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Georges Marion: «Chi resta in Francia si crede al centro del mondo»

Articolo pubblicato il 22 settembre 2007
Articolo pubblicato il 22 settembre 2007
Ex corrispondente del quotidiano Le Monde, il francese 64enne parla a braccio di giornalismo ed Europa.

Georges Marion è arrivato con un ritardo dei più prevedibili. Luogo di incontro: Sarah Wiener, un caffè affollatissimo nei pressi della Unter den Linden, il viale storico di Berlino-Est, oggi epicentro politico della capitale riunificata.

Ex corrispondente del quotidiano francese Le Monde ad Algeri, in Africa Australe, in Israele e poi in Germania, Marion è un habitué delle interviste. Quante ne avrà già realizzate da giornalista? Centinaia certamente, migliaia forse. Ai suoi occhi un' intervista riuscita è quella che conserva a lungo il suo significato, anche molto tempo dopo la sua realizzazione e pubblicazione.

Al contrario, un'intervista mancata è quella che non porta alcun elemento nuovo. Poi ricorda l'incontro avuto con l’ex Presidente francese François Mitterand: «dovevo incontrarlo perché avevo bisogno di materiale per un libro che stavo scrivendo, ma tutto quel che ci ho guadagnato è stata una bella lavata di testa per alcuni articoli che avevamo pubblicato su Le Monde sul caso dei terroristi irlandesi arrestati a Vincennes nel 1982 e sulla questione della Rainbow Warrior (la nave di Green Peace affondata dai servizi francesi, ndr)».

Ai tempi del giornale Rouge

Marion fa i suoi primi passi nel mondo del giornalismo nel 1976 partecipando al lancio del giornale Rouge, principale pubblicazione del Partito della Lega Comunista Rivoluzionaria. Dopo varie esperienze da militante nelle sezioni “Giovanili” dei vari partiti politici e una laurea in sociologia, decide di lanciarsi nel giornalismo investigativo.

All'epoca le scuole di giornalismo non erano in voga e i profili dei futuri scribacchini andavano dal medico all’architetto. «Non ero particolarmente portato per la sociologia», ricorda Marion. «In compenso ero buono per l’osservazione e la messa in prospettiva. E credo che i buoni giornalisti siano coloro che adottano questo metodo».

Marion inizia la sua carriera vera e propria nella redazione del Canard enchaîné, un foglio satirico ancora popolarissimo, dove perfeziona le sue tecniche di investigazione, in particolare sulla politica interna. In seguito entra nella redazione di Le Monde dove i suoi articoli lo portano a denunciare l’atteggiamento del Governo dell’epoca, spesso al limite della legalità. I suoi articoli saranno causa di molti scandali politico-giudiziari. «Non sono le conseguenze giudiziarie che mi interessano», prosegue Marion, «ma il rapporto con l’umano».

È tutta una questione di messa in prospettiva «perché c’è sempre una parte di soggettività nel nostro lavoro», continua. Per Marion il ruolo del giornalista non è quello di provocare il cambiamento politico o istituzionale. Si tratta piuttosto di sensibilizzare l’opinione. Pertanto riconosce che gli articoli pubblicati da Le Monde sulle intercettazioni telefoniche dell’Eliseo hanno contribuito a far evolvere in direzione del buonsenso la legislazione.

«Se non parli la lingua del posto, la realtà ti sfugge»

A lungo corrispondente ai quattro angoli del globo, evoca il salvifico distacco che apporta una visione dall’esterno della società francese. Profondamente francese, impastato della cultura, della storia e dei simboli nazionali, Marion rimane profondamente colpito dalla visione che gli altri europei hanno della Francia. «Se non si esce dall’Esagono, come si fa a sapere che numerosi tedeschi parlano con molta ironia della ‘Grande Nazione’?», sottolinea. «Queste esperienze ci insegnano una certa relatività. Se si rimane in Francia si finisce col credere di essere al centro del mondo».

Arrivato nel 2001 a Berlino, Marion parla correntemente il tedesco prestando molta attenzione alla grammatica: «Se non parlate la lingua del posto, c’è sempre una realtà che vi sfugge. Per rendersi conto bisogna comprendere la cultura del paese, i giochi di parole, gli scandali, i programmi televisivi, i fantasmi». Si rammarica tuttavia che l’impiego dei corrispondenti all’estero sia limitato nel tempo: «Le redazioni pensano che se ne sapete troppo non siete più in grado di vedere le cose con un occhio nuovo».

Bruxelles e Radio Maria

Grande viaggiatore, cittadino impegnato e attento, Marion si definisce molto «europeo» ma non nasconde i suoi dubbi. Per lui c’è tutti i giorni una ragione per rallegrarsi del progetto europeo e tutti i giorni una per indignarsi. Se Marion guarda di buon occhio l’azione congiunta dei paesi europei per portare soccorso alla Grecia, devastata dagli incendi nell'estate 2007, non ci pensa due volte a denunciare le sovvenzioni che Bruxelles accorda a Radio Maria, una radio cattolica polacca, tacciata di estremismo e antisemitismo.

Molto attento ai fenomeni di rinascita delle ideologie di estrema destra, il mio interlocutore si dice persuaso che la costruzione progressiva di una identità europea è fondamentale per contrastare queste evoluzioni. «La polemica sollevata su scala europea dall’ascesa dell'esponente di estrema destra Jorg Haider è stata una scossa importante per l’opinione pubblica austriaca, che ha probabilmente influenzato le successive espressioni di voto».

Marion ammette di aver votato "sì’" al progetto di Costituzione europea e si dichiara convinto che si troverà una via traversa per portare avanti il processo. «La politica aborre il vuoto», afferma. Per Marion l’Europa non è soltanto politica, ma anche storia e deve diventare identitaria. «Il mercato europeo tende a un'armonizzazione delle aspirazioni sociali e delle loro conseguenze economiche. Uno degli effetti perversi dell’aumento generale dei salari e delle conquiste sociali si ritrova nella delocalizzazione attuata in Cina o in India. Al centro di tutto rimane il progresso. Delle conquiste e dei diritti».