società

Inquisizione moderna: se il Vaticano processa la libertà di stampa

Articolo pubblicato il 01 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 01 febbraio 2016

Il giornalista de L'Espresso Emiliano Fittipaldi è accusato di aver pubblicato informazioni riservate della Santa Sede nel suo libro-inchiesta, Avarizia. L'autore, insieme al collega Gianluigi Nuzzi, è finito sotto processo in Vaticano e rischia una pena che va dai 4 agli 8 anni di reclusione.

«Il mio Avarizia lo riscriverei altre mille volte. Querele o altre forme di pressione fanno parte del gioco di potere», afferma senza esitazione Emiliano Fittipaldi. «I giornalisti devono avere consapevolezza che quando si fa un determinato tipo di inchiesta sul potere, come diceva Giuseppe D'Avanzo, quel potere potrà reagire. Non bisogna mai spaventarsi, nemmeno di fronte al Vaticano, chiamato a stabilire se il mestiere stesso di giornalista sia un reato oppure o no».

Napoletano, classe 1974, Emiliano Fittipaldi è giornalista e scrittore, nota firma del settimanale L'Espresso. Insieme al collega e autore del bestseller Via Crucis, Gianluigi Nuzzi, è sotto processo in Vaticano per aver diffuso notizie e documenti riservati della Santa Sede, rivelati da monsignor Lucio Ángel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, i due presunti "corvi" arrestati a novembre dalla giustizia vaticana. 

Avarizia, un libro "sovversivo"?

«Per la prima volta, in Avarizia, si svela l'intero tesoro costruito e gestito dalla Santa Sede». Parliamo di centinaia di milioni di euro donati alla Chiesa dai fedeli di tutto il mondo, che spesso, anziché essere destinati ai poveri e alle opere di carità, finiscono nelle disponibilità dei dicasteri o, peggio ancora, dei singoli Cardinali. «Si scopre,» racconta Fittipaldi, «che lo IOR (Istituto per le opere religiose, la banca della Città del Vaticano, n.d.r.) non è affatto stato ripulito come ci avevano raccontato in questi ultimi anni, si individuano moltissimi affari di ogni tipo e forma, dalla vendita della benzina (probabilmente a nero) alla gestione dei negozi e dei tabaccai, fino ad arrivare all'importante business della sanità, grazie al quale il Vaticano fattura miliardi. È tutto molto imbarazzante dal punto di vista etico ed economico. Mai avrei immaginato di finire sotto processo per il mio libro, francamente immaginavo soltanto che sarebbe stato un testo molto discusso».

La rivoluzione solitaria di papa Francesco

Fittipaldi e Nuzzi avrebbero commesso un "delitto contro la Patria" violando l'articolo 116-bis del Codice penale vaticano, che punisce «chiunque si procura illegittimamente o rivela notizie o documenti di cui è vietata la divulgazione», con una pena dai 4 agli 8 anni di carcere. Si tratta della criminalizzazione di un diritto, la libertà di manifestazione del pensiero, difeso dall'articolo 21 della nostra Carta costituzionale.

L'articolo 116-bis fu introdotto nel 2013 proprio da papa Francesco, eletto al soglio pontificio per portare avanti quella "rivoluzione gentile" di cui la Chiesa aveva bisogno dopo il primo scandalo Vatileaks e la "rinuncia" di Ratzinger. «Francesco, in maniera molto solitaria, sta cercando di portare il Vaticano alla sua funzione religiosa di stampo evangelico. Ovviamente è un processo molto lungo, non si può immaginare che in soli tre anni di pontificato un'operazione del genere possa avere successo». Il punto è che la propaganda della Santa Sede sotto la guida di Bergoglio aveva presentato un pontificato diverso: «Raccontavano (e un po' tutti noi ci abbiamo creduto) che tutto sarebbe stato risolto da Francesco in pochi mesi. Così non è accaduto». Di fronte ad un testo che fa i nomi e cognomi dei signori del lusso all'interno della Chiesa, Fittipaldi dice che «mi meraviglia che Francesco abbia reagito mandando a processo me, anziché i cardinali implicati, le malattie della Curia, gli sprechi e la corruzione».

Nell'Italia che "offende" il diritto di cronaca

«La politica italiana, nessuno escluso, è stata molto fredda nel commentare questa vicenda,» denuncia Fittipaldi, sottolineando di non sentirsi "un martire" e di non volere «l'appoggio di nessuno. Ma mi aspettavo che fossero quanto meno difesi i valori del nostro Paese». Niente, invece: «Questo è indicativo di come, in generale, le nostre istituzioni ed i nostri governanti reagiscano di fronte ad un attacco così duro alla libertà di stampa». 

Il processo in corso contro Fittipaldi e Nuzzi si svolge in Vaticano, uno Stato sovrano e indipendente a tutti gli effetti. Ma se guardiamo all'Italia, l'organizzazione Reporters sans frontières, che agisce da 25 anni in difesa della libertà di stampa in tutto il mondo, colloca il nostro Paese al 73esimo posto nella sua classifica della libertà di stampa redatta per il 2015. Mentre l'ONG Freedom House, nello stesso anno, ha classificato il nostro Paese solo come "parzialmente libero". Secondo Fittipaldi, questi giudizi «così importanti rappresentano bene l'entità di questo Paese e dei suoi abitanti. I giornalisti, molti in questo Paese, fanno il proprio mestiere in maniera libera. Lo fanno anche molti editori. Eppure, spesso, sono gli stessi giornalisti italiani che per mille e uno motivi si autocensurano, magari per comodità, per paura, ma spesso anche perché la carriera diventa più facile».

Quindi, nel nostro Paese, non c'è nessuno che mina la libertà d'informazione? «Il punto è che in Italia c'è stato il rischio che fosse approvata una legge che avrebbe permesso di mandare in carcere i giornalisti» in caso di condanna per diffamazione. Fittipaldi nei giorni scorsi ha ricevuto una querela da Mauro Masi della Consap (concessionaria pubblica di servizi assicurativi, n.d.r.) per 90 milioni di euro. «Sono cifre senza senso che tendono in qualche modo a bloccare la libertà di informazione. Penso ai giornali più piccoli che, ovviamente, non possono nemmeno immaginare di pagare cifre di questo tipo. Le multe che il Governo ha ipotizzato nel caso in cui i giornali pubblichino intercettazioni, o comunque i testi dei documenti, fanno capire quanto la libertà di informazione sia a rischio. In Europa questo non c'è. C'è una libertà senza alcun dubbio maggiore».

Cosa si può fare per invertire questa tendenza e chi dovrebbe farlo? «Dovrebbe farlo l'opinione pubblica. Quello che considero grave è che per 20 anni (e oggi ne paghiamo lo scotto) l'opinione pubblica italiana si sia lasciata assuefare dalla stampa non libera. Assuefacendosi, ha limitato in qualche modo il suo spirito critico. Il rischio è la completa latitanza di movimenti dal basso che pretendano informazioni più libere».

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Intervista raccolta dalla redazione locale di cafébabel Napoli.