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Khashchavatski: «Gli oppositori al regime bielorusso? Sono piccoli dittatori»

Articolo pubblicato il 19 maggio 2007
Articolo pubblicato il 19 maggio 2007
A 60 anni il regista e dissidente bielorusso fustiga un'opposizione «inefficace». E parla di quella che potrebbe diventare l’arma segreta contro il dittatore Lukashenko. Internet.

«Per l'intervista venite pure a casa mia, metro Lenin». Persona non grata alle autorità bielorusse, Yury Khashchavatski non ha nessuna voglia di sedersi a parlare in un bar di Minsk. Il regista, che ha appena terminato il suo ultimo documentario Ploscha – dedicato alle manifestazioni contro il presidente Aleksandr Lukashenko alle quali ha preso parte molta della gioventù bielorussa – desidera un po' di tranquillità.

Un anno dopo l'elezione, macchiata dai brogli elettorali, di un uomo che neppure i diplomatici europei esitano a defiire "l'ultimo dittatore d'Europa", il regime si è inasprito ulteriormente. «A tal punto che solo pochi connazionali hanno saputo dell'occupazione pacifica di piazza Ottobre (organizzata nel marzo del 2006 dal leader dell'opposizione Aleksander Milinkevich, ndr)» sottolinea Khashchavatski. «Il mio film rappresenta solo una goccia d'acqua del progetto di sviluppare una coscienza comune tra i bielorussi». Una goccia d'acqua che tuttavia alimenta la marea della contestazione. Girato con una camera nascosta e montato clandestinamente al computer con Windows 98, Ploscha aspira a una diffusione internazionale grazie ai dvd pirata che stanno circolando di nascosto per mano dei dissidenti bielorussi presenti ai quattro angoli dell'Europa. Un manifesto cinematografico per una nuova rivoluzione all'Est?

Avido di documentari

Ritorno a Minsk, là dove tutto è comminciato. Nascosto in una vecchia tromba delle scale, un ampio appartamento dal parquet scricchiolante si snoda lungo un dedalo di corridoi colmi di librerie. Nella stanza principale, filtra un raggio di luce che illumina pile di libri, carte polverose e un vecchio computer. Yury Khashchavatski si dà delle false arie bukowskiane, il viso incorniciato dalla barba bianca e l'occhio pieno di malizia.

Nato a Odessa nel 1947 «da madre russa e padre ebreo» questo "spirito libero", come ama descriversi, confessa di «camminare da tempo oltre i vari confini». Studente all'Istituto tecnico della città, inizia a sognare di diventare regista. Per diversi anni lavora come meccanico in Ucraina prima di stabilirsi a Minsk con la moglie e bambini. A 25 anni la sua ostinazione inizia a dare i primi risultati. Khashchavatski è assunto alla televisione di Stato come sceneggiatore. «Litigavo in continuazione con l'incaricato della traduzione in immagini del mio testo» ricorda. Fino al momento in cui, quest'ultimo, esasperato dalle critiche del giovane, gli propone di filmarle da sè.

I suoi primi montaggi vengono subito notati, così Yury viene inviato a Leningrado per seguire i corsi del prestigioso Istituto nazionale del cinema e della televisione. Due volte all'anno si ferma per diversi mesi in Russia al fine di affinare le sue tecniche. Rapidamente decide di dedicarsi al genere documentario. «Richiede più immaginazione di un classico lungometraggio – spiega – perché bisogna creare una storia interessante a partire da eroi comuni». Messo sotto stretta sorveglianza dal Kgb, Yuri diventa tuttavia un noto cineasta, presente ai festival di tutto il mondo. Botte e intimidazioni si alternano durante le riprese. Membro dell'Accademia della televisione euroasiatica, ottiene nel 1998 a New York il premio della giuria del Festival del film sui diritti dell'uomo per la sua inchiesta in Cecenia I prigionieri del Caucaso. Fino a oggi ha realizzato più di 15 film e documentari.

«Tutti gli oppositori al regime sono dei piccoli Lukashenko»

«Durante gli anni Settanta, nell'Unione Sovietica, gli oppositori venivano internati in ospedali psichiatrici. Oggi è l'intera popolazione ad essere imbottita di tranquillanti attraverso la televisione e la radio di Stato» sbotta. Allora a quando un nuovo regime? Fuori discussione, per il momento, l'idea di promuovere una sorta Rivoluzione arancione, il movimento di protesta sorto in Ucraina all'indomani delle elezioni presidenziali del novembre 2004. «In Georgia o in Ucraina esistono delle istituzioni democratiche, così come dei media e dei partiti d'opposizione. Il popolo dispone di strumenti con i quali agire. La Bielorussia in tal senso assomiglia di più alla Corea del Nord che all'Ucraina. Anche qui le persone sono imprigionate o uccise. 'Spariscono'» afferma con un occhiolino ironico.

Invece di spingere verso un cambiamento, le diverse forze dell'opposizione bielorussa si comportano per lui come «degli idioti». Inghiottite nel vortice delle loro divergenze e incapaci di coalizzarsi. «Tutti, compreso Milinkievitch, sono dei piccoli Lukashenko che credono di sapere tutto». La frase, pronunciata affettuosamente, pizzica tuttavia i dissidenti che, cresciuti nella scuola sovietica, non hanno l'abitudine di «delegare». «Non capiscono – spiega infatti Khashchavatski – che dovrebbero lavorare con i professionisti: giuristi, politologi, comunicatori».

Per questo «è tempo di riflettere sui nuovi metodi di resistenza» si entusiasma il regista. Finiti i tempi dei volantini clandestini inseriti nelle cassette della posta o dei giornali distribuiti in sordina, l'opposizione bielorussa ha tutto da guadagnare a restare virtuale. «Il Samizdat (un sistema di auto-edizione che permise la diffusione degli scritti dissidenti all'epoca dell'Unione Sovietica, ndr) è stato rimpiazzato dal marketing virale» spiega, divertito, il regista. L'essere umano è un internauta convinto, le possibilità offerte da Internet sono «innumerevoli» e la gioventù bielorussa è «perfetta» per approfittarne. «I giovani sono forti, determinati e maturi. Mi impressiona la forza che dimostrano per lottare in questa maniera, pacifica» afferma. Quanto all'emergere di una élite bielorussa «totalmente europea», Khashchavatski giudica la situazione promettente. Tuttavia per lui i «burocrati europei non hanno idea dei guai in cui si cacciano i dissidenti allorché vengono in contatto con Lukashenko». Certo è tempo che l'Unione Europea «faccia la voce grossa col regime di Minsk, altrimenti dimostrerà definitivamente la sua debolezza».

Grazie al prezioso aiuto di Bella Shahnazaryan e alla sua traduzione dal bielorusso al francese