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La libertà di stampa ha superato il limite?

Articolo pubblicato il 19 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 19 gennaio 2015

Svanito il polverone alzato dal caso Charlie Hebdo, ora vale la pena chiedersi: è tutto veramente concesso in nome della libertà di stampa?

È tutto gioco e divertimento finchè qualcuno non si fa male. Letteralmente.

Sono corsa in cantina a cercare i miei appunti di criminologia di quando studiavo giurisprudenza in Francia. Le domande a cui cercavo risposta erano queste: cosa viene definito crimine, chi può essere considerato un criminale e quanto è responsabile la società della nascita del crimine? Esistono differenti scuole di pensiero in merito all'uomo criminale e all'influenza dell'ambiente sociale, ma risulta chiaro quanto le due siano collegate soprattutto quando si ha l'incontro tra due differenti culture. Per quanto riguarda i francesi e i musulmani, il loro incontro è stato sì nella storia moderna, ma sono stati sempre i francesi quelli che hanno imposto le regole.

Non fraintendetemi, io non giustifico l'attacco. Le pallottole non possono MAI essere la risposta. O, almeno, questo è quello che pensiamo noi,  occidentali europei. Appena dall'altra parte del mare Adriatico, a pochi chilometri da dove abito (Atene), in Bosnia-Herzegovina, alcuni anni fa la risposta "sbagliata" alla domanda sulla nazionalità d'appartenenza poteva significare una pallottola in testa.

Scontro tra culture? Forse R.R. Palmer aveva ragione: «Le guerre tra re sono finite, le guerre tra popoli sono iniziate». La pensa così anche Samuel Huntington, il professore di Harvard che scrisse nel suo famoso articolo che «le grandi divisioni nel genere umano e le principali cause di conflitto saranno culturali, il conflitto tra civiltà sarà l'ultima fase nell'evoluzione del conflitto nel mondo moderno. I popolo di diverse culture hanno differenti punti di vista sul rapporto tra Dio e l'uomo, l'individuo e il gruppo, il marito e la moglie, la libertà e l'autorità... queste differenze sono il prodotto di secoli».

Problemi di comunicazione e libertà di stampa

Io sono europea. Ho studiato e vissuto in Francia all'inizio dei miei vent'anni e non ho mai capito il perché i francesi escludessero la religione dalla sfera pubblica. Posso capire come l'eredità sanguinosa del massacro della notte di San Bartolomeo (mentre in Grecia, preti e monaci nei monasteri solo in rare occasioni hanno organizzato rivolte contro gli occupanti turchi) abbia avuto un peso nel dare forma allo stato francese e, di conseguenza, portato al rigetto della religione e al secolarismo radicale.

Tuttavia, quando una società moderna impone il bando dei simboli religiosi nello spazio pubblico, sapendo di ospitare nel proprio territorio popoli di diverse culture per cui la religione è primordiale, possiamo ancora chiamarla libertà? Libertà di chi? E inoltre stiamo parlando di un paese dove è accettato e legale mettere in ridicolo pubblicamente quello che gli altri considerano sacro. Io non capisco cosa ci sia di divertente nel prendersi gioco delle credenze e dei tabù degli altri popoli.

Non dobbiamo andare troppo lontano per trovare un esempio. Alcuni anni fa, su cafebabel.com, una blogger greca ha postato una foto di Angela Merkel con il famoso spazzolino da baffi. Immediatamente i tedeschi hanno gridato allo scandalo! I greci, che solo raramente si prendono gioco dei leader politici, hanno dovuto rifletterci molto. Non è stato divertente per i tedeschi, poichè ovviamente ha colpito un punto sensibile della loro società.

I pesi e le misure della libertà di stampa ed espressione sono quindi tarati sulla nostra storia europea sulla base dell'esperienza della xenofobia e del razzismo? Se è così,  allora, questi criteri non si possono applicare alle altre culture, semplicemente perché hanno avuto una storia diversa. Per esempio, nel mondo islamico la convivenza tra razze diverse è stata vissuta pacificamente negli ultimi decenni, mentre la cultura occidentale ha raggiunto questo traguardo solo dopo molti spargimenti di sangue.

Malcom X, l'imam afro-americano nonché attivista per i diritti umani, ha detto durante un suo viaggio alla Mecca negli anni '60: «La mancanza di pregiudizi razziali nel mondo religioso e sociale islamico hanno avuto su di me un impatto e una persuasione maggiore rispetto al mio precedente pensiero... c'erano decine di migliaia di pellegrini da tutto il mondo. Erano di tutti i colori, dai biondi con gli occhi azzurri agli africani dalla pelle nera. Ma partecipavamo tutti allo stesso rituale. Mostrando uno spirito di unità e fratellanza che le mie esperienze in America mai mi avrebbero portato a credere che potessero esistere tra bianchi e non bianchi».

Gli attentatori di Charlie Hebdo erano estremisti ma supponiamo che più persone condividano la stessa opinione, ovvero che quelle vignette fossero blasfeme e offensive. Non sarebbe niente di sorprendente, dato che per molti musulmani ogni rappresentazione del profeta è un affronto.

Il caso danese: i precursori di Charlie Hebdo?

In Danimarca, dopo la prima pubblicazione delle vignette sul profeta nel 2005, secondo lo scrittore danese Rune Engelbreth Larsen, il primo evento cruciale seguente alla pubblicazione è stata una lettera mandata al primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen dagli ambasciatori di 11 (!) paesi musulmani che chiedevano un incontro per discutere della questione.

La lettera degli ambasciatori conteneva quattro punti principali. Primo, una critica alla «vera tendenza discriminatoria verso i musulmani in Danimarca» e «la diffamazione dell'Islam come religione». Secondo, un avvertimento sul  pericolo di una possibile escalation dello scontro. Terzo, un appello al primo ministro perchè applicasse la «censura ai responsabili» nei limiti della legge, dato che  la blasfemia è illegale in Danimarca. Quarto, la richiesta di incontrare il primo ministro. Anders Fogh Rasmussen ha risposto che «un primo ministro non può intervenire né applicare controlli sulla stampa e che i principi sui quali la democrazia danese è costruita sono manifesti e non c'è la base per una discussione».

Secondo lo scrittore danese, anche se gli ambasciatori non hanno mai chiesto di mettere in discussione i principi della democrazia danese, Rasmussen ha dichiarato che le intenzioni degli ambasciatori sulla questione erano in contrasto con la democrazia danese.

Fügen Ok, l'ambasciatore turco in Danimarca, ha detto: «Non siamo stupidi, noi sappiamo che il primo ministro non ha l'autorità per intervenire. Il nostro proposito era quello di incoraggiarlo a migliorare la situazione nel paese: quello che è successo è veramente grave e provocatorio. Non si tratta di chiudere i giornali, si tratta di prendere posizione sulla questione e provare a promuovere il dialogo».

Larsen suggerisce che il primo ministro abbia scelto di confrontarsi con undici ambasciatori come se questi fossero dei bambini a scuola, che semplicemente non capiscono la definizione di democrazia. Invece di discutere le questioni sollevate e considerare il fatto che la loro unica richiesta fosse di prendere una posizione morale sulla questione delle vignette.

Questa situazione è interessante per capire l'escalation del problema nel 2015. La libertà e la tolleranza significano accettare le alterità e i limiti degli altri? La carta della libertà di stampa in questo gioco è corretta solo a metà. E i media che non hanno pubblicato le vignette sono sotto censura? I criminali e i giudici appartengono alla stessa società? E chi è chi nella questione delle vignette? Nella cosmologia della divisione tra Est/Ovest, l'Europa può giocare un ruolo cruciale. Rifiutando il dialogo, entrambe le parti contribuiscono a uno scontro futuro.