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Jugonostalgia a Sarajevo: Che 'Tito' Guevara e la necrofilia

Articolo pubblicato il 01 agosto 2012
Articolo pubblicato il 01 agosto 2012
Jugonostalgia? Il bisogno di esaltazione del passato jugoslavo non appartiene solo alla vecchia generazione, assicura un collega bosniaco. A Sarajevo, è normale trovare dei giovani nati dopo il 1990 tra i nostalgici di Josep Broz Tito. Ma cosa si nasconde dietro al sentimento nostalgico di un idillio ormai passato? Reportage, con visita inclusa al "Caffé Tito".

Goran Behmen afferma, ridendo imbarazzato: “Tito è il nostro Che Guevara”. Il 36enne veste elegante, porta una camicia bianca e una cravatta celeste. È seduto davanti a un busto di bronzo grandezza naturale, raffigurante Josip Broz Tito, il dittatore jugoslavo che governò il paese fino al 1980.

Che i giovani di Sarajevo siano tutti degli jugo-nostalgici è una sciocchezza. Per la generazione degli anni '90 Tito è invece un simbolo: “lo vedono come un eroe in quanto rappresenta il marchio più importante della Jugoslavia”. Goran è il volto ufficiale dell’Associazione Tito di Sarajevo, fondata a Maggio 2002 con l’obiettivo di documentare “anche le conquiste positive” del dittatore: sicurezza, in quanto si poteva dormire anche per strada; libero accesso alla cultura e libertà di circolazione (e soggiorno). In poche parole, quello che la Jugoslavia un giorno è stata, grazie a Tito.

L'associazione Tito di Sarajevo organizza dibattiti ed escursioni sulla città natale di Tito in Croazia, e durante l'anniversario del 25 maggio.

Non era un dittatore come quelli dell'Ungheria, della DDR, Cecoslovacchia e Romania”. Tito era un “socialista dal volto umano”. Così preferisce definirlo Goran (che è anche figlio del sindaco). “Tito era un dittatore democratico. Un esempio tipico dei Balcani”. Anche il 30% dei giovani bosniaci che oggi fanno parte dell’associazione la pensa in questo modo.

Apparteniamo a Tito e Tito ci appartiene

Aida la pensa diversamente. Secondo lei i giovani bosniaci non sono affatto dei nostalgici dell’era di Tito. Ricorda che aveva appena 9 anni quando scoppiò la guerra. “Detto senza mezzi termini, non ce ne frega niente”, afferma l’assidua frequentatrice della community Couchsurfing. “Vogliamo semplicemente salvarci il culo da questo sistema. Ma del vecchio non ci ricordiamo alcunché”.

"Oddio, sì, è appeso al muro nella mia stanza da letto”, ride imbarazzato

Il ricordo dei presunti bei tempi andati non è una condizione necessaria per essere dei jugo-nostalgici tra i giovani degli Stati balcanici. Le credenze sulle condizioni di vita migliori offerte da Tito sono tramandate ai giovani dalla generazioneprecedente. Uno studio del Fondo europeo per i Balcani, condotto nel 2011 da Ipsos su due generazioni, nate rispettivamente nel 1971 e nel 1991, mostra dei risultati incredibili. Anche la maggior parte dei nati dopo il 1990 crede che con Tito si vivesse meglio rispetto ad oggi. Fanno eccezione solo la Croazia e il Kosovo. In Bosnia-Erzegovina, invece, il 47% della classe 1991 è convinta che, se Tito fosse ancora al suo posto di dittatore, la vita oggi sarebbe “migliore”. Il 38,7% crede addirittura che la vita in questo caso sarebbe “di gran lunga migliore”.

Chi visita Sarajevo non riuscirà a evitare il volto di Tito. Il suo ritratto accoglie i turisti nelle reception degli ostelli, nei caffè e nei bar; lo si trova addirittura nella maggior parte delle case bosniache. Goran Behmen si dà un colpetto alla testa per ricordarsi se anche lui ne ha uno in casa: “oddio, sì, è appeso al muro nella mia stanza da letto”, ride imbarazzato. Nelle librerie la biografia bestseller di Tito si trova proprio accanto a quella del calciatore Zlatan Ibrahimovic e all’album fotografico sui massacri di Srebrenica. E i giovani sorseggiano volentieri una birra Sarajevsko al Caffè Tito, a pochi passi dall’università (vedi la foto sotto).

All’entrata di questo locale si legge su un grande striscione: 'mi smo titovi tito je naš' ("apparteniamo a Tito e Tito ci appartiene"). Si può ordinare il vino Marshall, bianco o rosso. Ma i giovani, che questo venerdì si sono accomodati su dei cuscini in stile militare, bevono birra, fumano sotto gli ombrelloni della Carlsberg, proprio accanto al carroarmato parcheggiato in giardino. All’interno del caffè si può ammirare una parete di foto che ritraggono Tito con Kennedy o Arafat, Tito al mare, in barca a vela o in qualsivoglia posa che lo immortali in situazioni di vita quotidiana.

I giovani qui possono solo guardare. Pensare al futuro è doloroso, in questo paese sembra non essere possibile fare progetti”, spiega la giovane olandese Eveline Beens, che nel 2011, per la laurea in Antropologia, ha condotto una studio di tre mesi sul tema della jugonostalgia a Sarajevo. Eveline, per spiegare la jugonostalgia della classe 1991, si è basata sulla teoria della professoressa di Harvard Svetlana Boym. Boym, nata nell'ex-URSS, nel suo libro The future of nostalgia, distingue tra nostalgia riflessiva e nostalgia restauratrice. Secondo Eveline, dunque, la nostalgia della nuova generazione è da considerarsi di natura riflessiva in quanto questi giovani “si pongono in modo critico con l’attuale situazione della propria terra. Rimanendo esclusivamente sul piano critico, essi tuttavia non rompono con il passato o non sviluppano un nuovo spirito di iniziativa”.

"I giovani vorrebbero sempre di più, ma questo “di più” in Jugoslavia non c’è mai stato"

Dietro al bancone del bar, Edo si dà da fare con la macchina del caffè. Il 24enne studia Scienze politiche a Sarajevo. Per finanziarsi gli studi lavora durante la settimana proprio al Caffè Tito. Per ottenere il lavoro non è stato necessario essere fan del dittatore jugoslavo, tuttavia Edo lo considera “una leggenda. Everyone loves him”, afferma con una buona pronuncia inglese. Il suo futuro lo vede nero perché in politica si entra solo per conoscenza. Ovunque regna la corruzione. “I nostri politici non si battono per le persone, Tito invece lavorava per la fratellanza”.

"Oggi, le ragazze diventano adulte a 12 anni. Alcuni dicono che è per colpa della guerra".

Il culto di Tito non è solo roba da uomini, come affermano Jasmina e Alica nel Balkan Express, un bar in stile jugoslavo nel quale si possono ancora sfogliare e leggere i giornali originali del 1982. Entrambe le studentesse 21enni di Linguistica pensano che Tito “è stato, almeno in parte, un verodittatore, ma perlomeno questo ruolo è stato funzionale alle necessità di allora”. Che ai tempi di Tito gli oppositori venissero torturati sull’Isola Calva (Goli Otok), è solo una pagina nera della storia della loro terra. Al momento si preferisce ritrovare il “rispetto” per quell’epoca, piuttosto che pensare al 60% di disoccupazione giovanile.

Buco nell'acqua

"Jugonostalgija" fa parte di una serie di 6 documentari sul periodo della transizione jugoslava.

Ma se allora la situazione era così perfetta, perché poi invece si è rivelato tutto un buco nell’acqua?”, si chiede un giovane bosniaco nel documentario Jugonostalgija di Timur Makarevic, proiettato quest’anno al Film Festival di Sarajevo. Secondo l'attore,  cercare a tutti i costi di trarre profitto dal passato è un atteggiamento che rasenta la necrofilia.

Lo stesso regista 36enne di Jugonostalgija prende le distanze da questo sentimento. Secondo lui, solo la televisione di allora deve essere stata migliore, nonostante non riesca a soffrire la musica pop-rock jugoslava. “Preferisco Lady Gaga a Bijelo Dugme”, ride Timur. Il regista ha spesso delle discussioni accese a riguardo con il giovane collega jugo-nostalgico Mirza Ainadzic, responsabile delle ricerche per il film documentario.

Mirza, in effetti, scuote la testa. Il giornalista 25enne, che lavora anche per la radio studentesca locale eFM, è sicuro che il 99% dei giovani nostalgici di oggi, all'epoca sarebbero stati messi in prigione. “Sono semplicemente troppo liberali”, afferma. Anche se Mirza si rivela un fan nostalgico dei block party alternativi e della musica della Jugoslavia di allora, ha tuttavia riflettuto sulla jugonostalgia attraverso il suo lavoro e alla fine se ne è distaccato. “Non si può parlare di jugonostalgia perché i giovani, in realtà, vogliono semplicemente un sistema statale efficiente. Il 'titoismo' ha ragione di esistere solo in relazione alla situazione politica attuale. Se si proponesse una nuova Jugoslavia, i giovani non l’accetterebbero. Vorrebbero sempre di più, ma questo “di più” in Jugoslavia non c’è mai stato”.

Quest'articolo fa parte di una serie di reportage sui Balcani realizzati da cafebabel.com tra il 2011 e il 2012, un progetto co-finanziato dalla Commissione Europea con il sostegno della Fondazione Allianz Kulturstiftung. Si ringrazia la redazione locale di cafebabel.com Sarajevo.

Foto di copertina di ©Katharina Kloss; nel testo: ©Alfredo Chiarappa.