società

Éloïse Bouton, Femen liberata

Articolo pubblicato il 03 marzo 2015
Articolo pubblicato il 03 marzo 2015

Con o senza t-shirt, Éloïse Bouton ha il femminismo nel sangue. In occasione dell'uscita del suo libro, Confessioni di un'ex-Femen, Éloïse riflette sul suo percorso militante, dal banco di scuola a quello degli imputati. Il nostro incontro. 

«Hai visto l'ultima azione de La Barbe? Gli abbiamo rotto le palle fino alla fine». Éloïse Bouton ti guarda negli occhi e parla senza peli sulla lingua. Seduta a un tavolo della Maroquinerie di Parigi, questa trentenne con lo smalto rosso si rallegra per aver preso parte al recente colpo messo a segno dal gruppo femminista La Barbe. Il 10 febbraio, una decina di donne con delle barbe finte ha interrotto un dibattito sull'economia (organizzato nei locali del quotidiano Le Monde) per denunciare la sovra-rappresentazione degli uomini, dato che 16 relatori su 17 erano uomini. «È la teatralità, la cosa che mi piaceva di più delle Femen all'inizio», sottolinea la giornalista, che nel 2012 il grande pubblico ha potuto conoscere senza barba posticcia (e soprattutto senza t-shirt) accanto alle militanti arrivate dall'Ucraina per rivendicare la libertà delle donne. 

Dopo la tempesta mediatica

Questo lunedì sera, è la calma che regna alla Maroquinerie (di cui Éloïse loda l'acustica) che segna tutto il nostro colloquio. Lungi dall'agitazione che ha caratterizzato gli ultimi due anni di attivismo "a seno nudo", questa donna dalla chioma rossa sorseggia una (birra) bionda in una sala praticamente vuota. Dopo aver scritto il libro Confessioni di un'ex-femen, sembra che Éloïse abbia decisamente voltato pagina. «Posso svapare?», mi chiede la stessa ragazza che non ha mai chiesto il permesso per piombare nel bel mezzo di Parigi, durante un raduno di Civitas, oppure in una chiesa.

«Per un istante, mi sono vergognata», dice a proposito della sua prima azione senza t-shirt in occasione delle Olimpiadi di Londra. Con addosso un grande maglione blu che nasconde i suoi tatuaggi,  Éloïse non è certo diventata freddolosa di punto in bianco. Riappropriarsi di quello strumento di marketing e di sottomissione che è il corpo femminile per mandare un messaggio completamente diverso? Questo continua a trovarlo «geniale». Come a voler rassicurare quel tipo di persona che rimane scioccata davanti al nudo politico, lei si limita a dire che in spiaggia ha dei problemi a mettersi in topless: «Non sono un'esibizionista». Una frase strizza l'occhio a quel tribunale che, lo scorso dicembre, l'ha condannata a un mese di carcere con sospensione della pena, oltre a dover pagare 1.500 euro di ammenda e 2.000 euro per il danno alla chiesa della Madeleine di Parigi. I fatti risalgono al 20 dicembre 2013. Mentre in Spagna il Primo ministro Mariano Rajoy pensava a restringere le condizioni per l'accesso all'aborto, Éloïse, munita di due fegati di vitello, entrava in chiesa per mettere in scena l'aborto di Gesù. 

Nonostante la condanna (e il fatto che un anno fa abbia lasciato le Femen) Éloïse non rinnega niente delle sue azioni. «Ho fatto ricorso. Se non funzionerà, mi rivolgerò alla Corte di Cassazione. E se non dovessere andare a buon fine nemmeno in Cassazione, mi rivolgerò alla Corte europea dei diritti dell'uomo e lì, dubito fortemente che mi diano torto», spiega serenamente. «Può darsi che ne abbia per 10 anni ma questo, magari, farà cambiare alcune cose», conclude prima di fare un tiro dalla sigaretta elettronica. 

Lo schiaffo letterario

Da quando aveva dieci anni, quella che dice di essere «sempre stata femminista» non è poi cambiata di molto. Da piccola, aveva già l'impressione che ci fosse una disparità di trattamento tra lei e suo fratello, incassava le osservazioni sui suoi vestiti e sulla sua voce bassa, prendeva le difese delle sue amiche. Senza parlare di "machismo", la piccola Éloïse aveva l'impressione che le ragazze fossero «materia di commento». Un'impressione che si concretizzerà intellettualmente soltanto al liceo, grazie alla lettura. 

Nessuna sorpresa: i primi libri a comparire nella sua biblioteca personale sono quelli di Violette Leduc e di Simone de Beauvoir. Non tanto Il Secondo sesso, quanto piuttosto L’Invitata, romanzo dove Simone de Beauvoir svela l'intimità di "coppia libera", la stessa che lei formava insieme a Jean-Paul Sartre. «Non avevo mai letto una donna che parlasse della sua sessualità in questo modo», ricorda. Poi, sui suoi scaffali, è arrivato il turno delle femministe nere come Bell HooksKimberlé Crenshaw, autrici della teoria della "intersezionalità" secondo cui le donne subirebbero più discriminazioni alla volta. «Quella è stata una bella botta!», di una potenza tale da portarla a specializzarsi sui movimenti di protesta afro-americani, con una tesi sul ruolo delle donne nell'hip-hop e un biglietto aereo per proseguire i suoi studi a New York, dove ha iniziato a contribuire attivamente alla lotta per i diritti LGBT.  

Femen un giorno, femminista per sempre

Tornata a Parigi, Éloïse cerca di trovare il suo posto in politica. Titubante davanti alla possibilità di impegnarsi coi Verdi, infastidita dalla mancanza di parità nel Partito socialista, dopo aver assistito ad alcune riunioni del movimento Ni Putes Ni Soumises (Né puttane, né sottomesse, n.d.t.) ed essere passata per Osez le Féminisme (Osate il femminismo, n.d.t.), si è impegnata per ben due anni con La Barbe. «Avevo bisogno di qualcosa di più radicale», ricorda. Ed è così che è finita con le Femen. Ma la luna di miele non può durare per sempre: «Passavamo tutte le nostre giornate insieme, ma non conoscevamo praticamente niente l'una dell'altra», spiega prendendo un'oliva. 

Gli addestramenti «militari» delle attiviste piacevano soprattutto a quella parte indipendente di sé che la faceva assomigliare a «un bambino selvaggio sulla sua roccia». Poi, una mattina del 2013, la voce si diffonde su internet: Éloïse sarebbe una Femen di giorno e una escort di notte. L’organizzazione femminista, ancora fermemente contraria alla prostituzione, non la sostiene in alcun modo. Qualche mese più tardi, alcune Femen la accusano (a torto) di essere «la talpa» che ha parlato con Le Figaro. Ferita, decide di mollare il movimento nel febbraio 2014 e, in seguito, di scrivere il suo Confessioni di un'ex-Femen. Più come "terapia" che per spirito di vendetta. 

La sua rabbia la tiene da parte per le discriminazioni quotidiane. Nel suo lavoro di giornalista, per esempio, l'etichetta di "femminista" le è stata incollata sulla pelle. Quando faceva parte delle Femen, nessuno s'interessava più ai suoi lavori. Oggi, se propone dei pezzi sulle donne, o sulle questioni di genere, la sua oggettività è sistematicamente messa in discussione perché, senza nasconderlo, lei continua a sostenere un certo tipo di associazioni. «Quella che oggi giorno chiamiamo oggettività deriva dal punto di vista di un uomo bianco di 50 anni», controbatte lei.

E come se questo non fosse già abbastanza, «l'altro giorno, a una cena, mentre tutte le mie amiche sono pluri-laureate e si trovano di fronte a costanti difficoltà, gli uomini presenti, che in certi casi non hanno nemmeno il diploma, se la cavano sempre alla grande». Coincidenza? Lei non crede. Nella lista delle cose che rendono grigi i suoi occhi verdi, figurano anche «gli uomini che non riconoscono i propri privilegi» e le «molestie per strada». «Ah! E le differenze di salario, ovviamente», ma di questo, conclude ordinando una mezza pinta, «ne potremmo parlare per ore».