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Giornata Internazionale dei rom: la prima minoranza in Europa

Articolo pubblicato il 07 aprile 2008
Articolo pubblicato il 07 aprile 2008
Incontro con Aladár Horváth, militante ungherese per i diritti degli zingari. «I rom sono stereotipati come poveri, pigri e sporchi: queste sono le nostre manette».

Sono a Budapest, nell'ufficio di Aladár Horváth, Presidente della Fondazione per i Diritti Civili dei rom e della Gandhi Public Foundation, e un professore sta traducendo per me. Benché il tono delle argomentazioni sia deciso e combattivo, Horváth ha un’aria umile e modi ospitali che smorzano la tensione Questo attivista dalle spalle larghe dà risposte profonde ed articolate, e non c’è da stupirsi che sia stato consulente dell'ex Primo Ministro Peter Medgyessy.

Nel 1988, negli ultimi giorni del regime comunista di János Kádár, Horváth partecipò al Lakitelek, un meeting di riformisti e politici, considerato come il nucleo originario della svolta post-comunista. I rom vinsero la loro battaglia a fianco dell’Anti-Ghetto Commitee, uno dei primi gruppi a combattere per i diritti civili dell’est Europa, che ha aperto la strada per la libertà delle minoranze.

Una delle battaglie più famose riguardò la costruzione di un campo a Miskolc, terza città ungherese per numero di abitanti e a forte presenza rom. Il progetto? Ventinove metri quadrati ciascuno, 168 appartamenti senza riscaldamento né impianto idraulico e distanti venti chilometri dalla città. Questo avrebbe significato, per gli inquilini, soltanto segregazione razziale.

I rom in un reality show

«È molto difficile fornire un quadro esaustivo della popolazione rom e interpretarne le richieste» esordisce Horváth. «Centoventimila famiglie classificate come "zingare", anche se appartengono a culture diverse». Questo termine si usa, infatti, per definire talmente tante persone che crea solo caos. Secondo Horváth «i rom sono stereotipati come poveri, pigri e sporchi, il che porta al pregiudizio e alla creazione di un’immagine irrevocabilmente negativa».

Si prenda ad esempio Gyozike,, un reality ungherese che racconta la vita quotidiana di una famiglia rom diventata ricca dopo che il padre ha avuto successo come cantante del gruppo pop Romantic. «Presenta una situazione lontanissima dalla realtà», commenta Horváth.

«Un successo e uno status sociale così elevato non sono comuni tra i rom. Lo show televisivo fa passare il concetto che, se una piccola parte di questa popolazione dispone di risorse economiche, anche gli altri possono facilmente ottenerle».

Stereotipi come questo impediscono a molti di trovarsi un’occupazione e questo contribuisce ad alimentare il ciclo di povertà in cui i rom sono intrappolati. Secondo Horváth «ignoranza e tensione razziale sono le principali forze che stanno dietro alla povertà».

Nel reality, Gyzike il protagonista a la moglie, Bea Asszony, iniziano le pratiche per il divorzio dopo che lei l’ha tradito. Guardate la sua reazione della donna dopo che il marito le ha bloccato le carte di credito.

Nazionalismo è segregazione razziale

Horváth vede la spinta a creare una nazione rom come un «progetto di nazionalisti anti-rom». Questa complessa categoria etnica non rappresenta realmente le persone raggruppate sotto questa etichetta. «Il problema è che la società raggruppa artificialmente le persone, costringendole a quella che, di fatto, è una semplice variante della segregazione su base etnica». Purtroppo anche la discriminazione può agire come fattore di unificazione razziale e, conclude Horváth, «questo può far giungere ai ferri corti rom e non-rom, con conseguenze che non possiamo prevedere».

La politica oggi osteggia la povertà allo stesso modo in cui osteggia gli zingari. «È come se i problemi sociali fossero stati ridotti alla questione dei rom, tanto che un cittadino oggi crede facilmente che uno zingaro sia per forza povero o delinquente, e che chiunque sia povero, di conseguenza sia (come) uno zingaro».

Di fronte a questo bombardamento mediatico perfino il discorso dei politici oggi risulta inquinato. Horváth ricorda un sindaco della Transilvania che sostenne che lui e la sua città erano molto felici della presenza degli zingari in quanto questo significava avere buoni artigiani a portata di mano, e di un altro che, invece, si dichiarava molto contento di non conoscerne nessuno nella sua regione.

«Assimilazione e integrazione sono i due lati della stessa medaglia chiamata libertà», insiste Horvath con un sorriso che scalda il suo viso serio. La disperazione produce effetti invisibili sui più svantaggiati: «Questi pregiudizi sono le nostre manette, le catene che ci rendono tutti quanti schiavi».

Il pubblico in visibilio durante un concerto di Gyzike, il protagonista del reality criticato da Horváth