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Free Schwabylon: Spaetzle blues alla berlinese

Articolo pubblicato il 07 marzo 2013
Articolo pubblicato il 07 marzo 2013
Se perfino i tedeschi non sono più i benvenuti nella stessa Germania, se anche gli innocui borghesi golosi di Spaetzle, piombati su Berlino come cavallette, non sono più i benvenuti nel proprio paese, come può funzionare l’Europa? Il rompicapo berlinese sul futuro del vecchio continente e sulla necessità di una migliore giustizia sociale.

Per chi è solito iniziare una conversazione con la graziosa espressione "Fuddel", di questi tempi è consigliabile rispondere all'inevitabile domanda "Ma da dove vieni?" con una pronta menzogna. Almeno a Berlino. Perché "Fuddel", un vezzeggiativo che abitualmente si rivolge ad una buona amica, deriva dal dialetto svevo, e la gente originaria della Germania sud occidentale sta passando un momento difficile nella capitale.

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I golosi di Spaetzle hanno la reputazione di essere diligenti e puliti, economi e benpensanti. Le malelingue sostengono invece che siano piombati su Berlino come uno sciame di cavallette affamate, arrivate ai tempi della riunificazione nazionale, attirati dal fascino della pazza, anticonformista, emozionante metropoli sulla Sprea. Si sono trasferiti  in un quartiere quasi decaduto, abitato da pensionati, studenti, artisti e lavoratori, chiamato Prenzlauer Berg. Hanno comperato e ammodernato case e appartamenti. Con la loro venuta, sono stati aperti locali chic, boutique, gallerie e da ultimo i negozi che vendono gelato allo yogurt, tanto che Prenzlauer è diventato in fretta il quartiere "in". Così i vecchi abitanti del quartiere sono spariti come i bagni in cortile e i forni a carbone. Tutti? No! Ci sono ancora alcuni tradizionalisti che si scagliano contro i prezzi degli affitti sempre più alti e l'invasione di artistoidi e bohémien.

Statua di Spaetzle a Schwabylon

Tra di loro c'è anche Wolfgang Thierse, vicepresidente del Bundestag e uno degli ultimi berlinesi "P-berg", che ha inveito contro l'affluenza sveva e il conseguente stravolgimento culturale. In particolare l'ha fatto imbestialire l'introduzione di cambiamenti a livello linguistico: una panetteria della sua zona, ad esempio, ha etichettato i suoi panini come "Wecken" invece di "Schrippen". C'è dello svevo persino nei forni berlinesi! Le sue affermazioni non solo hanno attirato la critica diplomatica del paese ma hanno provocato un perfido attacco notturno a base di Spaetzle. Ignoti, ma dall'intuibile provenienza geografica, hanno lanciato il piatto nazionale svevo contro la statua di Käthe Kollwitz, scultrice perseguitata dai nazisti e icona delle classi operaie berlinesi. L'attacco è stato rivendicato dal gruppo di guerriglia urbana Free Schwabylon, che punta alla liberazione di Prenzlauer Berg per fondare una propria città, Schwabylon appunto, una sorta di Babilonia sveva.

Da una semplice scaramuccia tra berlinesi e svevi a un vero e proprio dibattito sui conflitti d'identità all'interno della Germania e sulla nascita di un nuovo patriottismo locale il passo è breve. E tale questione ha suscitato la nascita di un nuovo concetto di amor patrio, sentimento finora confinato solo nelle cucine e negli ingredienti locali della Repubblica federale.

Ma, per quanto spiacevole per gli svevi, questi sono diventati ormai il simbolo della crescente frattura sociale di una città in cui i prezzi degli affitti crescono in maniera inversamente proporzionale rispetto ai salari. Sono diventati il bersaglio di tutti quelli che, nonostante la cultura, il plurilinguismo e i soggiorni all'estero, nonostante la disponibilità ad accettare lavori precari, temono di trovarsi per strada. Di quelli che hanno accettato di ridurre salari e orari di lavoro per salvare la propria azienda dalla crisi finanziaria. Di quelli che non si devono preoccupare delle tasse sull'eredità e sul patrimonio perché non hanno eredità né patrimonio. Di quelli che traggono da una passeggiata per l'odierna Prenzlauer Berg lo stesso piacere che suscita una visita della cancelliera federale tedesca dai portoghesi e dai greci furenti.

Naturalmente gli slogan "Fuori gli svevi" sono una reazione completamente esagerata, irrazionale e condannabile, come i poster di Angela Merkel con i baffi alla Hitler e la svastica.

I sogni lontani dei fanatici dell'Erasmus

gli svevi sono diventati il simbolo della crescente frattura sociale di una città in cui i prezzi degli affitti crescono in maniera inversamente proporzionale rispetto ai salari

Più crescono le distanze sociali, più la gente rivendica una sua specifica identità, è vero. Ma questo atteggiamento denuncia  un problema molto più grave: più crescono le differenze sociali, che sia solo a Berlino, o in Germania, o in Europa, o nel mondo, più l'armonia sociale è messa in pericolo e più ci si attacca a una specifica identità, che sia nazionale (sudeuropea contro i tedeschi cattivi, tedeschi contro i greci fannulloni), regionale (sveva, fiamminga, catalana) o locale (quartieri di città, rioni, stazioni di metro).

In questo contesto sembra che l'identità europea resti un concetto utopico, un sogno di pochi fanatici dell'Erasmus che esibiscono fieri amici e conoscenze a Roma, Cracovia o Marsiglia. Una comune identità europea tuttavia dovrebbe rimandare a ricordi ed esperienze condivise. E a una storia comune possono in linea di principio pensare tutti gli europei, sebbene questa non sia così appassionante come un anno in Erasmus, e dopo la crisi dell'euro sia ancora più difficile credere nell'esistenza di una comunità europea. Ancora peggio, gli abitanti del Vecchio Continente si stanno dividendo e tra di loro riaffiorano antichi risentimenti.

L'idea di una comune identità europea sarà in grado di entrare nella mente e nel cuore della gente solo quando ci saranno più giustizia sociale, più scambio, più comprensione per i problemi degli altri, una volta liberi dalla paura di perdere la propria posizione sociale, dall'invidia e dalla reticenza a vivere in una comunità europea. Allora si andrà d'accordo persino con il vicino, anche se è svevo e mangia gli Spaetzle.

Foto: copertina (cc)flibflOb/flickr;  testo ©pagina Facebook ufficiale di Free Schwabylon