società

Europa: tra pragmatismo e utopia

Articolo pubblicato il 30 settembre 2008
Articolo pubblicato il 30 settembre 2008
Il sogno europeo si scontra con l’idea che i suoi cittadini hanno dell’Europa e dell’Ue. I valori fondamentali sono condivisi, ma le politiche comuni sono ancora lontane. Come continuare sulla strada del sogno europeo di Monnet e Schuman?

(nanand81/flickr)«L’Europa non è mai stata tanto “Europa” quanto lo è oggi. Ciò che ha sofferto un duro colpo a Nizza, è l’europeismo, la passione, l’utopia, la volontà di un’Europa che non sia solo un bell’assortimento di egoismi nazionali». Così Eduardo Lourenço, scrittore portoghese, scriveva in L'Europe désenchantée : pour une mythologie européenne (Europa disillusa, per una mitologia europea, 1994, non tradotto in italiano).

La domanda è se gli europei credono nell’Europa in generale, e l’Unione Europea in particolare, e in quello vuole essere e diventare. Se la risposta è «no», non dipende piuttosto dal fatto che nessuno ne conosce gli obiettivi?

Le comunità europee cominciarono con un parsimonioso nucleo di politiche (il controllo del carbone e dell’acciaio, per esempio), ma con fortissime convinzioni morali e con un sofisticato pilastro teoretico. Il neofunzionalismo – influenzando e insieme lasciatosi influenzare dal processo d’integrazione europea – dimostrò di aver ragione: l’integrazione economica avrebbe approfondito l’integrazione politica e avrebbe condotto a una più stretta integrazione economica di ritorno.

Condividiamo tutti gli stessi valori

Pur avendo obiettivi così semplici, le comunità europee avevano delle elite così idealistiche e votate all’utopia. D’altro canto, a partire dagli anni Novanta, quando il processo di integrazione si è concretizzato in un’unione politica, non si è avuta una reazione pratica, ma solo una morale e politica.

Il problema fondamentale non è la mancanza di Europa: troppo spesso dimentichiamo le innumerevoli cose che non si potrebbero fare senza il processo di integrazione. Il problema è la mancanza di una direzione. L’Irlanda per esempio: una percentuale non inferiore all’80% degli elettori vota per partiti filo-europei. Votano per partiti democratici, pluralisti che difendono diritti civili, sociali e individuali come la tolleranza, il libero mercato, la protezione dell’ambiente. Questo insieme di valori, condiviso dalla stragrande maggioranza degli europei, potrebbe perfettamente essere visto come il progetto al cuore dell’Europa.

Come disse già Kant, sappiamo che non possiamo raggiungere una situazione ideale, ma possiamo tendere a raggiungere situazioni che ci portino più vicini a questo ideale. È un punto di partenza utopistico puntare verso qualcosa che non esiste e applicare alla realtà un approccio pragmatico.

L'Europa manca di utopia?

Come dobbiamo reagire per raggiungere una situazione migliore?Illustrazione di VerO/flickr Dato che gli Europei hanno una serie di valori comuni, qual è il problema? Che l’Ue manchi di utopia?

Sembrerebbe di sì. Gli aggiustamenti della realpolitk, la collaborazione intergovernativa (con i governi che, una volta tornati sui patri lidi, criticano a accusano “Bruxelles” per quello che loro stessi hanno in precedenza negoziato a Bruxelles), le negoziazioni della Pac (la Politica Agricola Comune fagocita oltre il 40% del bilancio per motivi politici e con dubbi risultati economici, sia in Europa che oltre i suoi confini), gli opt-out targati Gran Bretagna e Polonia su questioni basilari quali il diritto del lavoro e la tolleranza sessuale e religiosa. Tutto ciò non rappresenta un modo degno di portare l’eredità ideale e umana di Robert Schuman e Jean Monnet.

Tirando le somme, valori comuni esistono eccetto che nella pratica. Un pizzico di pragmatismo utopico sul genere «sappiamo cosa vogliamo, ma non abbiamo ancora trovato il modo migliore per ottenerlo», potrebbe essere la soluzione. L’Europa possiede già il suo complesso d’istituzioni. Ciò che ancora non possiede è il demos, ossia il suo popolo: persone che pensano da europei e non soltanto come parte delle rispettive comunità nazionali.

Mezzi di comunicazione pan-europei potrebbero rivelarsi uno strumento efficace per forgiare il “popolo europeo” e un’opinione pubblica europea. Ma in questi ultimi anni, e per l’esattezza conseguentemente a certi «no» nei referendum, sono andate sorgendo campagne politiche. Col tempo, si moltiplicheranno. Sono degli ottimi esempi di cosa aspettarsi nei prossimi anni: sia che si tratti di un referendum singolo e simultaneo a livello europeo (EuropeanReferendum.eu), la presentazione pre-elettorale dei candidati alla Commissione da parte di ogni partito europeo (Who-is-your-candidate.eu), o la trasformazione di gruppi parlamentari finora sbandati al Parlamento Europeo in veri e propri partiti politici in corsa per il Pe (FiveDemands.eu).

Innumerevoli domande utopiche possono soltanto risolversi in risultati positivi. Le Comunità europee nacquero appena un secolo dopo il discorso di Victor Hugo al Congresso di Pace di Parigi del 1851. Fu un balzo in avanti straordinario. Oggi non c’è la necessità di aspettare un altro secolo per fare dei piccoli passi.