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Destinazione Germania: l'avventura di tre ragazzi del Gambia (II)

Articolo pubblicato il 25 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 25 febbraio 2015

Tra i numerosi migranti che cercano di raggiungere l’Unione europea, Cafébabel ha ascoltato le storie di Lamin Ceesay, Mohamadou Sanneh e Abubacarr Sawo, tre giovani Gambiani che hanno lottato duramente per sfuggire all’instabilità politica, alla guerra e ai conflitti che mettono in ginocchio il loro paese. Ecco la seconda parte dell' articolo che racconta il loro incredibile viaggio.

Dopo essere fuggito dal Gambia in seguito all'arresto e alla morte di suo padre, Mohamadou Sanneh arriva finalmente in Libia via Senegal. Dopo un breve periodo di quiete, e dopo la caduta del regime di Gheddafi,  Mohamadou assiste allo scoppio della guerra civile nel Paese.

«Lì, ho visto molte storie (di guerra). Il mio capo è stato ucciso e l'esercito mi ha imprigionato a Tripoli, dove sono rimasto per 6 mesi. Immaginate di non aver fatto nulla di male e che all'una di notte, mentre state dormendo in casa vostra, la polizia arrivi e vi porti via... Poi alcune persone che mi conoscevano per via del mio lavoro (facevo l'idraulico), mi hanno offerto la possibilità di andare in Italia. Hanno detto 'Quì non c'è nulla di buono, perchè non c'è un governo', così sono partito».

Mohamadou non fa il nome di coloro che l'hanno aiutato nella tappa successiva del suo viaggio. La sua è una delle migliaia di storie che passano da Lampedusa, l'isola simbolo dell'immigrazione nordafricana in Europa. Nel 2011, periodo del suo viaggio dalla Libia verso l'Italia, una grossa ondata di immigrati si dirigeva verso Lampedusa a causa della primavera araba, che si stava espandendo con rivolte in Tunisia, Libia, Egitto, Yemen, Siria e Bahrein.

Nell'agosto 2011, sono 48.000 gli immigrati già sbarcati a Lampedusa. La maggior parte è composta da giovani uomini tra i 20 e i 30 anni. La situazione causa divisioni all'interno dell'UE. Il governo francese vede la maggior parte delle persone che arrivano come migranti economici più che rifugiati politici in fuga dalle persecuzioni mentre l'Italia, per gestire l'afflusso di rifugiati, chiede più volte aiuto all'UE.

L'immigrazione illegale in Europa è una questione sociale e politica complessa, facilitata da una rete informale di contrabbandieri, qualcosa di cui gli immigrati stessi non sono consapevoli. «Sono andato prima in Sicilia, poi a Roma. Poi sono stato ad Ancona per sei mesi. Poi sono tornato di nuovo a Roma, ma loro non mi davano i documenti, così sono andato in Germania».

Chi sono "loro"? Mohamadou non fornisce particolari, e il modo in cui parla di questi contrabbandieri ci suggerisce che la loro identità sia incerta anche per lui. «Sono andato in Germania perchè lì loro non uccidono le persone. Loro sono più buoni [sic] degli italiani».

C'è davvero differenza tra tedeschi e italiani? Non è questo il punto. Una distinzione così netta può essere la maniera di Mohamadou per spiegare che non si è mai sentito al sicuro, in nessun momento del suo viaggio nel Belpaese. L'Italia non era una destinazione dove stabilirsi, soprattutto a causa dei contrabbandieri che, in certi casi, continuano a rappresentare una minaccia anche per gli immigrati che sono già arrivati in Europa.

Camminando con questi tre giovani uomini per le strade di Müllheim, sentiamo alcuni commenti che riflettono il dibattito scaturito online dopo che il prestigioso Frankfurter Allgemein Zeitung (FAZ) ha pubblicato un articolo sui rifugiati che ora vivono a Müllheim. «Povera Germania», dice un uomo di mezza età.

La differenza tra un europeo e un rifugiato la si nota in qualsiasi cosa: nella cultura, nella lingua fino all'etnia. Ad ogni modo, la chiave per colmare questo divario risiede nell'intimo della storia di ogni rifugiato, che dovrebbe essere impiegata come terreno di solidarietà. 

L'unica possibilità che avevano Mohammadou, Lamin e Abubacarr per costruire il proprio futuro era quella di acquisire lo status di rifugiati. Di conseguenza hanno vissuto la guerra, sfidato i confini e i contrabbandieri. Sono stati in esilio provando a piantare i semi per crearsi nuove radici.

Le prime informazioni riguardo al futuro sono positive. Il prossimo passo è previsto per la primavera quando i 60 migranti saranno trasferiti dalla scuola superiore a un hotel del vicinato. Che siano considerati come  migranti economici o rifugiati politici, adesso l'obiettivo di Mohammadou, Lamin and Abubacarr è quello di ottenere un permesso di soggiorno permanente.

«Mi piace qui. Mi piacerebbe lavorare qui come idraulico o in una fattoria». Il destino a lungo termine di Mohamadou e dei suoi compagni migranti a Müllheim è legato alle risposte politiche degli Stati dell'UE. In ogni caso, questi tre gambesi hanno la solidarietà di alcune persone del posto che sostengono la loro causa: la semplice speranza di poter avere un nuovo inizio.

Leggi la prima parte della storia di Lamin Ceesay, Mohamadou Sanneh and Abubacarr Sawo qui.