società

Generazione Muro di Berlino: europei ma senza euforia

Articolo pubblicato il 09 novembre 2014
Articolo pubblicato il 09 novembre 2014

Sa apprezzare la propria libertà nella nuova Europa, ma non condivide l'euforia dei propri genitori: è la generazione della caduta del muro. In Polonia, Lettonia o Romania, la quotidianità è troppo dura per vivere ancora l'euforia del 1989. Molti giovani vogliono andarsene. 

La loro data di nascita coincide con la svolta politica nell'Europa dell'Est - cosa significa, però, per i venticinquenni di oggi, la caduta della Cortina di Ferro? Una cosa è certa: da un lato, la loro vita quotidiana è fortemente influenzata dalla crisi. Secondo il sondaggio dell'eurobarometro European Youth in 2014, il 57% dei ragazzi tra i 16 e i 30 anni ha la sensazione che la crisi li escluda dalla vita politica e sociale. Dall'altro lato, quasi tre quarti di loro considera l'appartenenza della propria nazione all'unione europea un punto di forza. 

Queste sono esattamente le sensazioni che hanno i tre giovani che abbiamo incontrato, un polacco, un lettone e un rumeno: i tre riescono a immaginarsi il loro futuro solo all'interno di un'Europa libera.  Al contempo, si chiedono per quale motivo la loro generazione, a venticinque anni dalla rivoluzione, non abbia più alcuna fiducia in quei politici che hanno contribuito attivamente a quel cambiamento radicale. «É davvero un peccato che i grandi valori che animavano il 1989 - solidarietà, uguaglianza e diritti dei lavoratori - siano ormai superati», afferma il polacco Patryk Zalsinski, sociologo e giornalista freelance. 

Precariato al posto dell'euforia

Patryk conosce soltanto rapporti di lavoro precari, nessun contratto a tempo indeterminato, nessuna previdenza sociale. Non riesce a immaginarsi come farà, un giorno, a vivere da pensionato. La sua vita è precaria e non può farci niente. «L'euforia che si precepisce nelle immagini del 1989 è del tutto scomparsa nella mia generazione», dice rassegnato. Nonostqnte ciò si è occupato degli avvenimenti di quell'epoca in maniera più approfondita rispetto a quanto non abbiano fatto molti suoi coetanei: ha letto dei libri, ha guardato dei documentari e ha interrogato i suoi genitori. 

Anche il rumeno Liviu Tanase è frustrato quando si confronta con gli eventi del 1989: si è reso conto che molti funzionari di partito di allora non sono semplicemente spariti, ma continuano a giocare un ruolo importante nella vita pubblica. «La trasformazione non è stata ponderata per bene», dice.  «L'istruzione continua a non funzionare troppo bene». Alla Romania mancherebbe soprattutto un piano chiaro, una coerente visione del futuro, afferma il giovane, che lavora come fisico nei dintorni di Bucarest.  

Fare parte dell'Europa è molto importante: molte riforme, infatti, possono essere avviate soltanto sotto la pressione di Bruxelles. Quali sono i prossimi passi che i paesi dell'Europa dell'est, da poco entrati nell'Unione Europea, devono compiere? Quali sono stati gli errori commessi nei 25 anni appena trascorsi? Patryk non s'interroga volentieri su che cosa si sarebbe dovuto fare di diverso a partire dal 1989, ma lo scorso giugno ha festeggiato i 25 anni dalle prime elezioni libere in Polonia.  «Se penso che all'epoca avrei dovuto fare la coda davanti a un negozio che aveva a malapena carta igienica, allora mi sarei davvero sentito oppresso», afferma.

Noi possiamo andarcene. I nostri genitori dovettero restare.

Ciò che Patryk non riesce più a immaginarsi, sono i confini. «Quando i miei genitori avevano la mia età, per loro era del tutto impensabile che si potesse semplicemente viaggiare, e che si potessero andare a trovare amici e conoscenti in ogni angolo d'Europa senza visto o passaporto». La libertà è anche quello che Liviu Tanase reputa la più grande conquista in una nuova Europa. Tuttavia, libertà, per lui, significa poter fare ciò che più gli piace, ovvero il ricercatore. Negli anni passati, l'istituto di fisica dei materiali di Marguele, a sei chilometri a sud di Bucarest, ha ricevuto parecchi finanziamenti. Diversi team di ricerca hanno regolarmente partecipato ai bandi per progetti finanziati dall'UE: in tal modo hanno potuto comprarsi «un equipaggiamento in linea con gli standard internazionali», spiega Liviu Tanase senza nascondere un pizzico d'orgoglio. 

Se Liviu è arrivato là dove sognava, lo deve soprattutto a sua madre: «Mia madre, che lavorava come infermiera, ha sempre ritenuto che per me studiare fosse la massima priorità. Non tutti i genitori, però, afferrano questo concetto, così il successo dei figli diventa questione di fortuna». Con quasi 1000 euro al mese, il giovane fisico guadagna più del doppio della media nazionale. Non stupisce dunque che, a differenza di molti colleghi, Liviu voglia rimanere in Romania.  

Andare o restare – questa è la domanda che si pongono molti giovani europei messi di fronte alla crisi.  Secondo lo studio European Youth in 2014, il 43% di loro crede che un lavoro o una formazione in un'altra nazione europea possano rappresentare una via d'uscita dalle difficoltà lavorative in madrepatria. In Romania, addirittura il 60% dei giovani è di questa opinione; in Lettonia il 48%.  

In ogni caso me ne vado

Per la lettone Ildze Pravorne, questa domanda non ha una dimensione economica, quanto piuttosto politica. La Russia preme sull'Ucraina orientale e l'annessione della Crimea è inquietante. Ildze si ricorda che, durante la seconda guerra mondiale, nessuna Società delle Nazioni ha impedito l'occupazione della Lettonia. «Non sappiamo che cosa possa accadere nel peggiore dei casi. In ogni caso, io me ne vado. Non voglio per nessun motivo rischiare di vivere sotto la dominazione russa». 

In questo caso, la ventiseienne lettone è della stessa opinione dei suoi genitori. Molto spesso, però, la pensa diversamente rispetto alla generazione che è cresciuta sotto i Soviet. Il timore della Russia e la rabbia nei confronti dell'occupazione sovietica hanno sempre dominato la sua famiglia, ricorda – durante la Seconda Guerra Mondiale, il suo prozio fu ucciso da un russo. Eppure, a 25 anni dall'indipendenza della Lettonia,  Ildze Pravorne non può più condividere questo sentimento di rabbia. 

Ma c'è di più: la govane è delusa perché i suoi genitori non le permisero di studiare russo a scuola. «Erano ispirati dalla loro indipendenza nazionale, e si ricordavano bene, quando, sotto il socialismo, erano costretti a imparare il russo», spiega,  ma poi aggiunge: «Oggi, i russi della mia generazione sono decisamente più preparati e hanno molte prospettive lavorative. Molti di loro frequentano scuole lettoni e parlano correntemente russo e lettone».  

Un anno fa, Ildze aprì un piccolo bistro a Riga: si chiama Trusis (coniglietto). Il nuovo ceto medio apprezza molto la sua cucina internazionale e i vini lettoni di betulla, quercia o rabarbaro. Tra i suoi clienti, non ci sono soltanto lettoni, ma anche russi lettoni. «I giovani russi la pensano come noi lettoni: io ho molti amici russi che amano la vita in Europa, vogliono viaggiare e non tornare in Russia». 

Anche nel caso di Patryk Zalsinskis, è la famiglia a influenzare le opinioni riguardo alla storia recente. «Mio padre sente la nostalgia dei vecchi tempi: dice che la vita era più facile quando c'era il comunismo. Al contrario, il cambiamento ha portato grossi vantaggi a mia madre e alla sua famiglia: loro hanno potuto mettersi in proprio». Per questo Patryk è sempre piuttosto cauto nel giudicare gli antagonisti di allora e i sostenitori del regime comunista. 

Tuttavia, non si può dire che sia contento della nuova Polonia e di ciò che è accaduto nel 1989. Anche se la sua generazione non condivide più l'euforia di quell'epoca, bisognerebbe ricordare quegli eventi. «Noi non siamo cinici. Ci rimbocchiamo le maniche per gli altri e spesso lavoriamo a titolo volontario», racconta. «Ma ci vogliamo tenere lontani dalla politica». Patryk si augura che quei valori e quell'euforia che all'epoca spinsero la gente per le strade, possano trasmettersi al presente e al futuro. 

L'articolo originale è frutto della partnership tra la Allianz Cultural Foundation e il magazine Ostpol all'interno del progetto Eastern Europe Outside/In'.