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Gay nella cattolica Croazia: davvero facile?

Articolo pubblicato il 18 maggio 2011
Articolo pubblicato il 18 maggio 2011
Nei Balcani resiste il cliché di una società patriarcale fatta di uomini macho. Tutti sanno cosa accade in Serbia ogni volta che si cerca di organizzare un Gay Pride. Ma qui siamo in Croazia, un Paese che non si considera neppure balcanico, e che dal 2003 ha adottato una legge con cui riconosce i diritti delle coppie omosessuali.

Zagabria assomiglia più a Budapest che a Belgrado. In termini di manifestazioni, c'è un fatto che la contraddistingue all'interno della regione (ad eccezione della Slovenia): dal giugno del 2002 la capitale croata ospita ogni anno il Zagreb Pride. E questo non è certo l'unico evento gay a cui si può assistere in questa graziosa, accogliente e ordinaria cittadina europea. Convivono serenamente quindi la comunità di gay e lesbiche e la stragrande maggioranza (circa il 90%) della Croazia cattolica ed eterosessuale?

Una relazione complicata

In Croazia essere apertamente gay dipende molto da dove si vive, si lavora e dalla generazione a cui si appartiene. L'omosessualità venne legalizzata nel 1977 e molti omosessuali, specialmente quelli di generazioni precedenti, sono sposati con figli. “Nei piccoli centri, e perfino a Spalato, la seconda città per estensione, non è possibile vivere in pace con la propria sessualità”, spiega Edo Bulic, presidente di Iskorak, la più vecchia ONG per i diritti degli LGBT, che organizza la manifestazione insieme al gruppo lesbico Kontra. Il suo ufficio si trova in un bellissimo palazzo antico con cortile interno, sopra un moderno bar di tendenza di Zagabria. Nella stanza accanto le ragazze di Kontra stanno gridando al telefono. “I paesini sono più conservatori e patriarcali. La gente ha paura di fare coming out, e in generale in Croazia tanti preferiscono non uscire allo scoperto. Hanno paura di perdere la famiglia e gli amici, di venire cacciati di casa o dal lavoro. A Zagabria invece si può vivere normalmente”. Tuttavia, anche qui la vita degli omosessuali dichiarati non è perfetta. Generalmente le dimostrazioni di affetto in pubblico sono tollerate, ma non sempre consigliate. “È una questione di buonsenso decidere quando e in quale contesto farlo”, spiega Milena Zajovic, giornalista ventottenne che descrive i suoi colleghi come un po' conservatori. “Non chiedere, non dire. Tutti sanno che sono omosessuale, ma quando parlo della mia ragazza si ammutoliscono.”

Le leggi croate sui diritti di LGBT sono come quelle di molti Paesi europei. I rapporti omosessuali e la convivenza non registrata sono autorizzati da una legge del 2004, nonostante i matrimoni gay restino illegali. Le coppie omosessuali possono godere degli stessi diritti delle coppie eterosessuali solamente dopo 3 anni di convivenza. Le discriminazioni sulla base dell'orientamento sessuale, dell'identità e dell'espressione di genere sono diventati illegali (insieme ad altri tipi di discriminazione) grazie alla legge anti-discriminazioni approvata all'inizio del 2009. Tra i vari casi finiti in tribunale, molti sono stati denunciati da organizzazioni attiviste come Iskorak, che negli ultimi nove anni ha portato avanti un numero impressionante di azioni, processi e iniziative. “È così che controlliamo se il sistema giudiziario funziona”, precisa Edo. “Sulla carta le leggi sembrano migliori che nella realtà, ma sono state accettate solamente in seguito alle pressioni dell'UE”. Recentemente la Corte di giustizia di Zagabria ha emesso la prima sentenza in un caso di reato violento motivato dall'odio contro gli omosessuali. Lo scorso gennaio due ragazzi sono stati condannati a 60 giorni di servizi sociali e 6 mesi di detenzione con la condizionale per aver aggredito due uomini di fronte ad un locale di Zagabria due mesi prima. Un altro caso esemplare è accaduto nel dicembre del 2010 quando un assistente universitario di Varazdin, nel nord della Croazia, ha sporto denuncia contro l'istituto per molestie subite a causa del suo orientamento sessuale.

Buoni, cattivi e cattolici

Al primo Gay Pride di Zagabria, tenutosi il 29 giugno 2002, hanno partecipato anche i membri del Parlamento. “Sono stati politicamente corretti”, afferma Zvonimir Dobrovic, direttore artistico del Queer Zagreb Festival di arti sceniche, evento internazionale dedicato all'arte e allo spettacolo gay. Il suo ufficio è tappezzato di libri e brochure, tra i quali c'è anche una copia di fiabe gay. “Spetta a noi decidere se sfruttare la loro iniziativa, ma si vede che non gliene importa proprio niente e che non c'è la volontà politica di portare un cambiamento profondo”.

 Edo Bulic (a sinistra) con Ivo Josipovic, il presidente croato (al centro), che sostiene l'iniziativa.

I fatti indicano che il governo subisce spesso pressioni da parte della chiesa. Un episodio recente illustra bene la complicata interdipendenza tra comunità LGBT, società, governo e Chiesa. Lo scorso marzo un'insegnante di religione di una scuola elementare di Zagabria è stata citata in giudizio da Kontra e Iskorak. Jelena Mudrovic aveva detto in classe che l'omosessualità è una malattia. Il preside difese l'insegnante, che era anche sua moglie, dicendo che aveva semplicemente riportato le parole del testo scolastico, se non che il libro, approvato dallo Stato, definiva l'omosessualità come un peccato. A sostegno dell'insegnante un gruppo religioso protestò di fronte al tribunale durante le sedute, dichiarandosi vittima della legge anti-discriminazioni e accusando la società di 'cristianofobia'. “Sono stati eccessivi e aggressivi, cantavano canzoni su Satana”, dice Edo. L'insegnante è stata condannata, mentre Kontra e Iskorak hanno scritto una lettera di reclamo per il contenuto del libro. Il governo ha risposto spiegando che il libro soddisfaceva itutti i criteri e che non c'era alcun motivo per sostituirlo.

La religione, tuttavia, non è il problema principale della comunità gay: “Molte persone sono automaticamente cattoliche, solo perché sono nate qui. Questa è ipocrisia”, dichiara Edo. “Mia mamma si faceva un sacco di problemi per quello che dicevano gli altri”, spiega Tajana Josimovic, collaboratrice di Queer Zagreb. “Questa è ignoranza. Molti di loro non hanno mai conosciuto un gay”. Edo è convinto che il problema sia insito nelle persone: “L'omofobia è una fobia dopotutto”, e sottolinea come in Croazia la società faccia pressione sui cittadini affinché si sposino. “Se non ti sposi, sei strano”. Come sempre, il problema non è la sessualità in sé, bensì le apparenze. “La gente ha bisogno di vedere, c'è bisogno di vedere due ragazzi o due ragazze che si baciano”, spiega Zvonimir. “Dobbiamo arrivare al punto in cui la gente non ci farà più caso. Ma ci vogliono molto tempo e molte energie per infrangere le grette vedute omofobe. C'è bisogno di un cambio generazionale. È un processo di apprendimento a lungo termine”.

Questo articolo fa parte della serie Orient Express 2010-2011, la serie di reportage realizzati da cafebabel.com nei Balcani e in Turchia. Più informazioni su Orient Express Reporter.

Foto: home-page (cc) Zagreb pride (cc) Ktoine/ Flickr; Zagreb Pride/flickr; Split Pride : © Jadran Babić/Cropix; tratta da index.hr