società

Figli d’immigrati: europei come gli altri?

Articolo pubblicato il 08 maggio 2008
Articolo pubblicato il 08 maggio 2008
Essere nato in un paese europeo spesso non è sufficiente per far parte dell’Eurogenerazione. I problemi d’integrazione e razzismo si fanno sentire. Incontro con Mahdi e Ali.

Discriminazione nel lavoro, difficoltà nel trovare una casa e esclusione geografica nei quartieri lontani dal centro città. Per i giovani europei, immigrati di ”seconda generazione”, spesso a confronto con problemi d’integrazione, l’Europa è a portata di mano?

Autunno 2006, nelle banlieue francesi (cicilief/flickr)

«Per i “veri francesi” è facile partire in Erasmus».

Mahdi ha vent’anni ed è marocchino da parte di padre e algerino di madre. È nato in Francia ed è cresciuto tra Francia e Germania, studiando in un liceo francese. Oggi è iscritto all’Istituto di Scienze politiche di Parigi. Il suo primo problema non è l’identità europea, ma quella francese. «Per i francesi d’origine è facile partire in Erasmus. Si sentono a loro agio, e sono pronti a fare amicizia e a sentirsi parte di un’identità europea», spiega Mahdi. «Ma un’intera parte della popolazione è esclusa da questa “Eurogenerazione”. Per sentirsi europei bisogna innanzi tutto potersi sentire francesi. E questo non avviene mettendo sempre di fronte ad una persona le sue origini magrebine».

Sono già passati tre anni da quando, nell’autunno 2005, le immagini delle banlieues francesi hanno fatto il giro del mondo. In quel periodo i ragazzi delle periferie più diffcili esplosero, affrontando la polizia e incendiando veicoli.

«La stampa internazionale ha puntato il dito contro il fallimento del modello d’integrazione repubblicano, e si è preoccupata delle possibili ripercussioni al di fuori delle frontiere francesi», ricorda il settimanale Courrier International. Giornalisti e opinionisti utilizzano spesso lo stesso argomento: «Il motto “ Liberté, égalité, fraternité” nasconde la realtà della vita dei francesi di colore: repressione, discriminazione, segregazione. È una cosa che ci riguarda tutti», scrive Trevor Phillips, presidente della Commissione britannica per l’uguaglianza razziale, nelle pagine del The Observer.

«Non sono tedesco, anche se c’è scritto sulla mia carta d’identità»

Risolvere i problemi d’integrazione è una questione europea: tutte le società del Vecchio continente fanno i conti con discriminazione e violenza. Ali è cresciuto nella ragione della Ruhr, un agglomerato di città industriali nel Nord-Ovest della Germania. Ha 29 anni e convive con la sua ragazza, austriaca, ma d’origini turche e curde. Ali ha seguito, attraverso la televisione, come tutti, all’inizio del 2006, gli eventi nella scuola professionale di Rütli, a Berlino. I professori gridavano l’allarme davanti ad un eccesso di violenza in una scuola dove più dell’80% degli alunni è di origine straniera. L’istituto è diventato il simbolo del fallimento della miscela sociale e dell’integrazione dei giovani di origine immigrata.

Secondo Ali solo la tolleranza può risolvere questi problemi: «Il razzismo esiste, ma io credo nel multiculturalismo. Le persone dovrebbero vedere le opportunità offerte dalla diversità culturale. La tolleranza è la chiave di tutto». Ai suoi occhi l’Europa riunisce sotto una sola e uguale identità, la diversità delle origini: «I miei genitori sono immigrati in Germania negli anni Sessanta, mia madre ha imparato qui il tedesco. Penso d’essere cosmopolita perché sono cresciuto immerso in numerose culture. Sono quindi un figlio della Ruhr e allo stesso tempo dell’Europa. Se subisco episodi di razzismo è perché, in Germania, non sono percepito come un tedesco, nonostante sia scritto nella mia carta d’identità».

«Il couscous, un piatto francese secondo gli estoni»

In un inserto intitolato La seconda generazione travolge l’Europa, il giornalista Yann Mens della rivista Alternatives Internationales interpella i leader del Vecchio Continente: «Diventata multiculturale, ora l’Europa deve inventare un nuovo contratto sociale. È urgente».

Datate marzo 2006, queste poche parole restano attuali: «Servirebbe una presa di coscienza della popolazione», prosegue Mahdi. «La Francia deve accettare il suo multiculturalismo», continua. Un esempio? Quando un «estone, trovandosi in una mensa francese il venerdì, con pesce e couscous, penserà che si tratta di un piatto nazionale».

Una volta adottato il multiculturalismo, l’identità europea – l’Eurogenerazione – potrà emergere naturalmente, spiega in sostanza Mahdi, che spera di fare uno stage in Germania l’anno prossimo: «Quando un ragazzo francese non guarderà più un suo connazionale con la pelle scura solo come un marocchino, allora forse smetterà di chiedersi cos’è l’Europa». A questa domanda Ali ha una risposta supplementare: «È la diversità delle culture, la libertà d’opinione, la possibilità di viaggiare, di studiare, di criticare anche e di discutere, la storia e il passato».

L'Ue e l'integrazione: documentari

Cinque film sulle sfide e i vantaggi di una società multirazziale. Franco Frattini, ex vice-presidente della Commissione europea, dà la sua opinione sul soggetto. Per parlare porta l'esempio delle scuole tedesche e dello sport come strumento per integrare gli immigrati.