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Giovani calciatori africani: l’Europa, un sogno pericoloso

Articolo pubblicato il 11 giugno 2010
Articolo pubblicato il 11 giugno 2010
I club europei sono pieni di giocatori di origine africana. Chi più chi meno celebre, rappresentano dei modelli per tutti i giovani dei loro rispettivi paesi: sono in tanti a cercare di seguire le loro orme. Ma a quale prezzo?

Nel 2003, una squadra della prima divisione belga, il KSK Beveren, schierava dieci ivoriani su un totale di undici giocatori titolari. Una piccola rivoluzione per il comune delle Fiandre Orientali, dove il Vlaams Block, partito fiammingo di estrema destra, all’epoca otteneva il 25% dei voti. Tutto è iniziato nel 2001, quando Jean-Marc Guillou, fondatore di una scuola-calcio in Costa d’Avorio, divenne amministratore delegato della società, allora in perdita. Propose un apporto annuale di quattro giocatori provenienti dalla sua scuola, per rimettere in piedi la squadra.

La scuola di Jean-Marc Guillou (JMG académie) fa parte di questi nuovi centri di formazione aperti dagli europei sul continente africano. Scuole-calcio spuntano un po’ ovunque, ma le strutture ufficiali sono rare. Queste si preoccupano di formare i giovani calciatori locali senza interrompere il processo di scolarizzazione, indirizzando i giocatori più promettenti verso una carriera internazionale o nazionale, e garantendo ai meno dotati una reintegrazione.

... ma le strutture restano un optional

Inseguendo gli idoli

In Senegal, circa un milione di giovani ha una licenza "calcistica". In migliaia si accalcano per riuscire ad entrare in un centro riconosciuto, tutti guidati dai loro modelli, oggi grandi stelle del pallone. Samuel Eto’o, Salif e Seydou Keïta, Salomon Kalou, "Baky" Koné e Yaya Touré sono cresciuti tutti in Africa, e oggi conoscono una carriera di livello internazionale. Ancora oggi sono molti ad espatriare per tentare fortuna in Europa. Giovani prodigi del calcio sacrificano tutto per raggiungere l’eldorado europeo, le sue leggendarie società e gli stipendi da favola. Se in molti tentano l’avventura, non tutti intraprendono la strada giusta. Tra le scuole "bidone", i falsi agenti e i trasferimenti dei minori, le truffe sono sempre dietro l’angolo.

In Europa i calciatori africani possono fare fortuna, come è il caso di Eto'o, o cadere in disgrazia, come è capitato a molti di loroYannick Abéga aveva 13 anni quando ha lasciato la sua terra natale, il Camerun, per la Spagna. Una zia lontana lo ha messo in contatto con un agente spagnolo, Marc Salicrú Massegú. I genitori hanno firmato un contratto e pagato il biglietto aereo. Per ragioni amministrative, la "zietta" diventa tutrice del ragazzo. Con la testa piena di promesse, il ragazzo è euforico e sogna già il Real, la squadra madrilena che ha accolto qualche anno prima Samuel Eto’o. Una volta arrivato nel Vecchio Continente, viene sottoposto ad un provino dietro l’altro in giro per la Spagna, ma senza nessun risultato. Finisce in un centro di formazione a Maiorca, dove resterà due anni. Dopo i quali riprenderà a fare provini, ma senza successo. Senza più notizie del suo agente, senza squadra, né documenti, scappa in Francia. A Parigi viene accolto dall’associazione Foot Solidaire che lo aiuterà a risolvere la sua situazione di irregolare.

Dal sogno alla strada

Nonostante le regole ferree introdotte dalla Federazione Internazionale di calcio (FIFA) nell'ottobre 2009, le strutture ufficiose e gli pseudo agenti e reclutatori continuano ad operare nel continente africano. Eppure il regolamento della FIFA è chiaro: qualsiasi trasferimento internazionale di minore è proibito. La società formatrice deve dare la sua autorizzazione, la FIFA deve rilasciare un certificato e il giocatore deve essere tesserato dalla federazione. La procedura ideale sarebbe un contratto stipulato tra le società interessate, con un intermediario delegato dalla società ospitante.

Sfortunatamente le vittime di agenti senza scrupoli sono ancora numerose. Sei giovani maliane, di cui una vive ancora oggi in clandestinità, hanno subito direttamente gli effetti del business del calcio. Giocatrici di livello nazionale nel Mali, sognavano una carriera all’estero. Un giorno un "agente" le contatta. Dice di venire per conto del RC Saint- Étienne in Francia e di essere in cerca di giocatrici motivate per riuscire a potenziare la squadra francese. Le ragazze firmano il contratto senza porsi troppe domande e corrono all’ambasciata francese per ottenere il prezioso lasciapassare, che riescono ad ottenere immediatamente, a fronte di una procedura normale che prevede una trafila di giorni, se non mesi. Pagano il biglietto aereo di tasca loro e partono per la città verde. In Europa sono ospiti di una grande società di calcio nazionale, e stanno in un appartamento messo a disposizione dalla società stessa, la quale provvede anche a sborsare denaro. Ma nessun contratto e quindi nessuno stipendio e dei permessi di soggiorno che si succedono uno dietro l’altro, fino all’arrivo di Nicolas Sarkozy e al conseguente inasprimento delle regole che ne seguì. La prefettura non ha più intenzione di rilasciare loro il prezioso sesamo. Da quel momento, la società le caccia, togliendo loro anche l’appartamento. Le ragazze si ritrovano per strada.

Obiettivo: fare del calcio un volano dello sviluppo

Iniziative

Tuttavia la situazione non è ovunque così nera e le procedure ufficiali esistono ancora. L’associazione Diambars, fondata da ex-giocatori professionisti - Jimmy Adjovi Boco, Patrick Vieira et Bernard Lama- si è istallata in Senegal e da poco anche in Sudafrica. Il suo motto: "le foot passion, un moteur pour l'éducation". Le strutture di Diambars affiancano alla formazione sportiva un’educazione scolastica così da poter garantire, in ogni caso, un futuro ai ragazzi. Alcuni giocatori hanno già firmato un contratto con delle società europee, in Norvegia o in Francia. Un esempio e una speranza per tutto il continente.

Foto: [phil h]/flickr; Alessandro Silipo; Sylvia Gutiérrez/flickr; Development works photos/flickr