società

La discriminazione (edilizia) in Ungheria

Articolo pubblicato il 05 giugno 2008
Articolo pubblicato il 05 giugno 2008
«Animali e persone di colore non accettati». A Budapest è facile, cercando una casa, capitare su un annuncio come questo. L’esperienza di un profugo kosovaro.

«Affittasi, nella zona residenziale di Óbuda, Ungheria, appartamento di 50 metri quadri, non ammobiliato, due stanze e giardino. Di recente costruzione. Non si ammettono animali né persone di colore».

Quest’avviso, pubblicato da un’agenzia immobiliare ungherese nel luglio del 2005, ha immediatamente attirato l’attenzione dei media. Se ne accorse un giornalista della televisione nazionale, e oggi campeggia sulla prima pagina del sito del Dipartimento per la Difesa Legale delle Minoranze Etniche e Nazionali (Neki), a seguito della denuncia che quest’ultimo sporse.

Quando la rete televisiva nazionale Rtl Klub chiese all’agenzia di giustificare l’ultima frase, la risposta fu chiarificante.

Non si ammettono animali

La spiegazione? L’espressione “persone di colore” significa «solo neri e cinesi»: ogni offerta da parte di questi due gruppi etnici sarà giudicata come la presenza di animali nell’appartamento. Ma, al contrario, «saranno accettate le proposte di persone rom», concede il portavoce.

Basta fare una ricerca in Internet cercando una casa e ci s’imbatte in una selva di «vietato ai forestieri» o «stranieri esclusi». Ne è esempio il seguente avviso

«Prezzo ottimo. Bagno a parte, balcone con vista, Tv via cavo. Prezzo base diciassette milioni. Forestieri esclusi (anche dal vicinato)».

Dzavit: un profugo in Ungheria

Dzavit Berisha, del Centro Europeo per i Diritti dei Rom (Errc) ha vissuto in prima persona queste discriminazioni: dal Kosovo giunse in Ungheria, dove la sua famiglia entrò a far parte della lista di rifugiati politici a causa delle persecuzioni razziali, in quanto membri della minoranza etnica egiziana. Racconta che subito, a causa della sua pelle scura, si è sentito trattare diversamente. A peggiorare le cose, il fatto di non parlare ungherese.

Grazie al posto di lavoro presso l’Errc, Davizt ora ha un reddito fisso. Cosa che non ha impedito che gli rifiutassero un prestito statale per acquistare una casa, nonostante lo statuto dei rifugiati reciti che «tutte le norme valide per i cittadini ungheresi sono valide per i rifugiati».

Per trovare casa ci sono voluti tre mesi: ogni volta che un amico ungherese riusciva a combinargli un appuntamento, e i proprietari si rendevano conto che Davizt è serbo, tutto saltava.

La speranza di Dzavit? Che, attraverso la conoscenza, la gente si renda conto che «magari siamo diversi, ma siamo persone, proprio come loro».