società

Gli scugnizzi di Berlino

Articolo pubblicato il 30 agosto 2007
Articolo pubblicato il 30 agosto 2007
Nella capitale tedesca un bambino su tre vive di sussidi. A lanciare l'allarme è il quotidiano Tagesspiegel. Siamo andati a verificare sul posto.

Sigaretta in bocca, pettinature ribelli, piercing. Una cricca di adolescenti è in pausa davanti all’entrata della vecchia scuola. Nei corridoi una Lolita d’una decina d’anni gioca tranquillamente a Karaté kid con la sua banda di amiche, mentre dei ragazzini sonnecchiano. Nel cortile dotato di un magnifico campo da gioco, dei bambini insudiciati s’intrattengono tra altalena e campana, altri spingono dei camioncini-giocattolo. Ci troviamo nell'asilo della parte orientale di Berlino (sotto il giogo comunista fino all'89ndr) gestito dall’associazione Die Arche (l'Arca), fondata nel 1995 dal pastore Bernd Siggelkow. «Lasciate che i bambini vengano a me», invita 'Die Arche' tra i palazzoni grigi ereditati dall’epoca comunista. Ogni giorno circa 300 giovani di tutte le età trovano rifugio tra le braccia dell'associazione, mentre il degrado di Marzhan-Hellensdorf, il quartiere circostante avanza impietoso nonostante gli investimenti consecutivi alla riunificazione. Sotto la stazione del metrò (impeccabile), edifici smaltati e piazzette colorate celano una miseria galoppante.

«Sempre e solo promesse elettorali»

«Nel quartiere circa il 45% delle madri non sono sposate», dichiara il pastore Kai-Uwe Lindloff, direttore della struttura da sei anni. «Senza contare una disoccupazione endemica: dall’oggi al domani tutta una generazione di lavoratori si è ritrovata fuori dal mercato del lavoro, con impieghi obsoleti e competenze inadatte ai nuovi standards. «Fuori dal giro», «perduto», è così che si presenta Omas, seduto con altri adulti al refettorio nel seminterrato. «Sono disoccupato da quattro anni. Vengo qui tutti i giorni da sei mesi per sentirmi meno solo», spiega. Anche Kathrin 20 anni, due figli di quattro e un anno, senza posto all’asilo nido, «perché non lavoro», viene qui per poter parlare con qualcuno. Il circolo è vizioso. Il Ministro della famiglia Ursula von der Leyen ha annunciato che verranno creati 750mila posti negli asilo nido da qui al 2013. «Sono solo promesse elettorali» commenta Lindloff, «che riguardano prima di tutto i privilegiati. Mancano i finanziamenti!» A 46 anni, madre di tre bambini, Andrea si aggrappa ad un orizzonte più promettente. In prospettiva c'è una una formazione di vendita. «Con i suoi gemelli di 10 anni, frequenta l’Arche da sei anni», confida l’educatrice che ci fa da interprete. «Noi siamo una seconda famiglia per alcuni bambini», spiega con pazienza il Pastore che ha coinvolto donne e bambini nell’avventura. «Li aiutiamo a crescere. Nessuno là fuori dà loro attenzione, nessuno pensa a valorizzarli. Nelle loro famiglie come a scuola, si offre loro solo un’immagine negativa».

«Capitale della povertà infantile»

Secondo un’inchiesta del quotidiano Tagesspiegel «alla fine del 2006 più di un bambino su tre dipendeva dai contributi sociali, ossia 10mila in più in un anno. Sui 325mila beneficiari del collocamento per la disoccupazione 90mila hanno figli a carico. «Berlino è la capitale della povertà infantile», non esita a precisare Sabine Wahlter, della lobby Kinderschutzbund (Confederazione per la protezione dei bambini), commentando queste cifre. «La città deve fare attenzione. La metà della nuova generazione rischia di crescere senza speranze».Una scommessa per la capitale tedesca, che brilla per la sua effervescenza, ma è ancora vittima dell’eredità comunista. Il tasso di disoccupazione è del 17,5% contro l’8% nazionale. Il debito della città pesa quasi 60 miliardi di euro. Difficile arginare il rischio di povertà, che dipende dalla disoccupazione, certo, ma anche da offerta formativa, accesso all’insegnamento e accompagnamento dei bambini di meno di tre anni. Tutti aspetti su cui la Germania pecca. Tipico degli Stati sociali vecchio stampo, il suo sistema di redistribuzione delle risorse non favorisce l’occupazione. Le madri sono particolarmente discriminate dall’assenza di mezzi per conciliare vita professionale e familiare.

13,5% dei berlinesi sono poveri

Senza contare il numero di lavoratori poveri. Sì, perché la Germania è, con l'Italia, uno dei sette Paesi dell’Ue a non avere un salario minimo, se non per settore. Conseguenza: se il suo tasso di povertà la posiziona in una buona media europea, questo è passato dall’11,7% nel 1993 al 13,5% nel 2003 e continua a crescere.

Sul campo, attori sociali e Ong non finiscono di denunciarne l’incremento. «Contiamo sempre più bambini per le strade», si allarma il responsabile dell’associazioneStrassenkinder (Bambini di strada). «Vagabondano per ragioni economiche, ma anche perchè sono maltrattati, picchiati, molestati laddove mancano affetto e attenzioni» Fenomeno che resta comunque minore rispetto ad altre capitali europee. Dal 60% al 70% di questi bambini di strada verrebbero dall’Est, secondo Eckard Baumann. Anche Manfred Endom, un educatore incontrato sul posto, attacca:

«I bambini sono la fascia debole della società e non possono farsi sentire». Ma i portavoce esistono. Comme la lobby Eurochild che ha pubblicato nel gennaio 2007 un rapporto molto istruttivo, intitolato Sradicare la povertà infantile in Europa. Al suo interno confrontate le situazioni in ciascuno dei Paesi membri, ma anche chiarite le poste in gioco per le generazioni a venire.