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La libertà di stampa vista da due giornalisti rifugiati a Parigi

Articolo pubblicato il 04 maggio 2017
Articolo pubblicato il 04 maggio 2017

Due giornalisti d'origine marocchina e irachena, rifugiati e ospiti a la Maison des Journalistes, ci parlano del percorso che li ha portati a Parigi. Abbiamo raccolto la loro testimonianza sulla vita che conducevano nel loro Paese d'origine e oggi in Francia alla vigilia delle elezioni presidenziali.  

La mattina, prima delle dieci, gli uffici de la Maison Des Journalistes (MDJ) sono ancora chiusi. Per entrare telefoniamo a Hicham Mansouri, reporter investigativo d'origine marocchina che da qualche mese vive a la MDJ, in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato. Abbiamo appuntamento anche con Hassanein Neamah, giovane regista e giornalista iracheno, da otto mesi a la MDJ, ma arrivato in Francia già nel 2015, una settimana dopo gli attentati al Bataclan.  Ci siamo dati rendez-vous nella loro casa provvisoria, un luogo di accoglienza con 14 stanze disponibili (sempre tutte piene), rifugio per i giornalisti costretti a lasciare il proprio paese d'origine per minacce o intimidazioni molto più gravi dovute al proprio lavoro, all'essere delle persone “scomode” per il governo in carica.

Hicham ci mostra i locali comuni de la MDJ: la cucina, la stanza che diventerà un salotto con i divani e la televisione, la sala studio-biblioteca nella quale ci sistemiamo per la nostra intervista. Siamo nel sottosuolo, in spazi ricavati da una vecchia fabbrica rinnovata. Il luogo è accogliente, anche se fuori dal portone non avevamo trovato insegne e neanche il numero civico, segno distintivo di un luogo che vuole restare, per quanto possibile, discreto.

Discreto certo, ma simbolo dell'ospitalità francese. Chiediamo ai due giornalisti di esprimere la loro opinione sul Paese che li ha accolti, ma Hassanein si sottrae dal dare un giudizio, ritenendo di non essersi fatto davvero un'idea precisa per le difficoltà che ha ancora con la lingua. Hicham invece non ha dubbi: «Penso che non esista un paese ideale, i problemi esistono dappertutto. Ma io qui in Francia mi sento bene perché ne condivido in pieno i valori: la libertà, il vivere al proprio ritmo. Anche dal punto di vista della carriera professionale credo che ci sia più uguaglianza e meno clientelismo che in Marocco».

Hicham ha una lunga esperienza come giornalista in Marocco, e i problemi per lui erano incominciati nel 2009, quando aveva iniziato a lavorare per l'Association Marocaine pour le Journalisme d'Investigation (AMJI), un'associazione che in poco tempo era riuscita ad aprire 14 antenne in altrettante città con lo scopo di formare i giornalisti e di promuovere il giornalismo d'inchiesta. Tra i temi che i partecipanti all'AMJI avevano trattato attirando lo sguardo repressivo della monarchia, troviamo un'inchiesta sulle miniere della casa reale e sul loro impatto ecologico. Tra le pratiche investigative considerate “pericolose” invece, l'uso di un'applicazione per smartphone che si chiama Story maker, la quale permette di filmare e inviare direttamente il file registrato su di un server e di salvare quindi la registrazione nel caso il telefono venga confiscato.

«Ci sono voluti 2 anni per farci riconoscere come associazione – ci spiega Hicham – perché il giornalismo investigativo “fa paura” e perché le autorità mancano della cultura per capire di cosa si tratti. Non capivano neanche cosa facevamo. Per esempio a volte ci dicevano che le indagini doveva farle la polizia, non un giornalista...».

Se Hicham è un giornalista appassionato del suo lavoro, notiamo subito che Hassanein sembra un po' infastidito quando ci rivolgiamo a lui chiamandolo giornalista: «In Iraq non esiste la cultura del giornalismo. Se hai la tessera come giornalista allora questo vuol dire che non lo sei per davvero. Lo Stato rilascia le tessere». Hicham ci racconta che qualche giorno prima erano stati ad una conferenza nella quale i giornalisti di Mediapart erano intervenuti e si era parlato della censura nel giornalismo in Francia: «Ma se ne può parlare. È questo il fascino di una democrazia. Siamo fortunati ad essere qui, e visto quello che ho passato, relativizzo».

Sia Hicham che Hassanein sono d'accordo su questo punto. Vengono da mondi e situazioni talmente complicate che la Francia è di fatto il migliore dei mondi possibili in questo momento per loro, ma senza ingenuità. Entrambi si proiettano in un eventuale futuro lavorativo e concordano sul fatto che esercitare il loro mestiere in Francia non sarà facile, anche per le difficoltà linguistiche, ma consapevoli di poter apportare un valore aggiunto, come il loro punto di vista originale o il saper parlare diverse lingue.

Hicham ci racconta l'ultimo periodo della sua vita in Marocco, prima di arrivare a Parigi: «Un giorno c'è stato un furto nei nostri locali e ci hanno rubato tutti i documenti. Un'altra volta il nostro sito è stato piratato e sostituito con un sito porno. Ci hanno attaccati sui giornali ufficiali accusandoci di essere finanziati dall'Algeria o dal principe Hicham Alaoui esiliato negli Stati Uniti. In seguito sono stato aggredito fisicamente alla fine di una riunione, attaccato da due sconosciuti mentre una terza persona li aspettava in macchina»

«Infine- continua- il 17 marzo del 2015, mentre conducevo un'indagine sulla sorveglianza elettronica, 10 poliziotti sono entrati di forza a casa mia, mi hanno spogliato e filmato insieme ad una mia amica che mi aveva raggiunto appena cinque minuti prima. Dopo questo fatto sono stato accusato di gestione di un locale per la prostituzione e di adulterio. Ho passato 10 mesi in prigione». Scontata la pena, esattamente il giorno dopo la scarcerazione, Hicham ha deciso di abbandonare il suo Paese, senza soldi e lasciandosi tutto alle spalle. È stato in Tunisia, in Polonia, per poi approdare in una Francia che conosceva già e che aveva visitato per lavoro.

Hassanein ascolta il racconto di Hicham e, quando gli chiediamo se si ritrova nell'esperienza del suo collega, scuote con forza la testa. L'iracheno dice di far parte dei fortunati perché lui è stato solo minacciato, mentre dei suoi colleghi «sono stati uccisi direttamente». Il solo fatto che andasse in giro per le strade di Bagdad con una telecamera lo aveva messo in una posizione rischiosa, ed era stato preso mentre finiva di girare le ultime immagini per un cortometraggio. Nonostante sia molto giovane, Hassanein ha già vinto diversi premi per i suoi lavori e uno dei suoi corti è stato proiettato nel 2014 a Cannes. Capiamo subito che l'impegno di Hassanein passa attraverso l'arte delle sue riprese. Ci spiega che nel cortometraggio che sta cercando di finire, nonostante non gli sia stato permesso di portare a termine il lavoro, si racconta la vita dei giornali in Iraq: uscire con gli amici, giocare a calcio, far tutto quello che dei ragazzi normali farebbero, ma con la paura costante.

«Qui in Francia cercherò di occuparmi del mio film, ma in quanto giornalista in senso stretto cosa posso fare, scriverei per chi, come? Se ci fossero persone per leggere i miei articoli... In Iraq non c'è la voglia, né la cultura». Quest'ultima affermazione, piuttosto pessimista di Hassanein, ci fa pensare che non voglia più tornare nel suo paese. Ci smentisce: «Sono sicuro che un giorno ci tornerò, ma non adesso, aspetto dei cambiamenti. Le persone, quelle no, non cambieranno, ma il governo spero di sì». Hassanein passa molto tempo a cercare di restare in contatto con l'Iraq, a scovare informazioni fresche, a capire se la situazione possa evolvere e in che modo. Ci parla della sua famiglia, «un esempio di islam semplice», o di uno dei suoi amici che si nasconde tutt'ora a Mosul, musicista ma costretto a dissimulare la sua professione prendendo le sembianze di un fervido attivista islamico per non avere ripercussioni.

Hassanein e Hicham non sembrano preoccuparsi per l'eventuale esito delle elezioni presidenziali in Francia. Per Hassanein non ci sarà, qualunque fosse il risultato, un cambiamento radicale per quanto riguarda il loro status di rifugiati. Hicham è più pragmatico, e spiega che chiunque venisse eletto all'Eliseo non potrà attuare un programma che vada contro i valori dello stesso Paese che lo ha eletto. «Non si può trasformare una democrazia in una dittatura in cinque anni» chiosa, guardando il suo collega che conferma, sorridendo, con un gesto di assenso del capo.