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Erasmus: european psycho

Articolo pubblicato il 10 dicembre 2012
Articolo pubblicato il 10 dicembre 2012
Il progetto Erasmus festeggia il suo quarto di secolo. Ciononostante, il programma di scambi europei non è mai stato così vicino all'estinzione. Agli studenti europei, tuttavia, sono bastati 25 anni per parlare 12 lingue, lanciarsi nell'esplorazione  di mille stati differenti, darsi arie da cosmopoliti e cittadini del mondo, per poi finire a  lavorare alla Commissione Europea.
Tra gli spazi più chiusi e istituzionali. Monografia dell’Erasmus. E il perché non l'ho mai sopportato.

25 anni. Clinicamente sarebbe l’età a partire dalla quale il corpo di un atleta di alto livello comincia il suo declino. Nella vita reale, è il trampolino di lancio per la vita adulta. In pratica, è la data di scadenza di tutti i vantaggi fedeltà, dalle tessere 12-25 alle tariffe preferenziali per studenti.

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In questi tempi di privazioni endemiche, sarebbe normale vedere il progetto Erasmus ritirarsi dalla scena. Eppure ai quattro angoli dell’Europa, ci si muove e commuove per la fine del programma europeo. E vai con gli editoriali firmati da Klapisch o le lettere d’amore inviate alla redazione. Quando la minaccia di un sotto-finanziamento, annunciata da un deputato finora sconosciuto, è apparsa all'orizzonte, tutti hanno inizato a piangere per le sorti dell'Erasmus. Tutti? No, non proprio.

Erasmo, un suffisso non basta

Lungi da me l’idea di denigrare un sistema di scambi che ha miracolosamente permesso a un italiano di parlare inglese, a un francese di parlare tedesco o ancora a un catalano di parlare spagnolo. Non posso trattenermi dal dire: bravo Erasmo! Dopo averti investito del suffisso latineggiante “us”, la tua inclinazione nei confronti dell’umanesimo ha compiuto prodezze alle quali nessuno avrebbe mai pensato all’epoca del Rinascimento. È solo che, ecco, io che non ho mai fatto l’Erasmus, mi sono stancato a ritrovarmi circondato da studenti che vantano 27 culture diverse.

L'Erasmus è una truffa. Soprattutto quando si tratta di imparare un'altra lingua.

Sono originario di una piccola cittadina vicino a Tolosa. Sono cresciuto in un ambiente non particolarmente propizio allo scambio culturale. Come gli Erasmus, anche io ho marinato la scuola, bevuto tutto quello che c’è di schifoso in circolazione e incontrato un sacco di gente diversa. L’unica differenza è che invece di conoscere nuovi paesi, mi intrufolavo in nuovi bar.Ora – vai a capire perché – mi sono ritrovato a lavorare per cafebabel.com. Ossia l’epicentro giornalistico dell’euro-generazione, perché questo magazine si definisce ancora come il portavoce della generazione Erasmus. All’inizio ero quello un po' "rustico". Ero convinto di piacere per il mio accento forte, del sud, per le conversazioni sul rugby e le salsicce. Ero il tipico francese meridionale, arrivato da non si sa bene dove, il cui faccione ricordava il buon gusto dei sapori di una volta.

Ma da un po’ di tempo vivo in un contesto sociale sempre più votato alla causa transnazionale. Immerso nella “dimensione Erasmus” mi sono un po’ alla volta allontanato dalla cricca vestita Quechua che non la finisce di lamentarsi quando il prezzo della pinta di birra tocca i 4 euro. E, dopo due mesi sono capace di disegnare una monografia dell’ex-studente Erasmus.

Birra, biciclette e consigli per gli acquisti

Innanzitutto, l’Erasmus è noioso. Una volta esaurite le proprie glorie da espatriato, la conversazione si spegne rapidamente, o in un vuoto assoluto o nelle classiche informazioni pratiche e inutili che chiunque potrebbe trovare facendo un giro su tripadvisor o siti del genere. Prezzo della birra, del caffè, della bici… Gli argomenti di discussione sono deprimenti quanto una seduta plenaria al Parlamento europeo.

E poi, l'Erasmus è una truffa. Soprattutto quando si tratta di imparare un'altra lingua. Una volta concluso il vostro anno all’estero, saprete cavarvela con i rudimenti dell'idioma straniero. E poi? Vi capiterà di incontrare altri ex-espatriati che non sono partiti nello stesso paese dove siete partiti voi. Ad esempio, a Parigi – città europea, o almeno così dicono – queste riunioni tra globe-trotter si faranno in inglese. E là, credetemi, il giovane spagnolo partito in Polonia si troverà alquanto spaesato. Incapace com’è, col suo bagaglio anglofono, di arrivare in fondo ad una conversazione profonda, finirà per parlare di cosa? Cibo, birra e bici.

Credetemi: l'Erasmus è quello che si potrebbe definire l'irriducibile dello sciovinismo. Con in sé una spiegazione ancora più estrema dell’originale: lo sciovinismo “sradicato”. Mettete 10 Erasmus, provenienti da dieci paesi diversi, intorno a un tavolo in una stanza chiusa. Chiedete a uno di loro di mettere zizzania sparando un'affermazione del tipo: “Vienna è ca-ri-ssi-ma!”. Cuocere a fuoco lento. E aspettate che la tipa di Vienna reagisca. Decibel. Sangue sui muri. Un carnaio.

European psycho

Un’ultima cosa: tutta questa gente che ha continuato a compiacersi della propria esperienza da cittadino del mondo, fino a cinque anni dopo il viaggio di ritorno a casa, si ritrova oggi nel tempio del grigiume e dell'istituzione. Il palazzo della Commissione Europea, a Bruxelles. In giacca e cravatta. Parlando un solo idioma, dimenticando, dovesse costare anni di tristezza, la loro lingua madre. Ogni tanto, il lato umanista resuscita di nuovo. Nel bel mezzo di un pranzo, provate a fare una battuta sui kossovari e qualcuno vi getterà in faccia un bicchiere di Lussac-Saint-Emilion. Ma l’indomani non esiteranno a lanciare un nuovo piano di austerity.

Poi, un giorno, è lo sfascio totale. Un tipo arriva con un biglietto da visita con le scritte in oro sul quale è marchiato “speaks 7 languages". Una in più del tipo che vi ha lanciato il bicchiere di vino. Toilettes. Pausa. Conclusione in un bagno di sangue. Erasmus, european psycho?

Foto: copertina (cc) jiuck/flickr ; testo: L'appartamento spagnolo © allocine, (cc) Mecaniques/flickr. Video (cc) charasmanali/YouTube