società

Il rock vermiglione di John Morillion

Articolo pubblicato il 03 agosto 2012
Articolo pubblicato il 03 agosto 2012
E' risaputo: una buona playlist può salvarci da un'estate piovosa. Soprattutto se ci sono canzoni di John Morillon che abbiamo incontrato qualche giorno fa prima di andare in scena al Bus Palladium, di Parigi. Il suo primo album, "Love it All", vi fa credere che, alla fine, «the best is yet to come», come dice lui stesso.

Il rock del ragazzo è del genere “vermiglio”. Nessuna sregolatezza dei grandi ma piuttosto una semplicità assunta in un album dove si sente l'influenza dei cantanti rock "positivi", che non vedono tutto nero ma vi invitano piuttosto a cantare con loro attorno a un fuoco in una sera d'estate.

Ed è proprio alla fine dell'estate che John Morillon parte per fare un giro a New York, alla scoperta di bar e nuovi artisti, piuttosto che fare da turista. Viaggiatore, il ragazzo? Diremmo proprio di sì e, addirittura, da sempre.

Una lingua che parla a tutti

All'età di 7 anni, scosso dalla scomparsa della nonna, viene spedito dai genitori a prendere aria oltre Manica. Il collegio inglese, nel ricordo di John, non aveva nulla di triste. Dimenticate Oliver Twist e immaginate piuttosto un ragazzino "abbastanza sveglio", in mezzo a "cinesi che suonano il pianoforte come virtuosi" e altri bambini venuti dai quattro angoli del mondo. Una rivelazione per questo piccolo parigino, nato "dal lato della stazione Saint-Lazare" in una famiglia di seibambini. D’altronde, la sua "attrazione" per la cultura british e la lingua di John Lennon non fa che crescere. In estate migliora il suo inglese in Irlanda. Dopo il diploma, svolge dei lavoretti a New York, poi passa qualche tempo a Vancouver, dove "girovaga soprattutto con giapponesi e indiani". D'altronde, a cosa serve viaggiare se non a incontrare persone di cui non si parla la stessa lingua?

L'inglese si è, dunque, imposto assai velocemente, pur apprezzando dall'adolescenza i grandi cantautori impegnati alla Jacques Brel o il rock francese come quello di Les Innocents. «Si crede spesso che non esista del buon rock francese. E’ falso. Io scrivo in inglese perché, quando provo a farlo in francese, mi vengono delle schifezze», ci confida, dubitando un poco sulla qualità di dette "schifezze". «Voglio parlare a tutti. L'inglese è perfetto per questo e, poi, è una lingua che ben si presta al canto».

Solo in scena con un corteo d'influenze

Amore per il viaggio o desiderio d'indipendenza precoce? Entrambi, mio capitano: «a 15 anni ero in piena crisi adolescenziale e ho chiesto ai miei genitori di rispedirmi in collegio». Sbarca, così, a Reims e comincia a suonare la chitarra, all'inizio con un insegnante «per 2-3 lezioni», poi, interamente da solo. «A quell'epoca ascoltavo di fatto molto rap francese, malgrado la mia formazione borghese», sorride. Nient'altro che il classico: NTM, di cui la «bella violenza» lo seduceva, e che assieme ai NAS sono gli artisti che evoca di primo acchito. Ed è di fatto «grazie alla magia d’Internet» che il ragazzo si mette alla prova con la chitarra. «Scaricavo delle partizioni gratis: roba degli Smashing Pumpkins e anche dei Radiohead. Ed ecco come ho imparato».

Viaggiare da solo ed esserlo sulla scena non fa paura a Morillon (che è oggi accompagnato da tre musicisti professionisti in concerto). Faceva le prove in gruppo ma la formula non gli piaceva: «non ho l'anima di un leader, avevo piuttosto la tendenza a fare tutto da solo e velocemente, ero un po’ escluso dal processo creativo. Era proprio questo che volevo evitare». I suoi modelli sono, dunque, i soli compagni di viaggio: «c'è un mondo di gente che m'ispira, prendi Ray Charles, ad esempio, o Beck. E poi ci sono gli artisti ancora sconosciuti e che non chiedono altro che essere scoperti…».

Il bluesman solare

«Dire una cosa del genere mi sa di luogo comune, ma sono soprattutto la sigaretta e l'alcol che hanno reso oggi la mia voce così!».

«Ho sempre cantato, ma la mia voce non è peggiorata». La voce di John Morillon è probabilmente il suo asso nella manica: matura, seria e simpaticamente rauca quando si sforza di poco, potrebbe essere quella di un bluesman completamente disincantato. «Prima di un concerto, per esempio, faccio degli esercizi ma mai a casa mia perché si fa veramente troppo casino». Questo valeva per la lezione di canto, ma la realtà è molto più semplice : «sa di luogo comune ma sono soprattutto le sigaretta e l'alcol che hanno reso oggi la mia voce così!». Precisiamo che al momento del nostro incontro, John si mostra giudizioso e ordina una Coca-Cola. Questo grande ragazzo di 27 anni non se la tira come se fosse Johnny Cash. «I miti del rockettaro, io li conosco bene, fanno sognare. Ma ho ascoltato così tanto i miei genitori, che disapprovavano la mia scelta di fare musica coi loro stereotipi sull'artista maledetto, da aver fatto sempre di tutto per evitare di cascarci».

«The Best is Yet to Come»

John Morillion nutre il desiderio profondo di far trionfare la luce e il «buon umore». Per lui si tratta di una «necessità». Della sua formazione influenzata dal cristianesimo rigetta ciò che è il «fardello pesante da portare» e ne conserva la parte più bella, la condivisione, la voglia di andare verso l'altro:  «occorre avere questo istinto assurdo che si chiama ottimismo». Come cantante, John Morillion «prova ad avere un'etica». Sulla scena, John Morillion si esibisce con discrezione, senza esagerare. Quella sera il pubblico era composto per la stragrande maggioranza dai suoi amici di sempre, cosa che gli conferisce «quanto meno la pressione giusta», ma l'autorizza a far prova di semplicità: «non voglio avere un grande scarto tra ciò che faccio in scena e ciò che sono a casa o nella vita». Per riassumere, fare del rock senza darsi arie da rockstar.

Foto di copertina di © servizio stampa; testo: © Mélodie Labro; Video: lemouv/YouTube