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I quindici di fronte ai movimenti sul filo della democrazia: esiste una via europea?

Articolo pubblicato il 16 novembre 2002
Articolo pubblicato il 16 novembre 2002
Che deve o può fare uno Stato democratico quando si trova davanti a un movimento che mette in discussione la natura del suo governo?

La recente illegalizzazione di Batasuna pone una questione antica da una prospettiva differente: che cosa deve fare uno Stato di fronte a un movimento o partito che, per una ragione o un’altra, si pone al limite o fuori dal campo della democrazia? La illegalizzazione pura e semplice era fino a poco tempo fa inconcepibile, però è stata favorita dal vento di autoritarismo e dalla mano dura che si è sollevata nel clima internazionale dall’11 settembre. Posto che ciascun paese si confronta con movimenti particolari e secondo una propria tradizione, cercheremo di capire se è possibile parlare di una via europea di fronteggiare tali situazioni.

Mettere in discussione la democrazia.

Che deve o può fare uno Stato democratico quando si trova davanti a un movimento che mette in discussione la natura del suo governo?

Distinguiamo prima di tutto due modi possibili di mettere in discussione un governo democratico. Il primo consiste nel mettere in discussione i suoi confini, ovvero di difendere l’indipendenza di una regione. Questi movimenti nazionalisti sono sempre più frequenti in Europa e sono stati quasi banalizzati, dalla recente tendenza del PNV verso una semi-indipendenza, passando per il Vlaams Blok fiammingo, fino agli energumeni della Lega Nord in Italia. Tutti toccano, con molta frequenza, la fibra nazionalista di una regione, giocando con il fuoco delle identità e rompendo la solidarietà nazionale. Il secondo modo è mettere in discussione la propria democrazia. Questi movimenti antiparlamentari di solito difendono regimi autoritari contrapposti alla lentezza del processo democratico. Partiti fascisti o fascistoidi, o semplicemente populisti, trionfano nelle democrazie europee con discorsi razzisti e autoritari, nazionalisti prima di tutto. Si tratta, ovviamente, del Fronte Nazionale Francese, del FPÖ austriaco e della lista Pim Fortuyn in Belgio.

Che può fare uno Stato democratico di fronte a tali partiti? All’inizio niente, visto che è democratico e deve garantire la libertà di espressione. Senza dubbio molti settori chiedono che tali partiti siano messi fuori gioco, in un modo o in un altro, negando loro il diritto di partecipare alla democrazia. Il rifiuto di alcuni giornalisti francesi di intervistare il leader del FN, o anche la reazione negativa della UE quando si è formato il governo di coalizione di destra in Austria o l’assassinio di Pim Fortuyn in Olanda, possono essere considerati come tentativi di negare la parola a persone o gruppi considerati pericolosi. Non ci pronunceremo sulla pertinenza di tali iniziative, ma c’è da dire che di sicuro sono pericolosi: questi partiti sono esperti nello sfruttare queste aggressioni in loro favore e nel guadagnare voti dicendo che i veri democratici sono loro. Però i governi non intervengono in tali azioni e di solito accondiscendono la presenza di questi partiti: Mitterrand ha utilizzato il FN per neutralizzare l’opposizione delle destre in Parlamento e l’ondata di destra ha portato al governo diversi di questi partiti: il FPÖ, i liberali portoghesi, la Lega Nord, la lista Pim Fortuyn fino a (per fortuna) pochi giorni fa, i nazionalisti danesi... in ogni caso è un fatto che un governo democratico non può agire contro un partito basandosi sull’espressione: per fortuna!

La frontiera è nelle armi.

C’è una sola eccezione a questa regola d’oro: se un partito incita alla violenza deve vedersela con la giustizia, e ancor di più se è legato, più o meno, ad un movimento violento illegale, clandestino, che sia nazionalista o antidemocratico.

Di fronte a tale situazione lo Stato ha la possibilità e il dovere di mettere un punto. Infatti, e in questo senso vorremmo mostrarci fermi, un movimento violento non ha spazio in una democrazia vera, anche quando difende una giusta causa, e non merita lo sguardo indulgente che riceve dagli eredi di certa tradizione di sinistra, secondo la quale la legittimità della Rivoluzione giustifica l’uso delle armi. È una finzione assoluta in una democrazia vera, e un’idea tanto o più pericolosa del neofascismo di Jorg Haider. D’altra parte è facile chiudere un occhio davanti ai problemi del vicino e dire che lì forse la lotta è giustificata, come succede con l’ETA, che riceve benevolenza da certi pseudo-pensatori francesi o italiani, come accadde con le Brigate Rosse.

Come può reagire uno Stato davanti a tali movimenti violenti o implicati in atti violenti? Secondo noi ci sono tre possibilità:

La prima è considerare che il partito legale deve essere usato come mezzo di comunicazione per ottenere un dialogo che apra il cammino verso la pace. Lo Stato introduce così una doppia legittimità, quella delle rivendicazioni del movimento violento, senza per questo ammettere la violenza, e quella del partito come ponte teso verso il dialogo. Questo è possibile, poi, solo quando lo Stato ha la possibilità di dare risposte alle rivendicazioni. È ciò che è successo con gli accordi del Venerdì Santo in Irlanda, firmati dal Sinn Fein, braccio politico dell’IRA. Non è il caso della tregua dichiarata dall’ETA nel 2000, accordata con il PNV, senza la predisposizione al dialogo del governo centrale.

La seconda possibilità è provare a distruggere il movimento violento con la polizia e i servizi segreti. In alcuni casi i governi decidono di concentrarsi soprattutto su questa strada, come ha fatto per anni il governo spagnolo del PP, ignorando il partito politico. È ovvio che questa opzione è legittima, ma spesso i governi sorpassano i limiti e si dedicano alla “guerra sporca”, all’assassinio in massa di coloro che fanno lotta armata. La giovane democrazia spagnola durante gli anni del PSOE sembrava persa, manteneva le strutture della lotta istituzionale clandestina ereditata dal regime franchista, con i tristemente famosi GAL. Anche il governo britannico ha commesso lo stesso errore per anni nell’Irlanda del Nord. Per fortuna oggi sembra difficile seguire questo cammino, anche se bisogna sottolineare quanto è preoccupante il fatto che molta dell’opinione pubblica si mostri favorevole in proposito, a cominciare da quella spagnola.

La terza e ultima possibilità è meno conosciuta, si tratta della illegalizzazione pura e semplice del partito. Nel suo articolo Antonio Asencio analizza in questo senso il caso di Batasuna, ma possiamo dire che questa strada non si può seguire a meno che si dimostri che il partito è realmente implicato nell’azione violenta o nel suo finanziamento. Questa soluzione legale può essere utile nella lotta contro la violenza, ma deve essere utilizzata con attenzione, nel rispetto particolare della base sociale del movimento.

Due tendenze europee, nessuna via comune.

In previsione delle molteplici situazioni che abbiamo esposto rapidamente, non crediamo che esista una via europea che risponda a questi problemi, ma possiamo segnalare due tendenze che sembrano estendersi sul continente. Da una parte l’allarmante normalizzazione dei partiti non direttamente violenti ma al limite della democrazia. Assistiamo in effetti alla fine dell’ostracismo dei neofascisti che hanno regnato per anni in Europa, semplicemente a causa degli esiti elettorali che hanno raccolto, che portano numerosi partiti classici conservatori ad accettarli come alleati o, non so cosa sia peggio, a recuperare in loro favore gli argomenti da questi utilizzati. Dall’altra parte la via legale. Fino ad ora, e gli ultimi esempi sono il Venerdì Santo e le negoziazioni su Córcega, la strada del dialogo era considerata l’unica per fronteggiare definitivamente i movimenti violenti, ma oggi la via legale apre nuove possibilità, che saranno sicuramente sfruttate.

Foto: (c) p.franche/flickr