società

G(r)attini

Articolo pubblicato il 20 settembre 2007
Articolo pubblicato il 20 settembre 2007

Il gatto è indubbiamente fra gli animali prediletti dagli Europei.

Quando sono raffreddati i francesi se ne sentono uno dans la gorge, “nella gola”, laddove i loro vicini inglesi sentono “grattare una ranocchia” to have a frog in one’s throat.

In Germania si “ha un gatto” la difficile mattina che segue una nottata particolarmente etilica, e il mal di testa del post-sbornia sarà un Katzenjammer, “una miseria di gatto”.

Un teutonico sforzo che non porti a nulla di buono, poi, sarà ancora attribuito al felino: Das war alles für die Katz, “era tutto per il gatto”.

Da simpatico animaletto domestico, il gatto, se nero, si trasforma in sinistra creatura portatrice di sventura nell’immaginario di francesi, spagnoli e italiani. Può essere anche associato alla sofferenza. Il “gatto a nove code”, ad esempio, strumento di tortura utilizzato principalmente dai marinai e composto da nove strisce di cuoio con punte metalliche, porta lo stesso nome ovunque: chat à neuf queues in Francia, gato de nueve colas in Spagna o neunschwänzige Katze in Germania. Gli inglesi lo hanno addirittura istituzionalizzato: cat o’ nine tails indica una misura disciplinare dell’esercito britannico.

Sono i francesi in definitiva quelli più matti per i gatti. Non meravigliatevi se, in risposta a una vostra domanda, uno di loro vi dirà che “dà la sua lingua al gatto”: il donne sa langue au chat semplicemente perché non sa cosa dire. Se poi ha d’autres chats à fouetter, non insistete: ha altre, più urgenti gatte da pelare, piuttosto che rispondervi.

Se, infine, vi preannuncia che ha intenzione di appeler un chat un chat “chiamare gatto un gatto”, aspettatevi una risposta franca, senza peli sulla lingua.