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Dieci cose da sapere sui rifugiati

Articolo pubblicato il 29 settembre 2015
Articolo pubblicato il 29 settembre 2015

L'UE sta affrontando una delle sfide più impegnative dalla sua nascita, la crisi dei migranti. L'aggravarsi dei conflitti in Siria, Nigeria, Somalia e Sud Sudan rende ancora più intenso l'afflusso di persone alla ricerca di una speranza in Europa. Chi sono? Da cosa scappano? Soprattutto: quali sono le reali conseguenze per l’Italia? Cerchiamo di fare un po' di chiarezza in 10 punti.

Profugo, migrante, rifugiato

Anche se spesso usati come sinonimi, questi termini hanno significati molto diversi, che incidono sul comportamento degli Stati in termini di protezione, aiuti e espulsioni.

Migrante è chi, volontariamente, lascia il Paese d'origine alla ricerca di una condizione sociale ed economica migliore; si sposta quindi per ragioni di opportunità. Profugo è una parola usata in modo generico, viene dal latino pro fugére, "cercare scampo": indica sì qualcuno che fugge dal proprio Paese per varie ragioni, ma che non è nelle condizioni di chiedere protezione internazionale, poiché solo chi acquisisce lo status di "rifugiato" ne ha diritto. Infatti la Convenzione di Ginevra del 1951 riconosce lo status di rifugiato a chi «nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può (...) domandare la protezione di detto Stato».

Da cosa scappano

Si emigra da da contesti geopolitici di grande complessità. Due casi esemplari: l’Eritrea e la Siria

Nel Paese africano il Primo ministro Isaias Afewerki è al potere da vent'anni ed ha costituito un regime paramilitare: i giovani eritrei sono obbligati alla leva militare dall'età di 17 anni (e spesso per tutta la loro vita), ogni forma di protesta è soppressa con una dura incarcerazione preventiva. Inoltre il regime specula sugli esuli esigendo (anche con mezzi illeciti) una tassa del 2% sui redditi degli eritrei che vivono all'estero.

La situazione siriana è forse la più complicata da sintetizzare: dalle dimostrazioni di piazza della Primavera araba del 2011 si è passati ad una guerra civile con diversi fronti, che finora ha causato circa 200 mila morti e 4 milioni di rifugiati. Le Nazioni Unite non sono riuscite a coordinare un intervento internazionale, nonostante sia stato confermato il ricorso a torture, armi chimiche e bombardamenti contro i civili.

I regolamenti di Dublino

In Europa il regolamento di Dublino III stabilisce che «una domanda d'asilo è esaminata da un solo Stato membro». Salvo eccezioni, si tratta dello Stato in cui il richiedente asilo ha fatto il primo ingresso nell'Unione europea. Non si può chiedere lo status di rifugiato in più di un Paese. 

Questo sistema è criticato poiché penalizza i Paesi collocati sulle frontiere esterne, oberati dalla mole di richieste di asilo. L'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha bollato il trattato come non adeguato ai tempi e si è impegnata a cambiarlo, indicando come primo passo la redistribuzione dei rifugiati.

La redistribuzione e le quote UE

I rifugiati che saranno ricollocati all'interno dell'UE sono circa 120 mila: è questo l’esito del Consiglio dei Ministri degli interni europei, chiamati a esprimersi con voto esplicito. Il criterio di distribuzione è calcolato in riferimento a popolazione, PIL e domande già ricevute.

La decisione è stata presa a maggioranza, con il voto contrario di Ungheria, Romania, Slovacchia e Repubblica Ceca. Tuttavia la risoluzione è vincolante anche per gli Stati membri che si sono opposti "per principio", data l'esiguità del numero da collocare: 5.082 in Polonia, 2.475 in Romania, 1.591 in Repubblica Ceca, 1.294 in Ungheria e 802 in Slovacchia. Quasi metà della prima tornata dei 66.000 sarà accolta in Germania e Francia.

Chi paga? L'Unione ha già stanziato 780 milioni di euro che copriranno anche i costi di trasporto. All'Italia, ad esempio, andranno 500 euro a rifugiato.

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Quanto ci costano

Fare una stima al centesimo è sicuramente complicato. Secondo il Sistema di protezione per richiedenti e rifugiati (SPRAR), l'Italia ha speso 628 milioni di euro nel 2014, in parte ammortizzati dai fondi UE. Per i prossimi 6 anni sono stati stanziati da Bruxelles 2,4 miliardi, di cui 560 milioni assegnati all'Italia.

Riguardo la spesa pro-capite le 73.705 persone accolte dal Belpaese costano circa 35 euro al giorno per una spesa totale giornaliera di 2,6 milioni di euro. Attenzione: queste cifre coprono soprattutto le spese dei centri di accoglienza. In poche parole, non vanno "nelle tasche dei migranti" come qualcuno si ostina a sostenere. Il rapporto annuale dello SPRAR analizza in dettaglio costi, alloggi e ogni altra informazione.

I richiedenti asilo e gli alberghi

Secondo alcuni politici e media, i richiedenti asilo risiederebbero in "hotel di lusso", conducendo una vita agiata e ricevendo anche una paga giornaliera. Secondo i dati del Ministero dell’Interno e dello SPRAR, le strutture ricettive finanziate per gli anni 2014-2016 sono 20.744, e tra queste rientrano anche alcuni alberghi. Nella grandissima parte dei casi, si tratta di strutture distanti dagli hotel più "turistici", tanto da esser destinate dagli stessi proprietari all'accoglienza. È importante ricordare come questi edifici, data la loro natura, spesso non forniscano un’efficace assistenza sanitaria e igienica.

In ogni caso la spesa per queste strutture è finanziata da un fondo nazionale per le politiche e i servizi per l'asilo, già stanziato per questo scopo, senza perciò incidere direttamente su altri capitoli del welfare.

In Italia ospitiamo un numero eccessivo di persone?

L'Italia ospita circa 73 mila rifugiati. Un numero modesto se si compara con quelli degli altri paesi Europei: è presente infatti un rifugiato ogni mille abitanti, a fronte degli 11 della Svezia e dei 3,5 della Francia. Con l'applicazione delle quote UE si calcola che 15.400 rifugiati saranno "ricollocati" dal nostro Paese verso altri stati.

I bambini rifugiati

Si tratta di uno dei punti più critici. Il fenomeno dei minori non accompagnati è fisiologico, poiché molti sono orfani a causa della guerra o si allontanano dalle famiglie durante la fuga. Le associazioni per l'infanzia calcolano che circa la metà dei richiedenti asilo ha meno di 18 anni. Necessitano di assistenza sanitaria, psicologica e educativa, e l’UNICEF ha lanciato un appello per raccogliere i 14 milioni di dollari necessari alla loro accoglienza. I minori stranieri non possono essere espulsi, tranne che per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato.

"I migranti non si integrano"

Quello dell'integrazione è un processo difficile, lungo e articolato. Un percorso reso più impervio dalle carenze strutturali del nostro Paese e dalla tendenza all'emarginazione sociale dei rifugiati. Non mancano però straordinari esempi di integrazione grazie alla reciproca collaborazione tra rifugiati, cittadini e Terzo settore. Una ricerca condotta dal Consiglio italiano per i rifugiati svela che in poco tempo molti immigrati diventano sarti, albergatori, soci di cooperative. Mettendo insieme tutte le forze sociali è possibile garantire un'esistenza dignitosa a tutti. 

"I migranti sono un peso e un costo"

Dalle cifre non si direbbe. Secondo la Fondazione Leone Moressa il bilancio tra i contributi degli immigrati (da imposte e contributi previdenziali) e la spesa pubblica per l'immigrazione (welfare, politiche di accoglienza e integrazione, contrasto all'immigrazione irregolare) è in attivo con +3,9 miliardi di euro. Il PIL creato ogni anno dai lavoratori stranieri ammonta a 123 miliardi di euro, l'8,8% del PIL nazionale.

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Napoli.