società

Impressioni dalla Palestina: l'arrivo

Articolo pubblicato il 26 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 26 febbraio 2015

Renaud Arents, assistente sociale di 30 anni, negli ultimi 6 anni ha vissuto e lavorato in Spagna. Ora, grazie al programma Erasmus+ della Commissione Europea, sta lavorando come volontario a Nablus, in Palestina. 

Questo sarà il suo blog, dove Renaud racconterà i suoi pensieri e la sua esperienza come volontario in questa terra.

Tel Aviv, Israele

Ho sempre considerato cruciale la prima frase di un pezzo. Dovrebbe essere intrigante, suggestiva, capace di provocare un dibattito o di raccontare un problema. Non ho ancora deciso quale sarà la prima frase di questa avventura, ma sono sicuro che prima o poi me ne verrà in mente una carina. Devo ammettere che ho passato a Tel Aviv più tempo di quello che avevo previsto. Questa città può essere abbastanza cara se non state attenti.  Soprattutto se considerate che - dato che è impossibile capire l'ebraico scritto - potreste non essere ben informati su certi prezzi. La lingua è una delle tante cose che mi hanno impressionato. Mi ricordo ancora il mio primo viaggio negli Stati Uniti e la sensazione di stupore davanti alle loro auto, alla loro grandezza ma anche alla loro forma. O ancora l'arrivo in Polonia e la sensazione di quel vento freddo che che ti penetra la pelle fino ad arrivare alle tue ossa. Oppure la calda accoglienza dei messicani. Qui, a Tel Aviv, sono i cartelloni con le scritte in ebraico a fare la differenza. Senza di questi, potrei tranquillamente credere di trovarmi in qualsiasi città europea sulla costa Mediterranea. 

Una volta che hai camminato sul pontile, ti sei seduto sulla spiaggia, godendoti a pieno un sabato (Sabbath) soleggiato, guardando e ascoltando le persone, allora ti rendi conto che questa città è un insieme di nazionalità e di lingue: Francese, Inglese, Spagnolo, Arabo, Ebraico, Russo, Etiope...

Certo, alcune persone qui sono ben accolte e questo è meraviglioso... certe, non tutte. Qualcuno la potrebbe definire una società interculturale ma, quando la si guarda da vicino, si scoprono delle enormi differenze socio-economiche tra i diversi gruppi etnici. Un esempio? Non posso che segnalare che certi lavori (quelli che nessuno vuole) vengono 'riservati' alla comunità etiope. A livello generale - più o meno basato su quello che ho visto - Tel Aviv potrebbe essere tranquillamente comparata con una città occidentale e americanizzata. In altre parole: «Lavorate, approfittare della libertà che vi concediamo, non pensate a niente o meglio pensate, ma il minimo necessario per ricordarvi di comprare e consumare»

Continuando la mia camminata, finisco al vecchio porto di Yafo, dove mi chiedo: «Chissà se qui qualcuno ha la benché minima idea di quello che succede veramente al di fuori di questa bolla». Ma la domanda in sé è assurda. Questa vita è un paradiso artificiale, una bolla d'ignoranza, decisamente comoda fino a che rimani all'oscuro della verità.  

Tornando all'ostello, noto una donna che pattina al centro del pontile. Cade, probabilmente si è fatta male. Qualcuno la sta già aiutando, così decido di continuare per la mia strada. Sento le sirene avvicinarsi e la cosa mi impressiona. Da quanto sono arrivato in questa città, non ho mai visto né un poliziotto, né un soldato (eccezion fatta per quelli che mi hanno bloccato per un'ora all'aeroporto). Ma questa non era una nazione sotto costante minaccia?

La frontiera: Israele, Palestina

La stazione centrale dei bus di Tel Aviv è enorme. Ha ben 7 piani differenti. Il mio zaino mi dice che mi sono portato dietro fin troppi vestiti e la mia chitarra non è così facile da portare in giro a mano. Ma so già che ne avrò bisogno. Inoltre, è carina e decisamente forte. Sicuramente è più bella della mitragliatrice che questi giovani soldati di vent'anni - sia uomini, sia donne - si portano dietro per tutto il tempo. Ne ho visti ben 200 in quella decina di minuti che mi ci sono voluti per trovare un bus diretto alla città vecchia: Gerusalemme. Sono seduto in prima fila. Voglio vedere tutto quel che posso coi miei occhi ma, in verità, non è che ci sia molto da vedere. Questa vasta, verde, fertile e meravigliosa terra sembra più un'enorme area in via di costruzione. Sembra quasi faccia parte di uno di quei giochi per computer dove devi costruire una civiltà tutta tua ma finisci per fare un casino e quindi inizi compulsivamente, insensatamente e incoerentemente a costruire qualsiasi cosa ovunque. Vengono chiamati 'giochi di Dio'.  

Questa terra sembra fuori controllo, ci sono fin troppi edifici, troppe auto, troppe strade, troppe persone. L'autobus arriva nella periferia di Gerusalemme a noi rimaniamo bloccati in mezzo al traffico. Per combattere la noia più totale, l'autista decide di alzare il volume della radio. È veramente difficile capire quello che stanno dicendo ma immagino che si tratti di notizie. Le sole parole che capisco sono 'Obama', 'Israele', 'terrorista', 'jihadista' e 'palestinese'. Alla fine - prima del jingle - sento: Whitney Houston. Strano. Trovo il modo di arrivare alla stazione degli autobus gestiti da compagnie arabe, accanto alla fermata per Damasco.  

Una volta sul bus, guardo i miei compagni di viaggio e realizzo di aver finalmente lasciato 'la bolla'. Cinque minuti dopo, l'autista grida 'yallah'. Siamo sulla strada per Ramallah. So che dopo avrò una chance di vedere Gerusalemme. Improvvisamente, e dal momento che stiamo lasciando Gerusalemme, il viaggio prende tutta un'altra piega. 

Finalmente lo vedo. È là. È imponente. È alto. È lungo. È assurdo. È brutto. È inumano e non ha nessuna utilità. È 'il muro'. Ci vuole un po' per passare attraverso gli enormi cancelli di metallo che, fortunatamente, oggi sono aperti. Ci sono. Sono in Palestina. In un modo o nell'altro, sento di essere sempre stato qui. E mi dico "Je suis Palestine", io sono la Palestina. Ramallah è il centro delle istituzioni palestinesi. Qui, si trovano i quartieri generali di molte organizzazioni internazionali. Salgo sul mio ultimo bus per arrivare nel cuore del territorio palestinese. Le scuole delle Nazioni Unite aumentano col passare dei chilometri. Lungo la strada ci sono dei cartelloni che specificano che queste strade sono state costruite grazie a un programma di aiuti statunitense. Mi chiedo perché. L'autobus si avvicina alla città. Si tratta di Nablus. Per arrivare in centro, passiamo oltre il campo profughi di Balata. Mi dicono che ora c'è una superstrada che collega Tel Aviv a Nablus - la mia meta - in appena 30 minuti. Questa autostrada può essere utilizzata soltanto dagli israeliani e dalle persone con passaporto straniero che desiderano prenderla. A me, ci sono volute quattro ore per arrivare qui...