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Fail2Succeed, cambiare l'Europa è un'impresa

Articolo pubblicato il 17 marzo 2014
Articolo pubblicato il 17 marzo 2014

La paura di fal­li­re è l'o­sta­co­lo mag­gio­re al­l'av­via­men­to di un'im­pre­sa da parte dei gio­va­ni eu­ro­pei. Fai­l2­Suc­ceed vuole mo­di­fi­ca­re il modo in cui la ban­ca­rot­ta viene per­ce­pi­ta nel no­stro con­ti­nen­te. Ne ab­bia­mo par­la­to con il suo fon­da­to­re, An­drea Ge­ro­sa.

Ca­fé­ba­bel (Cb): Cosa è Fai­l2­Su­ceed e quale è il vo­stro obiet­ti­vo?

An­drea Ge­ro­sa (A.G): Fai­l2­Suc­ceed fa parte di Thin­kY­oung, un'or­ga­niz­za­zio­ne che ho fon­da­to per ren­de­re il mondo un posto mi­glio­re per i gio­va­ni. Vor­rem­mo in­cre­men­ta­re il nu­me­ro di ra­gaz­zi che de­ci­do­no di av­via­re la pro­pria im­pre­sa. In que­sto pe­rio­do di crisi molti ra­gaz­zi hanno paura di prendere dei rischi e avviare un'attività. In effetti quan­do si va in ban­ca­rot­ta pas­sa­no mesi prima che il responsabile dell'azienda si riprenda. Inizialmente le ban­che e i cre­di­to­ri ini­zia­no a chia­ma­re gli im­pren­di­to­ri. Quest'ultimi smet­to­no di an­da­re al la­vo­ro e co­min­cia­no ad avere pro­ble­mi psi­co­lo­gi­ci: c’è chi inzia a bere, chi ad avere pro­ble­mi con la fa­mi­glia. È un pro­ces­so lungo e noi vo­glia­mo ren­der­lo il più breve e in­do­lo­re pos­si­bi­le. A lungo ter­mi­ne, vor­rem­mo riu­sci­re ad avere un im­pat­to sulla cul­tu­ra im­pren­di­to­ria­le: po­trem­mo real­men­te dare il via a un rin­no­va­men­to.

Cb: Cosa avete fatto fi­no­ra e come pen­sa­te di rag­giun­ge­re i vo­stri obiet­ti­vi?

A.G: Ab­bia­mo con­dot­to delle ri­cer­che per ca­pi­re cosa pen­sa­no i gio­va­ni del fal­li­men­to e per­ché lo te­mo­no. Stia­mo rea­liz­zan­do un do­cu­men­ta­rio su 6 gio­va­ni im­pren­di­to­ri che hanno vis­su­to un fal­li­men­to, prima di rag­giun­ge­re il suc­ces­so. Vo­glia­mo che i ra­gaz­zi ca­pi­sca­no che è pos­si­bi­le ri­co­min­cia­re da zero. Pen­sia­mo che un film sia fa­ci­le da dif­fon­de­re, con­di­vi­de­re e tro­va­re sul web. Nel lungo pe­rio­do cer­che­re­mo di pro­por­re nuove nor­ma­ti­ve alle isti­tu­zio­ni eu­ro­pee. Vo­glia­mo mo­di­fi­ca­re le leggi che riguardano la ban­ca­rot­ta delle pic­co­le e medie im­pre­se e delle mul­ti­na­zio­na­li. In par­ti­co­la­re, sa­reb­be utile mo­di­fi­ca­re le norme che re­go­la­no il pe­rio­do di ina­bi­li­ta­zio­ne al­l'e­ser­ci­zio dopo una ban­ca­rot­ta (il tempo du­ran­te il quale non si può av­via­re una nuova at­ti­vi­tà dopo il falli­men­to, ndr.) e le mi­su­re che ri­guar­da­no il rim­bor­so dei cre­di­to­ri (quan­do si deve co­min­cia­re a ri­pa­ga­re e in che mi­su­ra, ndr.).

Cb: Che dif­fe­ren­za c'è fra Stati Uniti ed Eu­ro­pa in que­sto senso?

A.G: Negli Stati Uniti (Usa) non si ha paura di ri­schia­re. Chi ha vis­su­to una ban­ca­rot­ta nel pas­sa­to, ne parla du­ran­te un suc­ces­si­vo col­lo­quio di la­vo­ro. Il fal­li­men­to è visto come un aspet­to po­si­ti­vo del tuo cur­ri­cu­lum vitae. Negli Usa, dopo una ban­ca­rot­ta si hanno co­mun­que buone pos­si­bi­li­tà di tro­va­re un posto di la­vo­ro. In Eu­ro­pa in­ve­ce, gli af­fa­ri sono le­ga­ti a va­lo­ri che non ri­spec­chia­no il mero pro­fit­to. Ri­spet­to al rag­giun­gi­men­to di obiet­ti­vi fi­nan­zia­ri, si dà più im­por­tan­za a ciò che in­te­res­sa la fa­mi­glia o la co­mu­ni­tà.

Cb: Nel nord Ita­lia, tuo luogo di ori­gi­ne, c'è un forte spi­ri­to im­pren­di­to­ria­le. Si può dire lo stes­so del­l’in­te­ro Paese?

A.G: Il de­si­de­rio di fare im­pre­sa è parte della no­stra cul­tu­ra lo­ca­le. In molti Pae­si del sud Eu­ro­pa però, i media pro­vo­ca­no uno svi­lup­po con­tra­rio. Nei quo­ti­dia­ni spa­gno­li, ita­lia­ni o greci, le prime pa­gi­ne sono de­di­ca­te alla po­li­ti­ca: di con­se­guen­za, tutti vo­glio­no fare una car­rie­ra in que­sto set­to­re. Que­sto è il mo­ti­vo per cui i no­stri corsi esti­vi non ven­go­no te­nu­ti da pro­fes­so­ri, ma esclu­si­va­men­te da im­pren­di­to­ri. Nelle uni­ver­si­tà tutto ciò non ac­ca­de. Dob­bia­mo dare più vi­si­bi­li­tà, im­por­tan­za e ri­co­no­sci­men­to agli im­pren­di­to­ri che crea­no un'a­zien­da, posti di la­vo­ro, in­no­va­zio­ne e che mi­glio­ra­no le no­stre vite. 

Cb: Se­con­do te l'at­teg­gia­men­to dei gio­va­ni nei con­fon­ti del­l'im­pren­di­to­ria sta cam­bian­do?

A.G: L'in­te­res­se nei con­fron­ti del­l'im­pren­di­to­ria è cre­sciu­to. Negli ul­ti­mi 4 anni, la gente ha ini­zia­to a ve­de­re l'im­pren­di­to­ria­li­tà come una pos­si­bi­li­tà, un modo per sfug­gi­re alla di­soc­cu­pa­zio­ne. Quan­do è morto Steve Jobs, i media hanno par­la­to mol­tis­si­mo della sua vita e la gente ha ri­con­si­de­ra­to la fi­gu­ra del­l’im­pren­di­to­re. Molti gio­va­ni hanno cam­bia­to at­ti­tu­di­ne dopo aver co­no­sciu­to la sto­ria di Fa­ce­book. Il film sul so­cial net­work ha avuto un forte im­pat­to in que­sto senso. 

Cb: Quali stra­te­gie di co­mu­ni­ca­zio­ne avete scel­to per il vo­stro la­vo­ro?

A.G: Ci con­cen­tria­mo su in­ter­net e sui so­cial media. La cosa bella, o forse pro­ble­ma­ti­ca, è che ogni 5 anni c’è un'in­no­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca, a cui ci si deve adat­ta­re. I no­stri ad­det­ti alla co­mu­ni­ca­zio­ne hanno un com­pi­to dav­ve­ro ter­ri­bi­le.

Cb: Cosa pen­sa­te della stra­te­gia co­mu­ni­ca­ti­va dell' Unio­ne eu­ro­pea?

A.G: Non mi per­met­to di dire che l'U­nio­ne eu­ro­pea do­vreb­be pren­de­re esem­pio da noi, ma bi­so­gna am­met­te­re che nella co­mu­ni­ca­zio­ne sono molto de­bo­li: non solo con i gio­va­ni, ma anche con gli an­zia­ni. Co­mu­ni­ca­re si­gni­fi­ca avere 2 ca­na­li: uno per l’a­scol­to e uno per la ri­spo­sta. Fi­no­ra l'Ue si è li­mi­ta­ta a par­la­re senza ascol­ta­re. Inol­tre, i po­li­ti­ci eu­ro­pei pas­sa­no trop­po tem­po a Bru­xel­les, piut­to­sto nel resto d’Eu­ro­pa. Pre­fe­ri­sco­no re­star­se­ne tran­quil­li an­zi­ché cor­re­re il ri­schio di an­da­re nei Paesi del sud ad ascol­ta­re le la­men­te­le della gente. Io ri­ten­go che do­vreb­be­ro farlo, per­ché sono per­so­ne ca­pa­ci e sa­reb­be­ro per­fet­ta­men­te in grado di ge­sti­re la si­tua­zio­ne.

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