società

«La definizione di adulto cambia in ogni Paese»

Articolo pubblicato il 27 gennaio 2009
Articolo pubblicato il 27 gennaio 2009
Come si vive l’ingresso nel mondo del lavoro in Europa? La sociologa Cécile Van de Velde, maître de conférences all’Ecole des hautes études en sciences sociales (Ehess) di Paris, ha studiato questo passaggio tra l'università e il lavoro, in Spagna, Francia, Regno Unito e Danimarca. Intervista.

Passare all'età adulta vuol dire trovare un lavoro, lasciare i genitori, guadagnarsi da vivere? Questa è la domanda che si è posta Cécile Van de Velde, maître de conférences all’Ecole des hautes études en sciences sociales (Ehess) di Paris e autrice di Devenir adulte, Sociologie comparée de la jeunesse en Europe (PUF, 2008). Incontro.

Nel corso delle vostre inchieste, avete ritrovato delle similitudini nel modo in cui i giovani Europei affrontano il loro ingresso nella vita adulta?

«Si, esistono dei tratti comuni tra i giovani Europei, ma sono sopratutto aspirazioni comuni e valori condivisi: l'aspirazione ad una vita indipendente ed autonoma, il desiderio d'avere il tempo di costruirsi e la libertà di orientare la propria vita. Ma mentre le aspirazioni sono comuni, i destini dei giovani Europei sono invece abbastanza diversi in funzione del loro paese d'origine, soprattutto in ragione degli aiuti statali, del mercato del lavoro e della struttura dell'insegnamento superiore. Dall’esito della mia inchiesta, penso di poter affermare che, riguardo ai percorsi della giovinezza, l'insieme degli Europei vorrebbe in questo senso essere danese o scandinavo...»

L'università sembra oggi essere la pietra angolare contrariamente a cinquanta o sessanta anni fa. All'epoca, poche persone andavano all'università per avere un lavoro ed entrare nella vita adulta...

«Rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, il rapporto con gli studi è chiaramente cambiato. In poche parole: si tratta di studiare di più per guadagnare meno... È vero che in tutti i Paesi europei, l'insegnamento superiore si è democratizzato in questi ultimi cinquanta anni. Nonostante questo, se per le generazioni precedenti, il passaggio da una formazione universitaria era la garanzia di un’ascensione sociale e di una riuscita professionale, oggi l'ottenimento di un diploma non è più l’assicurazione assoluta per trovare lavoro, e neanche una garanzia d'inserimento. Si può anche parlare di una promessa d'integrazione non mantenuta per le generazioni entrate recentemente nel mercato del lavoro, dopo un pesante investimento negli studi. Da questo punto di vista, la mobilitazione di 1000 euristas in Spagna per esempio, un movimento di giovani diplomati che non superano i 1000 euro di salario, è molto rivelatore della presa di coscienza di un declassamento».

Quali sono le grandi differenze che voi avete scoperto nelle traiettorie dei giovani Europei?

«Questa domanda meriterebbe la presentazione di dimensioni multiple che sono i rapporti con la famiglia, con gli studi e il lavoro, con il futuro, con l'età adulta... Tuttavia, qualche espressione permette di farsi un'idea sui differenti modelli europei studiati. In Danimarca e in misura maggiore nei Paesi scandinavi, diventare adulti significa in modo prioritario “trovarsi”, in traiettorie di giovinezza indipendente di fronte ai genitori, lunghe ed esplorative. Nei Paesi più liberali come il Regno Unito, si tratta prima di tutto di diventare “responsabili” e cioè di accedere rapidamente e con i propri mezzi allo stato di adulto. In Francia come nelle altre società “corporativiste”, la giovinezza è pensata come il tempo d'investimento negli studi che ha l'obiettivo di posizionarsi in uno status socio-professionale. Nei paesi mediterranei diventare adulto si vive piuttosto come un lungo cammino verso la realizzazione di tre pre-requisiti necessari per sistemarsi: un lavoro, una casa e un compagno».

Secondo lei quale di questi modelli favorisce la più alta realizzazione dei giovani?

«Purtroppo, la crisi economica non facilita la transizione dei modelli di gioventù verso il modello scandinavo: quest'ultimo si fonda soprattutto su un notevole tasso di lavoro e sugli aiuti statali massicci di finanziamento degli studi. È possibile al contrario che i modelli brevemente presentati sopra siano in realtà tutti rimessi in causa, e si mescolino tutti con una dimensione mediterranea accentuando il tempo d’attesa e l'incertezza nei percorsi della gioventù, a dei gradi diversi ben inteso».