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La giovane artista che presta il pennello alle donne yazide

Articolo pubblicato il 04 aprile 2018
Articolo pubblicato il 04 aprile 2018

Hannah Rose Thomas racconta storie di donne attraverso i ritratti. Dopo Mozambico, Sudan, Giordania e Iraq, nel 2017 la giovane artista inglese ha terminato un progetto in Kurdistan con le donne yazide.

Nel suo discorso alla Trust Conference di Londra dell’anno scorso, Hannah Rose Thomas ha dovuto usare un microfono portatile. Il collarino delicatamente posizionato sulla bretella della tuta nera, non era abbastanza potente da catturare la sua voce delicata. Non è una sorpresa, comunque, dal momento che l’artista ventiquattrenne inglese, sin da adolescente, ha rappresentato la voce di chi una voce non ce l’ha. 

Il lavoro di Hannah le ha insegnato a cercare “la bellezza, la dignità e la forza dello spirito umano, anche in luoghi colmi di sofferenza e oscurità”. Quando si è imbattuta nei servizi che riguardavano migliaia di donne e di bambini yazidi tenuti prigionieri dall’ISIS, ha deciso di agire. Nell’estate del 2017, è partita per il Kurdistan con il suo pennello per portare avanti un progetto artistico. 

L’arte come arma di difesa

Prima di allora, la giovane artista aveva già partecipato a diverse operazioni umanitarie. Nel 2014, si è recata in Giordania durante i suoi studi universitari e ha organizzato un progetto artistico con i rifugiati Siriani in collaborazione con l’UNHCR. Con loro ha dipinto delle tende che successivamente sono state esposte ad Amman nella Giornata Mondiale del Rifugiato. Durante l’ultimo anno di studi di storia e di Arabo all’università Durham di Londra, il lavoro di Hannah ha cominciato a ricevere attenzioni. Nel 2016, è tornata in Giordania per dedicarsi a un progetto artistico per l’Organizzazione Relief International, progetto grazie al quale ha trascorso del tempo con i bambini di due diversi campi profughi. La sua convinzione che l’arte possa essere una potente arma di difesa le ha permesso di lavorare con i profughi fin dall’età di 18 anni. 

Quando l’anno scorso si è messa in viaggio con la psicoterapeuta Sarah Whittaker-Howe, Hannah non si aspettava che si sarebbe ritrovata ad affrontare “una delle esperienze più strazianti” della sua vita. Durante il periodo trascorso lì, la giovane artista ha sia dipinto le donne yazide sia insegnato loro a fare degli autoritratti. Nel fare questo, Hannah ha dato loro i mezzi di cui avevano bisogno per condividere le loro testimonianze e guarire le ferite più profonde, con la speranza di permettere loro di superare il trauma subito durante la prigionia. 

Gli Yazidi sono una minoranza religiosa curda originaria del nord Iraq. Nel 2014, il territorio in cui vivono - la provincia di Ninive - è caduta nelle mani dello Stato Islamico (ISIS). Decine di migliaia di Yazidi sono stati costretti a fuggire, e mentre ancora oggi ci sono migliaia di prigionieri, Hannah ha incontrato le donne che sono riuscite a scappare. Sarah, la psicoterapeuta, era lì a sostenerla nel suo progetto artistico. Inutile a dirsi, questi traumi non sono così facili da superare e la terapia artistica può essere molto d’aiuto se affiancata da un corretto supporto psicologico. “(I media occidentali) parlano costantemente delle donne yazide e le presentano attraverso una lente di violenza e vittimizzazione. Ciò nonostante, questa non è la storia che vogliono raccontare nei loro dipinti”, dice Hannah, riferendosi alla forza miracolosa che ha scoperto in queste donne le cui vite sono state totalmente distrutte. 

Una nuova vita

Il progetto in sé si svolge al Jinda Centre (Jinda è il termine curdo per “nuova vita”, ed.), un centro di riabilitazione che si trova a Dahuk, in Kurdistan. “L’obiettivo era insegnare alle donne yazide a dipingere i loro ritratti come mezzo per condividere le loro storie con il resto del mondo. Per due settimane, gli ho insegnato come disegnare e dipingere, e Sarah ha raccolto le testimonianze”, spiega Hannah. Molte di queste donne non hanno mai avuto un’educazione, non hanno mai imparato a leggere o a scrivere, e non hanno mai nemmeno impugnato una matita. Ecco perché secondo Hannah per queste donne “la testimonianza è una parte importante del processo di guarigione”.

Attraverso i loro dipinti, Hannah ha imparato a conoscerne le storie. La partecipazione al progetto era totalmente volontaria, ma le donne che vi hanno preso parte hanno confessato ad Hannah che dipingere ha rappresentato una valida distrazione dai loro ricordi, dal dolore e dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza. 

Liza era la più vecchia del gruppo. Ha quattro bambini, due maschi e due femmine, che sono tutti, tranne i due più giovani, tenuti prigionieri dall’ISIS. Il marito è morto durante l’invasione del 2014. La storia di Liza non è che uno dei numerosi esempi dell’amara sofferenza che le donne yazide e i loro bambini devono affrontare. 

Ma da ciò che ha potuto constatare durante il periodo in Kurdistan, Hannah si è resa conto che l’ISIS non è riuscito a spezzare queste donne e la terapia artistica ha rappresentato per loro il modo per riaffermarsi. 

I dipinti mostrano ritratti colorati di donne con il velo e occhi spalancati. In uno di questi c’è una donna con le lacrime agli occhi. È questo il modo in cui le donne yazide hanno deciso di rappresentarsi, accarezzando la superficie del loro trauma e mostrando al mondo che cosa hanno passato. 

“Dobbiamo tenere i cuori aperti”

Hannah afferma che non dimenticherà mai le donne con le quali ha trascorso del tempo ogni giorno. “Dopo il mio ritorno dal Kurdistan, ho iniziato a dipingere i ritratti di ognuna delle donne utilizzando uno sfondo dorato. Piango spesso quando dipingo e penso alle loro storie; a tutti quelli che amavano che ancora sono nelle mani dell’ISIS e a coloro che hanno perso. Spero di poter usare questa mostra come mezzo per parlare in loro favore”, spiega lei. 

Hannah è quel tipo di artista che ha scelto di vedere il bicchiere mezzo pieno. Nonostante tutta la crudeltà, il dolore e il conflitto che queste donne hanno visto, Hannah è convinta che - in quanto esseri umani - quello che abbiamo in comune supera quello che ci divide. “Dobbiamo tenere i cuori aperti”, conclude. 

I ritratti sono stati esposti per la prima volta durante la Trust Conference di Londra dell’anno scorso, ma si sono fatti strada fino ad arrivare il 26 marzo 2018 al Palazzo del Parlamento in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Le Nazioni Unite sono la tappa successiva. 

Con il microfono vicino alle labbra, Hannah conclude il suo discorso durante la conferenza trasmettendo un messaggio molto importante: “[Le donne yazide] volevano che tutti ascoltassero le loro storie, e sentivano che il resto del mondo non stava prestando attenzione”. Per il suo prossimo progetto, Hannah spera di poter ritrarre i rifugiati rohingya per raccogliere i fondi necessari per sostenere le operazioni umanitarie che vengono portate avanti in Bangladesh. Ancora una volta, presterà la sua voce delicata e i suoi pennelli a coloro che ne hanno bisogno. 

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