società

Emergenza Tibet: la testimonianza di un europeo a Lhasa

Articolo pubblicato il 28 marzo 2008
Articolo pubblicato il 28 marzo 2008
I tibetani, monaci e civili, si oppongono all'occupazione cinese che dura da oltre cinquant'anni. Claude Balsiger, un turista svizzero di 25 anni, era a Lhasa durante lo scoppio delle rivolte, il 10 marzo scorso. Il suo diario.

Lhasa, martedì 11 marzo

Chris, un amico giornalista, ed io mangiamo al Ganglamendo e poi ci dirigiamo verso Bankhor Square, il centro della capitale tibetana. Facciamo una Kora (una passaggiata meditativa,ndr) attorno al chiostro del tempio di Jokhang e percepiamo la tensione che è nell’aria. Ovunque vi sono gruppi di polizia e unità paramilitari. Anche se per un turista è pericoloso essere d'intralcio se ci sono operazioni di polizia in corso, seguiamo le forze armate e le osserviamo arrestare due civili.

I tibetani sono un popolo incredibilmente socievole. Ovunque conosco persone nuove, e facilmente vengo invitato a pranzo o per un tè al burro di yak. Ma sono oppressi da anni. Molti, nascondendola, mi dicono di portare con sé un'immagine del Dalai Lama, cosa che può costare la prigione. La risposta cinese al risveglio di Lhasa è una presenza di truppe ancora più massiccia: su ogni piazza marciano soldati in uniforme.

Forze di sicurezza fuori dal tempio di Jokhang (Foto: Nice Logo/ Flickr)

Lhasa, venerdì 14 marzo

Il venerdì mi incontro con due giovani tibetani per colazione. Sediamo accanto alle finestre e beviamo del chai (the infuso nel latte o nell'acqua, ndr). Sono stati in India e parlano un buon inglese. Al suo ritorno in Tibet A.C. è stato tradito: un suo amico lavorava come informatore per i cinesi, e questo ha portato al suo arresto, in quanto A. C. è membro della comunità tibetana in esilio.

Poco prima dell’una lascio il ristorante per fare ancora una Kora. Tutta Bakhor Square, il cuore di Lhasa, è occupata da polizia e militari. Nelle strade domina l’agitazione, la gente sembra pronta alla fuga. Seguo questo flusso di nervosismo, inizio a sentire degli urli e, improvvisamente, mi ritrovo espulso dalla strada, per piombare in una via principale. Sulla strada una folla di 400-500 persone. Urla e pianti, rotti solamente da colpi, cupi e striduli. Sampietrini volano verso un gruppo di una cinquantina di poliziotti, che si protegge con gli scudi. Le pietre sembrano pesantissime, gli scudi si rompono, la folla grida e fomenta. La polizia è costretta a fuggire e una folla di circa duecento persone li insegue.

Un anziano cinese cerca di fendere la folla con il suo risciò. Ma la gente si accorge della sua presenza e lo strappa dalla bici, facendolo cadere in avanti, a terra. Come se i pugni non fossero abbastanza, tre uomini iniziano a lanciare delle pietre contro l'anziano.

Sollevo le braccia, cerco di concentrare su di me l’attenzione, sfruttando la mia nazionalità come vantaggio. «NO! NO! DON‘T! STOP!». L’uomo si solleva, guarda stravolto la folla. Vengo trascinato per il braccio in una viuzza, una persona, dal volto scuro e rotondo, sulla trentina, prova a fare appello alla mia ragionevolezza:«You cannot be here! You should go!». Ma da europeo mi considero al sicuro. Esiste un popolo più pacifico di quello tibetano? Il Dalai Lama, icona dalla non-violenza, non è il loro modello e capo? Si stanno forse trasformando in bestie omicide? Mi spaventa la forza necessaria per uccidere un uomo con le mani e le pietre.

Sento dei tibetani che ridono. Il sollievo di potersi muovere liberamente nella propria città per la prima volta dopo cinquant'anni anni è enorme. I proprietari dei negozi iniziano ad appendere teli bianchi, per potersi così identificare come tibetani e proteggersi.

Lhasa, sabato 15 marzo

Quando ci svegliamo il sabato mattina, la strada è occupata da almeno quindici carri armati. I soldati sono dei ragazzi. Durante tutta la giornata sentiamo spari ed esplosioni. Alle cinque di sera veniamo stipati in quattordici in un minivan e allontanati dal centro città. La strada è devastata: auto e case incendiate, negozi arsi. I soldati non esitano a puntarci le armi addosso.

Veniamo acquartierati in un albergo di lusso all’estremità orientale del centro di Lhasa. Non appena arriviamo, internet e i telefoni internazionali vengono staccati. Ci viene detto che nella hall ci sono poliziotti in borghese.

Lhasa, domenica 16 marzo

La domenica mattina veniamo svegliati dal rumore dei camion e dei carri armati. L’esercito cinese attacca il Tibet. Contiamo 120 camion, più i carri armati. Solo il lunedì possiamo tornare in città, stipata ormai di checkpoint militari. Ci fingiamo ignari turisti e, grazie al nostro passaporto, possiamo eludere quasi ogni controllo. I soldati sono adolescenti. Le armi vengono caricate a ogni minimo movimento. Rovine ovunque.

Kathmandu, martedì 17 marzo

Il martedì, grazie all’aiuto di H.J. nell’albergo riusciamo a fuggire in Nepal. A Kathmandu ci aspettano una cinquantina di giornalisti da tutto il mondo. Ci seguono in albergo, chiamano nelle nostre stanze o ci seguono per strada. Io decido di condividere con loro tutte le informazioni in mio possesso.

L'Europra sostiene il Tibet. Da sinistra: le manifestazioni ad Anversa, in Belgio e in Francia; proteste a Varsavia; "Tibet libero" sul duomo di Milano e sit-in a Londra (Foto: pietel/ julien '/ gilus_pl/ reinvented/ Flickr)

Altre foto: in homepage, manifestazioni ad Anversa (pietel/ Flickr), Bandiere bianche esposte all'esterno come offerta(citizenof1world/ Flickr), mezzi militari (Photo: d o d g e r/ Flickr)