società

Il cuore nero di Bruxelles

Articolo pubblicato il 20 agosto 2008
Articolo pubblicato il 20 agosto 2008
I palazzi simbolo dell’Ue hanno, nella capitale d’Europa, come vicino il piccolo quartiere “africano” di Matonge. Una passeggiata nel sogno multiculturale dell’Europa negli occhi di una polacca.

A Bruxelles sta per iniziare l’ennesimo vertice europeo. Alla luce del sole brillano i vetri dei palazzi dell’Unione europea. I giornalisti stanno in coda per la verifica dei biglietti d’ingresso. Subito dopo un metal detector controlla il contenuto di borse e tasche. Ordine e trasparenza. Il sogno dell’Europa burocratica.

Quartiere africano non vuol dire Africa

Contemporaneamente il quartiere di Matonge si prepara alla sua festa annuale. Ci vado con la speranza di partecipare ad un grande festival culturale: ho letto in Internet che questa parte della città è un vero e proprio villaggio africano.

A nemmeno 500 metri dal centro di Bruxelles, all’ingresso nel triangolo delimitato dalle vie Chaussée d'Ixelles, Chaussée de Wavre e rue de la Paix, mi accoglie uno striscione con scritto “Matonge en Coleurs” (Matonge a colori). M’immagino il quartiere, da anni luogo di ritrovo di molti immigrati africani – principalmente congolesi – come un luogo pieno di negozi di artigianato, cucina e musica “made in Africa”.

Verso le dieci del mattino i primi venditori aprono le bancarelle. Ci sono borsette e scarpe che imitano le marche famose, giocattoli di plastica e peluche “made in China“, sciarpe e abiti pachistani, oggettini dai colori vivaci di origine indiana, molta bigiotteria di scarso valore. Verso mezzogiorno tra i banchi gestiti da immigrati asiatici si aggirano centinaia di persone. Nell’aria si diffonde il profumo della cipolla appena tagliata e di salsiccia alla griglia. Altoparlanti trasmettono musica da discoteca. L’unico tratto africano è una congolese che con il suo bambino vende arte tradizionale africana, ma il suo banco è ai margini e non riscuote interesse. «Non sono riuscita ancora a vendere nulla», dice.

Museo d’Africa Centrale

Nel pomeriggio parlo con Kambisi Zinga-Botao, attore e leader del gruppo jazz The Peas Project. Come molti altri immigrati dalla Repubblica Democratica del Congo, è arrivato a Bruxelles negli anni Novanta, ma non si è stabilito a Matonge. «Ultimamente non ci vado neppure», dice sebbene non riesca o non voglia spiegarne il motivo. Sorride solo quando parla dei connazionali che d’estate stanno seduti lungo le strade sulle poltroncine di plastica. «Chi non capisce questa cultura, si innervosisce per il fatto che ingombrano la strada. Ma questa è l’Africa. Là il tempo non detta condizioni». Ma si può restare Africani e sentirsi a casa a Bruxelles? Kambisi rimane in silenzio, e con questa domanda torno a Matonge. Verso sera il festival si tinge di nero. Sotto al palco, dal quale arrivano le parole aspre del rap, non si vedono bianchi. E il dialogo tra le culture? Gli europei bianchi non girano nemmeno più tra i banchi. «Fa paura uscire là alla sera», mi dice Swietłana, che da qualche anno vive in Belgio. Un gruppo di ragazzi balla al ritmo di musica brasiliana accanto ad un Mc Donald’s. Mi chiedo cosa sia oggi "l’autentica cultura africana". Non sono riuscita a trovarla a Matonge.

L’indomani mi reco nella cittadina di Tervuren, a 15 chilometri di distanza, dove si trova il Royal Museum of Central Africa (Museo dell’Africa Centrale). Voglio vedere, cosa è successo a questa cultura. Cinquanta anni fa, quando il Congo era ancora una colonia belga, a Bruxelles si tenne l’Expo internazionale universale (1958), dedicata in gran parte proprio al Congo Belga.

Il Museo attuale spaventa ancora, con le espressioni vuote degli animali e il monumento al re Leopoldo II (1835-1909), che tuttora è ritenuto un grande statista e civilizzatore. «Irrita un po’ anche noi», mi hanno detto dei congolesi che vivono ora in Belgio. I belgi con i quali ho parlato mi hanno risposto che è una parte della loro storia che non si può dimenticare.

L’incontro nel 1948 fu scioccante sia per i belgi che per i congolesi. I primi videro gli ex schiavi istruiti, ben vestiti e sorridenti, i congolesi confusi e intimiditi si videro invitati ai propri tavoli dai vecchi padroni. La spaccatura evidente ancora 50 anni fa tra i due popoli non è stata però del tutto colmata neanche oggi. «Differenza di culture?», chiedo al Vicesindaco di Bruxelles, Bertin Mampaka, di origine congolese. «Di quali culture? Mia moglie è belga. Acquistiamo gli abiti negli stessi negozi e mangiamo insieme

da McDonald’s. Per me non è un problema. Ci sono molte persone che si adattano. Se ci sono problemi d’integrazione, molto spesso vengono da parte nostra. Gli africani devono credere in se stessi. Devono aprirsi ai bianchi, avere amici bianchi. Devono lavorare due volte di più e prendere esempio da quelli che ce l’hanno fatta. Se hanno un negozio, che siano puntuali e lo aprano alle otto. Alcune culture devono morire anche così».