società

Gyorgy Dragoman: «Vi racconto gli orrori del regime»

Articolo pubblicato il 23 giugno 2007
Articolo pubblicato il 23 giugno 2007
«I bambini dovettero diventare genitori di se stessi perché non c’erano padri che potessero difenderli.» Così il trentaquattrenne scrittore e traduttore ungherese Gyorgy Dragoman descrive il passato regime comunista.

Lo scrittore è nato in Romania, ma da vent’anni vive in Ungheria. Ha tradotto in ungherese alcuni dei più importanti autori, come Beckett, Joyce, e il libro Trainspotting di Irvine Welsh. Forse era destino, visto che il suo cognome - Dragoman - nei Paesi del Medio Oriente significa, appunto, «traduttore». Gyorgy ha scritto diversi racconti, fiabe e pièces teatrali. Come scrittore ha debuttato nel 2002 con Ksig destrukcji (“Il Libro della distruzione”), per il quale ha ottenuto il Bordy Prize, il prestigioso premio in memoria dello scrittore ungherese Sandor Brody. Il suo secondo romanzo Biay Król ("Il re bianco"), recentemente pubblicato anche in Polonia, gli è valso il premio in memoria dei due scrittori ungheresi Tibor Déry e Sándor Márai.

Nonostante i molti successi, Gyorgy Dragoman è un uomo eccezionalmente timido e di poche parole. Sembra stupito dalla popolarità del suo libro. Lo incontriamo nel famoso locale degli artisti in via Wola a Varsavia, per la presentazione della traduzione polacca del libro Il re bianco. Una raccolta di racconti che mostra il volto crudele dell'Ungheria comunista tramite gli occhi del giovane protagonista, un bambino di undici anni.

«Merito di un portiere...»

«L’idea di utilizzare come protagonista e narratore un bambino – spiega lo scrittore – mi è venuta all'improvviso. Quattro anni fa vidi alla televisione una persona che tutti credevano fosse morta: Helmut Ducadam, un noto portiere romeno che nel 1986 parò quattro rigori alla finale della Coppa Uefa e poi scomparve. Circolavano voci sul fatto che il dittatore Nicolae Ceausescu gli avesse spezzato un braccio perché invidioso del suo successo. Poi, improvvisamente, come se niente fosse, comparve in televisione, ma non volle rivelare cosa gli era capitato! Raccontò invece un fatto che mi colpì molto: dopo l'esplosione di Cernobyl ai portieri fu raccomandato di toccare il meno possibile il pallone perché questo rotolava sull'erba radioattiva. Un portiere che non può toccare la palla mi sembrò una cosa talmente assurda da poter essere raccontata, seriamente, solo da un bambino».

La violenza genera violenza

Le storie di questo libro sono per lo più tristi e commoventi. Pieni di crudeltà, prepotenza, corruzione. Il padre del protagonista viene arrestato perché oppositore del regime, il nonno è un vecchio membro del Partito Comunista che disconosce il figlio, la madre si sforza di mantenere un’apparenza di normalità. Gli adulti subiscono una continua oppressione da parte del sistema. Molti di loro si sfogano sui bambini. «Siamo dovuti diventare i genitori di noi stessi perché non c’erano padri che potessero difenderci» ricorda lo scrittore.

L’infanzia perduta è un tema molto amato dagli artisti. Spesso viene idealizzata. Ma Dragoman non prova nostalgia. «Non la dimentico di certo, altrimenti di cosa scriverei? Ma penso che il mondo dei bambini sia più violento di quel che si creda perché anche loro devono lottare per affermarsi nel gruppo. Possono essere incredibilmente crudeli nei confronti dei loro compagni. Nel mondo dei bambini, dove il più forte è il capo della banda, si può già capire come funziona la dittatura!"

Un ungherese dall'occhio straniero

Gyorgy Dragoman è molto timido. Non è semplice guadagnare la sua fiducia, ma il discorso sull’infanzia ha evidentemente toccato un tasto sensibile. Passiamo dunque al tema meno personale, almeno all'apparenza, dell’identità. Dragoman nacque nel 1973 in Transilvania, ma all’età di 15 anni emigrò con tutta la famiglia in Ungheria. «Fu un'esperienza difficile» ricorda. Nonostante la sua biografia sia complicata quanto la storia della sua terra d'origine, Gyorgy non ha dubbi sulla sua identità. «Sono ungherese. In un certo senso, penso di essere stato fortunato. Come disse una volta Joyce...se vuoi essere un innovatore, devi perdere la tua famiglia, la tua patria, la tua religione. Proprio quello che è successo a me» conclude con un sorriso ironico. Ma è un ungherese «venuto da fuori» e quindi capace di analizzare freddamente la situazione attuale del Paese. Dragoman sta pensando di scrivere un libro sulle recenti proteste antigovernative, proteste che non può paragonare alla passata lotta al regime. «La caduta del sistema – spiega infatti – fu un momento magico, estatico. Dopo tanti anni di comunismo era difficile credere che fosse vero. Quello che accade ora è solo un eco di quei tempi».