società

Il giornalismo in crisi: un problema europeo

Articolo pubblicato il 09 giugno 2009
Articolo pubblicato il 09 giugno 2009
La penna democratica svanisce. Nascosta dietro gli angoli del precariato e timorosa della propria vocazione, stenta a testimoniare contro i suoi mecenati, le grandi agenzie di comunicazione e di fronte ad un'opinione pubblica il cui diritto all'informazione si vede sminuito dall'attuale crisi economica.

«Mai, nel giro di così poco tempo, si è verificata una riduzione dei livelli di pluralismo e una perdita così rapida della sostanza stessa della democrazia: la libertà d’informazione e di espressione», denuncia Paco Audije, Segretario generale associato della Fip (Federación Internacional de Periodistas). In un anno, nel Regno Unito e in Spagna si sono persi in media circa tre mila posti di lavoro, la Germania si avvicina al migliaio, mentre in Italia o in Polonia, le cifre viaggiano dai 2.500 ai 4mila licenziamenti. Dati che, secondo quanto assicurano fonti ufficiali, potrebbero essere più bassi rispetto alla realtà, senza considerare le condizioni della figura del freelance, molto diffusa nell'Unione europea, con un'importante proliferazione nei nuovi paesi incorporati. Solo in Francia, esiste una specie di “rimborso per l’intermittenza sul lavoro” che assicura una certa protezione in momenti di inattività lavorativa.

Una vocazione contraddittoria

Foto: Will Pate / FlickrIl lavoro del giornalista è molto vocazionale ma, in quest’ occasione, potrebbe risultare un'arma a doppio taglio. «Si pensa che se uno si lamenta perderà il suo lavoro, anche se è precario e mal pagato», spiega Paco Audije. «Ciò che è grave», aggiunge, «è che nel nostro caso, abbiamo la responsabilità di portavoce sociali e abbiamo paura di parlare ad alta voce delle nostre miserie». Nonostante questo, Efe, la quarta agenzia informativa più importante del mondo ha riportato ciò che le sta accadendo. Tuttavia, questo coraggio non si è ancora esteso sufficientemente per far fronte alla riduzione di personale organico. Marosa Montañés, presidentessa dell'associazione delle Giornaliste del Mediterraneo, crede che «il peggior nemico di un giornalista è un altro giornalista. Credersi meglio di un altro, la brama per l'esclusività, e l'individualismo che accompagna questa professione», va a scapito della necessità di creare urgentemente un corporativismo che «vigili con cautela gli abusi che si stanno producendo». Sin dai primi tirocini praticati dagli studenti dell'ultimo anno di università, «dovrebbe esistere una normativa che li tuteli dall'essere manodopera economica e sfruttata come, invece, sono diventati», fatto che sorprende Tanya Kostyuk, ucraina di 25 anni che afferma di sentirsi “soddisfatta” della remunerazione che ricevono i borsisti nel suo paese. «La nostra scuola di giornalismo è dura, però garantisce un lavoro degno, curioso il confronto con l'Europa». Lo scorso 16 maggio, giornalisti di tutta Europa si sono riuniti a Varna (Bulgaria) per affrontare le ristrutturazioni a cui è sottoposto il panorama dei mezzi informativi. Dichiarazione d’intenzioni un po’ improbabile, davanti alla diversità della tradizione giornalistica in questa Europa che in campo legislativo è una Torre di Babele. Paco Audije è convinto che l'idea dei collegi per giornalisti non è approvata da tutti. La normativa di autoregolamentazione, radicata nei paesi nordici; l’ordine italiano, per la quale si attribuiscono identità professionali all'interno di un sistema in cui anche i proprietari, gli editori, e la magistratura, sono presenti; l'esistenza di una commissione per i tesserini, che include sindacati e datori di lavoro, e l'incorporazione a questo accreditamento da parte di un consiglio di stampa in Germania o nel Regno Unito, mostrano la diversità di criterio adottato in questo ambito.

La qualità come antidoto

«I nostri lettori, utenti, telespettatori sono persone giuste, che riconoscono la qualità del nostro lavoro e, con la stessa rapidità, iniziano ad associarla ai nostri nomi. È questo il momento in cui uno diventa un giornalista stabile. Non sarà il nostro direttore a deciderlo, bensì i nostri lettori». Con questo consiglio, Ryszard Kapuscinski indicava già nel 1999, di fronte a una sala di giovani giornalisti a Capodarco di Fermo (Italia), la medicina con cui si poteva combattere la mancanza di un’informazione rigorosa, veritiera e completa che si pubblica tra fretta e riduzione del personale. Antidoto nel quale si riconoscono la maggior parte dei giornalisti. Dalla la Fip si ricorda che il giornalista specializzato e conosciuto finisce per essere troppo caro, però non esistono né macchine né meccanismi economici che possano sostituire la sua qualità. La Bbc fu criticata la sua copertura mediatica degli attentati di Bombay, precisamente perché accettò senza controllare che dei messaggi di cellulare, praticamente anonimi, colassero sullo schermo davanti ai suoi inviati e alle informazioni di agenzie serie. «Le società dei nuovi media», come le denomina Marosa Montañés, possono essere «sfruttate: lo sviluppo di un giornalismo cittadino e partecipativo, le reti sociali ecc. sono possibilità infinite», sempre che non siano utilizzate in aree di una diminuzione spudorata di figure professionali. «Dobbiamo imparare a capire ciò che è nuovo senza dimenticare mai che il giornalismo, anche come attività commerciale, si salverà solo se serio e veritiero», sostiene Paco Audije. «Tutte le novità della professione non devono ostacolarci, anzi devono stimolare l'esigenza di un giornalismo di qualità. Lo sostengo davanti a quelli che giungono solo alle conclusioni, senza riflettere sull'origine del disastro, e anche davanti a quelli che continuano a seguire imperterriti le nuove tecnologie incapaci di attenersi ad altri ritmi».

Una qualità che s’imponga davanti agli intenti di manipolazione del potere mediatico rappresentati da Berlusconi in Italia, dalle connessioni di Sarkozy con i proprietari dei mezzi di comunicazione, o dalla censura dei fischi durante la riproduzione dell'inno spagnolo nella trasmissione della finale della Copa del Rey su Tve. Un'attitudine capace di abbandonarsi agli eccessi perpetrati dai grandi gruppi di comunicazione, il cui fallimento si deve ad una smisurata ambizione.