della loro vita né capelli né barba. Il battesimo è un atto volontario, così come è a discrezione del credente l’età in cui battezzarsi.

Altro elemento caratteristico dei Sikh è il pugnale che portano sempre con sé, anche questo un precetto a cui attenersi dopo il battesimo. Nonostante l’indole pacata di questa comunità, turbante e pugnale sono più volte stati fonte di attrito con le forze dell’ordine: il turbante, di fatto, è talmente voluminoso da impedire ai Sikh di indossare il casco quando guidano la motocicletta (uno dei mezzi di trasporto più usati, insieme alla bicicletta, per andare a lavorare nelle campagne pontine). Vale altrettanto per il pugnale, considerato porto illecito di armi. 

La situazione sarà presto risolta grazie al riconoscimento giuridico di turbante e pugnale come “simboli religiosi” del Sikhismo, a cui stanno lavorando il ministero dell’Interno e la comunità Sikh. Quando verrà firmato, sarà il primo accordo di questo genere in tutto il mondo, ponendo l’Italia come faro e avanguardia per gli altri paesi in tema di relazioni con i Sikh. Le ricadute pratiche saranno immediate: i Sikh che indossano il turbante non verranno più multati se circolano in motorino senza casco e potranno portare con sé un pugnale con una impugnatura di massimo 4 centimetri e una lama di massimo 6 centimetri.

I Sikh, sebbene riservati, cercano di integrarsi quanto più possibile nella comunità di accoglienza. Inoltre, coltivano buoni rapporti con le altre religioni tanto che, alle celebrazioni del Nagar Kirtan, che si svolgono a giugno, viene generalmente invitato anche il vescovo di Latina. Eppure non mancano episodi di chiusura da parte degli italiani. È il caso della controversa storia della costruzione del nuovo Gurdwara, a Sabaudia, che aspira a essere un centro di riferimento culturale per tutto il centro-sud. Il progetto prevede un edificio di 3.000 metri quadri, spalmati su tre livelli, dove poter accogliere tutta la comunità sikh. Il progetto è finanziato tramite un prestito bancario e le donazioni della comunità. Finora è venuto a costare 1 miliardo  300mila euro. Nonostante questo mastodontico progetto abbia portato lavoro a molte aziende edili di Latina, il Comune ha  bloccato il cantiere. 

Vittime di sfruttamento e caporalato

La mitezza caratteriale, unita all’ignoranza dei propri diritti, fa sì che i Sikh siano vittime del caporalato, una delle peggiori piaghe che affligge il mercato del lavoro. «La comunità è accogliente, rispettosa, pacifica e dedita al lavoro. Purtroppo è anche timida e chiusa, non denuncia i soprusi e ha terrore del proprietario agricolo che si fa chiamare padrone», ci raccontano alcuni Sikh conosciuti al Gurdwara. 

Spesso i Sikh lavorano in condizioni disumane, come confermano le ultime indagini condotte dalle forze dell’ordine e dalla Magistratura per contrastare il caporalato ai danni della comunità Sikh. Lo scorso anno l’associazione In Migrazione, con il dossier di “Doparsi per lavorare come schiavi”, ha gettato luce su un altro triste fenomeno: i braccianti della comunità indiana sarebbero costretti ad assumere sostanze “dopanti”, stupefacenti e antidolorifici per inibire la sensazione di fatica e stanchezza, per resistere al duro lavoro nei campi e per sopportare il dolore dovuto alla posizione perennemente accovacciata mentre raccolgono manualmente gli ortaggi.

Il dossier di Amnesty International “Volevamo braccia e sono arrivati uomini - Sfruttamento lavorativo dei braccianti agricoli migranti in Italia” pone l’accento sulle condizioni contrattuali a cui devono sottostare i braccianti: in base al contratto provinciale concordato da sindacati e organizzazioni di imprenditori agricoli, i braccianti dell’area di Latina dovrebbero lavorare 6 e mezzo al giorno per sei giorni la settimana, per un salario orario lordo di 8.26 euro (tra 5.60 e 6.60 euro al netto). Ma la realtà è ben diversa, come spiega Marco Omizzolo, che ha collaborato alla redazione del dossier: «I Sikh lavorano 10 -11 ore al giorno, anche sette giorni la settimana. Il salario orario oscilla fra i 2.5 e i 5 euro l’ora. Senza contare le malattie professionali, causate da pesticidi e diserbanti, e il fatto che i padroni non pagano né ferie né infortuni sul lavoro». 

Il tutto è aggravato dal clima di omertà e dalla paura di perdere il lavoro. Lo Stato non ha le risorse sufficienti per contrastare questa situazione, come ci raccontano al Gurdwara: «Gli ispettori del lavoro della provincia di Latina sono soltanto sei. Quando vanno a fare ispezione nei campi in cui lavorano Sikh senza contratto regolare, non riescono neanche a vederli: una vedetta è incaricata di avvisare tutti non appena scorge gli ispettori all’orizzonte e dei braccianti, imboscati nei campi, non rimane traccia». 

In parte, è lo stesso meccanismo previsto dal Decreto flussi a esporre gli irregolari a intimidazioni e raggiri: poiché una delle principali condizioni per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno è avere un contratto di lavoro, per uno straniero in Italia è di fondamentale importanza essere in regola. La criminalità organizzata trae vantaggio da questa situazione e, approfittando dell’ignoranza dei Sikh e della disorganizzazione dello Stato nel gestire questa materia, ha avviato il fiorente racket dei permessi di soggiorno falsi pagati a caro prezzo dai Sikh.

A Latina l’associazione In Migrazione ha istituito uno Sportello della Legalità che fornisce alla comunità indiana informazioni e consigli per risolvere situazioni di sfruttamento e soprusi, come quella di tanti ragazzi che hanno pagato 800 euro per una carta di identità o che hanno comprato dei permessi di soggiorno falsi. 

«L’associazione In Migrazione ha proposto alla Commissione Antimafia di introdurre il reato di caporalato connesso al 416bis, applicato ai reati delle organizzazioni di stampa mafioso, perché la metodologia e i comportamenti del caporalato agiscono secondo la stessa logica delle organizzazioni di stampo mafioso», aggiunge Omizzolo. 

Un altro segnale di speranza è questo: a Latina c’è stato anche il primo processo contro un datore di lavoro e i suoi faccendieri accusati di sfruttare oltre 30 braccianti indiani, falsificando documenti. Questo processo ha fatto storia nella giurisprudenza perché per la prima volta si sono costituite parte civile la Flai CGIL, l’associazione In Migrazione e alcuni braccianti agricoli.