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Eduardo Dávila Miura: «Un torero non pensa mai alla propria morte»

Articolo pubblicato il 16 giugno 2007
Articolo pubblicato il 16 giugno 2007
Conversazione sulla corrida come forma d’arte e sulla solitudine che si prova nell'arena con Eduardo Dávila Miura, 35 anni, il miglior torero di Spagna, che ha smesso di esercitare nel 2005.

«Un attore e un torero si incontrano. L’attore dice al torero: "In fondo facciamo due lavori molto simili. Entrambi andiamo in scena per un pubblico e alla fine perdiamo la vita". Il torero risponde: "È vero, solo che tu puoi morire molte volte, io invece no"». Appena finisce di raccontare questa storiella Eduardo Dávila Miura scoppia a ridere e ci guarda scherzosamente.

«Nell'arena ti senti solo»

Quando decise di interrompere la carriera decennale – nell’ottobre del 2006 – Dávila Miura era considerato il più famoso torero di Spagna. Non andava in scena solo in Andalusia, la sua regione d'origine, ma nelle arene di tutto il Paese e anche in Portogallo, nel sud della Francia e in Sudamerica. Molti hanno giudicato il suo ritiro, a soli 33 anni, sorprendente. Ma lui spiega: «Avevo raggiunto tutti i miei obiettivi, la vetta della mia carriera: ho pensato che fosse il momento migliore per ritirarmi».

Dávila Miura è nato in una nota famiglia di Siviglia che allevava tori. È cresciuto con questi animali, li ha osservati, studiati e si è allenato con loro fin dalla più tenera età. Per loro ha un profondo rispetto. «Bisogna avere una relazione cordiale con i tori» afferma infatti con enfasi. Nella corrida, secondo lui, un matador manifesta la sua anima perché «si combatte in base a come si è». E prova una «solitudine inimmaginabile». Eduardo cita il famoso torero andaluso Juan Belmonte: «Il torero è completamente solo, anche se si batte davanti a migliaia di spettatori: davanti a lui c'è solo il toro». Un animale di cui bisogna saper decifrare il carattere, perché esistono diversi tipi di toro e con ognuno bisogna battersi in modo diverso. «Alcuni sono degli ottimi attori» scherza Eduardo. Si vede che nutre un grande amore verso questi animali, anche se nell'arena ne ha uccisi molti.

Una forma d'arte o una crudeltà?

Per Dávila Miura la corrida è una forma d'arte e il torero un'artista: «È un'opera teatrale che segue una coreografia precisa». Si compone di tre atti, i cosiddetti Tercios. «Nell'ultimo il torero dà al toro il colpo di grazia con la spada» spiega Eduardo guardandoci negli occhi e mimando il gesto. «Serve la massima concentrazione per capire quando è arrivato il momento giusto. Siamo artisti, ma rispetto ai pittori e agli scrittori abbiamo a disposizione un unico tentativo». Il solo scopo del torero è la morte del toro: per questo rischia la vita. Dávila Miura ha mai pensato di poter morire? Lui scuote la testa e arriccia le labbra con disprezzo: «Un torero non pensa mai alla propria morte».

La corrida, però, non è solo arte, ma anche uno spettacolo crudele. Prima del colpo di grazia gli aiutanti del matador, i picadores e i banderillos, colpiscono il toro con delle lance e con delle asticelle appuntite al collo e al dorso. Nel Paese questi combattimenti sono sempre meno amati, soprattutto dai giovani. «È possibile che la corrida sia in crisi, ma a noi toreri non interessa» taglia corto Dávila Miura. Per «questo pugno di critici» ha solo uno sguardo sdegnoso. Come si può allora convincere uno scettico a mettersi nei panni del matador? «Dovrebbe vedere una corrida: solo così capirebbe il senso che sta alla base di questo spettacolo, ovvero che il toro è nato per morire».

Eduardo Dávila Miura parla dell'arte del torear con entusiasmo, ma anche con nostalgia. Oggi gli riesce difficile partecipare a una corrida solo come spettatore. «È difficile stare a guardare i combattimenti degli altri. La corrida è la mia vocazione» ammette. Ma Eduardo ha anche una famiglia e dei bambini a cui pensare: è già stato ferito gravemente otto o nove volte. Cosa direbbe a suo figlio se un giorno gli chiedesse di diventare un torero? Dávila Miura esita un attimo e poi afferma energicamente: «Avrei molta paura per lui, perché è una vita dura e pericolosa, ma glielo permetterei. In fondo è il lavoro più bello del mondo».

Un ringraziamento a Eduardo S. Garcés.

Prima pubblicazione 16 giugno 2007.