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La dura lotta per una politica migratoria umana (2)

Articolo pubblicato il 29 aprile 2015
Articolo pubblicato il 29 aprile 2015

A fine maggio, la Commissione europea presen-terà un progetto orientativo che, grazie a certi punti resi noti a marzo, è già riuscito ad attirare du di sé una grande attenzione.

Nonostante il progetto sia stato presentato come uno dei pilastri dell'attività della Commissione Juncker, sarà difficile ottenere una politica che sia realmente trasparente

Un'improbabile collaborazione tra vicini

Mentre la discussione su Frontex non accenna a fermarsi, gli Stati membri dell'Unione Europea esplorano le opzioni più disparate. «C'è una forte volontà di includere anche i paesi dell'Africa del Nord nella lotta al contrabbando» osserva Elizabeth Collett, esperta europea dell'Istituto per le politiche migratorie di Bruxelles.

Poco prima dell'ultimo Consiglio degli affari interni (tenutosi a Bruxelles verso metà marzo), il governo italiano aveva svelato il contenuto di un documento riservato - reso poi pubblico dal Partito dei verdi europei - che suggeriva «la promozione di un vero e proprio effetto di dissuasione per far sì che siano sempre meno i migranti a voler rischiare la propria vita per raggiungere le coste europee».

Dietro questo obiettivo si cela una strategia che non ha niente a che vedere con l'individuazione di nuovi itinerari legali per i richiedenti asilo. Piuttosto punta a creare una miglior cooperazione con i paesi dell'Africa del Nord, in particolare con l'Egitto e con la Tunisia. L'eurodeputata dei Verdi Ska Keller l'ha definita una strategia «d'isolamento a qualunque prezzo». 

Senza contare che chiedere ai paesi dell'Africa del Nord di controllare le proprie frontiere marittime ci riporta inevitabilmente agli accordi presi con certi regimi autoritari prima delle Primavere arabe. E sembra improbabile che l'attuale governo egiziano possa dimostrarsi più sensibile e rispettoso dei diritti umani. «Non credo che l'Unione Europea sia in grado di sostenere lo sviluppo di questi paesi fino a rispondere alle necessità di questa espansione demografica» afferma Jonathan Lindsell, collaboratore del think tank inglese Civitas. 

L'efficacia di tali accordi di cooperazione con paesi terzi (e indipendenti) risulta, secondo Elizabeth Collett, decisamente discutibile: «La deviazione dei flussi migratori verso altri paesi di passaggio non è certo un problema nuovo. Mentre i controlli alle frontiere si intensificano in una determinata zona, dei nuovi varchi di aprono altrove: i contrabbandieri sono abili e pronti ad affrontare ogni cambiamento». 

Senza parlare della drammatica situazione che affligge la Libia, diventata non solo un paese chiave per il passaggio dei migranti ma anche una delle principali sfide della politica estera europea. Allo stato attuale delle cose, chiedere aiuto alla Libia per controllare i flussi migratori del Mediterraneo appare una scelta quantomeno discutibile. 

Dublino non si discute (almeno non per ora)

L'annuncio di un nuovo programma europeo per le migrazioni ha allo stesso tempo suscitato delle speranze tra quei gruppi della società civile che hanno fatto dell'abolizione (o della revisione) della regola del 'primo paese' (secondo cui un migrante puo' chiedere asilo solo nel primo paese in cui ha messo piede) il fiore all'occhiello della loro attività di lobbying. E non certo da qualche mese a questa parte. Ma secondo un funzionario della Commissione, non saranno certo gli aspetti principali dell'accordo di Dublino, che regola il diritto d'asilo in Europa dall'inizio degli anni '90, a finire sul tavolo delle negoziazioni. Almeno non durante questa legislatura. 

In effetti, qualsiasi riforma sostanziale degli accordi di Dublino necessiterebbe il consenso degli altri Stati Membri, che hanno degli interessi diametralmente opposti sulla questione 'immigrazione'. Si tratta di un problema che ha afflitto a lungo la politica migratoria europea. Un problema la cui risoluzione sembra decisamente lontana: «I differenti modi con cui è stata affrontata la questione dei rifugiati siriani mostrano chiaramente il disaccordo che c'è tra gli stati europei quando si parla di politiche migratorie. Una situazione che, oltretutto, potrebbe anche peggiorare» continua Jonathan Lindsell. 

In alternativa, la Commissione potrebbe accogliere la richiesta (decisamente più ragionevole) dell'Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (UNHCR) per unaa piena attuazione del regolamento di Dublino. In effetti sono in pochi a sapere che il revisionato Dublino III, oltre alla regola del 'primo paese', include anche delle condizioni speciali per i ricongiungimenti familiari e per i minori non accompagnati. Chiedere agli Stati Membri dell'UE di rispettare le nuove clausole del regolamento di Dublino sembra un punto più compatibile con l'eventuale ordine del giorno della Commissione. 

Un'unica politica europea d'asilo? Un'utopia

Indipendentemente dal disaccordo generale, la difficile situazione dei rifugiati siriani ha anche mostrato in maniera inequivocabile la mancanza globale di "umanità" nella maggior parte dei paesi europei. Soltanto qualche stato membro come la Svezia e, in una certa misura, la Germania, ha reagito all'appello pressante dell'UNHCR per fornire ai rifugiati siriani dei luoghi per iniziare da capo. Ancora una volta, l'unica cosa che la Commissione può fare è chiedere agli Stati membri di mettere a disposizione un numero maggiore di spazi, sempre su base volontaria, mentre lo sviluppo di un sistema equilibrato di "spartizione del fardello" sembra fuori questione. 

A scapito di un numero sempre più importante di iniziative messe in piedi dalla società civile per migliorare (anche se di poco) la situazione dei richiedenti asilo, appare chiaro come il clima politico generale, sia per i migranti, sia per i rifugiati, sia nettamente peggiorato in questi ultimi anni. 

Il fatto che la questione dell'asilo sia ancora principalmente affrontata dai ministri degli Interni - che si preoccupano in modo prioritario della "sicurezza delle frontiere" - non lascia presagire niente di buono. Così, un vero approccio umano e europeo al problema dei rifugiati sembra quanto di più lontano possibile. 

Questo articolo è la seconda parte di un approfondimento sul programma Europeo sulle migrazioni che sarà pubblicato nel mese di maggio. Puoi leggere la prima parte qui