società

Il boom delle case ecologiche

Articolo pubblicato il 23 luglio 2007
Articolo pubblicato il 23 luglio 2007
Politici e cittadini hanno finalmente preso coscienza dei rischi che corre la Terra. Dall’habitat ecologico agli eco-quartieri, l’Europa si tinge di verde.

Quando si costruisce o si ristruttura un immobile di qualunque dimensione, si inquina. E molto. Basti pensare che il settore dell’edilizia provoca l’emissione del 25% dei gas serra. La situazione non è più incoraggiante riguardo il consumo d’energia. «In Francia il settore edile contribuisce al 45% del consumo energetico» spiega infatti Christophe Bombled, dell’associazione Gli amici dell'EcoZAC.

I privati non sono da meno. Il consumo d'acqua pro-capite nell'arco di un secolo è passato da 7 a 150 litri, mentre la quantità di rifiuti giornaliera tocca ormai i 25 milioni di tonnellate annue. Senza dimenticare l’aspetto sanitario: qualità dell’aria, problema amianto, composti volatili nelle vernici, radon e monossido di carbonio provocano solo in Francia circa 200 decessi all’anno.

Gli europei, tuttavia, sembrano aver preso coscienza della gravità del fenomeno. Lo testimonia uno studio francese dell’Istituto Louis Harris, ordinato dall’Agenzia francese per lo sviluppo e il controllo dell’energia e pubblicato nel giugno 2004: il 98% delle persone intervistate auspica lo sviluppo delle energie rinnovabili mentre l’80% le considera le energie del futuro.

Anche le istituzioni hanno affrontato la questione attraverso due recenti progetti di legge: il piano Clima 2004 e la legge “Orientamento sull’energia” il cui obiettivo è quello di dimezzare il consumo di energia da qui al 2008.

Materiali naturali, ma soprattutto sani

Costruire o ristrutturare una casa affinché ottimizzi il consumo di energia e immetta nell’atmosfera la minor quantità di gas inquinanti è diventata ormai una necessità. La norma Hqe (haute qualité environnementale, "alta qualità ambientale") si erige a norma di riferimento. Avere una casa ecologica significa scegliere energia pulita per il riscaldamento o l’elettricità (eolica, pompe di calore, solare termico o fotovoltaico), installare mezzi di regolazione per l’acqua (impianti a basso flusso, recupero delle acque reflue) utilizzare materiali considerati sani, come il legno per i muri e la canapa come isolante. A tal proposito bisogna distinguere i materiali “naturali” da quelli “sani”: «l’amianto è un materiale naturale ma è lungi dall’essere sano» avverte la Federazione Francese dell’Edilizia (Ffb). La casa ragionata – detta "passiva" – è attenta anche all’architettura, in particolare a quella bioclimatica. Secondo la scuola energetica tedesca un edificio con un consumo energetico ridotto (inferiore a 15kWh/m2/anno) può offrire tutto l’anno una temperatura ambiente gradevole senza l’utilizzo del riscaldamento convenzionale.

Una scelta redditizia a lungo termine

Tutto ha comunque un costo. Si tratta di un vero e proprio investimento a lungo termine che ha due risvolti. Da un lato, la costruzione dell'edificio biologico necessita di materiali costosi. Dall’altro, la componente passiva è assolutamente conveniente: per quest’ultima non è prevista l’installazione dell’impianto di riscaldamento che rappresenta uno degli aspetti più onerosi nella costruzione di una casa classica.

Quentin Foulard, un architetto specializzato nella costruzione di case ecologiche, considera questo tipo di abitazioni convenienti in tutto e per tutto. «Mentre costruire di una casa bio costa il 30% in più rispetto a una casa classica, l'aumento dei costi per una casa passiva varia tra il 10 e il 15%». Ma grazie alla riduzione del dispendio energetico «la casa passiva è redditizia nell’arco di 5-10 anni». Gli strumenti per far sì che le case ecologiche diventino la norma dunque non mancano. «Dal punto di vista tecnologico siamo nella media» assicura la Ffb. I danesi e i tedeschi sono avanti: hanno ridotto il loro consumo energetico abitativo a 15kWh/m². Per spirito d’emulazione la Francia si è posta l'obiettivo di ridurre il consumo da 90 a 50kWh/m² da qui a 5 anni.

L’Europa degli eco-quartieri

Dal 1994 al 2004 la campagna europea delle “città sostenibili” ha generato esperienze pilota in alcuni grandi centri abitati.

A Friburgo (Germania) il progetto si sviluppa sul modello della “città-giardino” ideato in Gran Bretagna alla fine del XIX secolo, durante la Rivoluzione Industriale. Si tratta di un progetto urbano che accorpa case popolari, giardini e architettura paesaggistica. I quartieri di Vauban e Riesenfeld – che contano 15mila abitanti e si trovano a 4 km dal centro di Friburgo – sono nati sulle seguenti basi: abitazioni a basso consumo, produzione condivisa, recupero delle acque reflue, priorità assoluta ai trasporti in comune, ai pedoni e ai ciclisti. Tutti gli edifici sono a basso consumo poiché i sistemi di isolamento e ventilazione delle case permettono di abbassare considerevolmente il consumo di energia. Molti edifici combinano pannelli solari termici e fotovoltaici.

In Inghilterra il Beddington Zero Energy Development (BedZed) è il primo villaggio “a zero spreco d’energia”. Inaugurato nel 2002, si trova a venti minuti di treno a sud di Londra. È dotato di un dispositivo ingegnoso, costruito attorno a uno scambiatore, in cui l’aria viziata che fuoriesce cede il calore all’aria fredda che penetra. L’architetto Bill Dunster, ideatore di questo progetto pilota, ha voluto ricreare una tradizionale città-giardino all’inglese, intensificando quanto più possibile lo spazio urbanizzato. D’altronde la metà degli alloggi sono riservati alla Fondazione Peabody per le famiglie con basso reddito. BedZed utilizza al massimo i materiali naturali, rinnovabili o riciclabili – legno, mattoni, strutture metalliche – disponibili nel raggio di 50 km, per favorire l’economia regionale e limitare i trasporti. Gordon Brown, il Primo Ministro britannico, ha annunciato un progetto per lo sviluppo di cinque “eco-città” in tutta l’Inghilterra.

A Barcellona, invece, la riqualificazione del quartiere Poblenou si basa sulla creazione di nuovi spazi pedonali e la riorganizzazione delle attività. Quest’ultima su richiesta degli abitanti. La studiata riqualificazione dei 4600 alloggi della zona industriale, un tempo abitati clandestinamente, permetterà di reintegrare questa parte della città fino a ora emarginata.