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Destinazione Germania: l'avventura di tre ragazzi del Gambia (I)

Articolo pubblicato il 23 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 23 febbraio 2015

Tra i numerosi migranti che cercano di raggiungere l’Unione europea, Cafébabel ha ascoltato le storie di Lamin Ceesay, Mohamadou Sanneh e Abubacarr Sawo, tre giovani Gambiani che hanno lottato duramente per sfuggire all’instabilità politica, alla guerra e ai conflitti che mettono in ginocchio il loro paese. Questo è il primo dei due articoli dedicati al loro incredibile viaggio.

È il 31 dicembre 2014, la neve copre Müllheim, piccola città di 18.000 persone della Germania sud-occidentale. Situata tra la valle del Reno e la Foresta Nera, la vita a Müllheim sembra scorrere tranquilla. Che ci fanno allora tre giovani Gambiani che arrancano nella neve fitta? La loro presenza genera dei sospetti tra la popolazione locale: Chi sono? E cosa vogliono?

Provando a chiedere delle delucidazioni a riguardo, alcuni abitanti lasciano capire, senza mezzi termini, che preferirebbero non vederli in giro. Dicono che questi immigrati, 60 in totale, vivono nella palestra della scuola del paese e che sono lì per rubare il lavoro ai loro figli. Poi ce ne sono degli altri, decisamente più tolleranti, che cercano di aiutare quei 60 immigrati a trovare lì una sistemazione. Ognuno di loro ha un letto e un armadietto per sistemare cosa gli resta del passato o cosa potrebbe essergli utile in futuro.

Lamin Ceesay, Mohamadou Sanneh e Abubacarr Sawo scoprono per la prima volta la bellezza della neve: quei fiocchi, nel cadere, cristallizzano la realizzazione di un avvenire che per anni avevano creduto impossibile. Mohamadou Sanneh ci racconta dell’altro. È nato nel 1992 in Gambia. Allora il paese era ancora governato dal suo primo presidente, Sir Dawda Jawara, al potere dal 1970, anno in cui il Gambia divento' una repubblica, cinque anni dopo aver ottenuto l’indipendenza dall'Impero britannico. Nel 1994, quando Mohamadou aveva solo due anni, un gruppo di ufficiali dell'Esercito nazionale del Gambia depose Dawda Jawara. Il colpo di Stato fu guidato da Yahya Jammeh, comandante della Polizia militare del Gambia e poi presidente del gruppo che prenderà il nome di “Consiglio governativo provvisorio delle forze armate” (AFPRC). L’AFPRC abrogò immediatamente la Costituzione, chiuse le frontiere e impose il coprifuoco. Il nuovo governo di Jammeh giustificò il colpo di Stato recriminando la corruzione e la mancanza di democrazia sotto il regime di Jawara.

Yahya Jammeh venne “eletto” presidente nel settembre 1996. Da quel momento è sempre rimasto in carica, vincendo elezioni su elezioni (2001, 2006, 2011). Sebbene dall’esterno le sue vittorie politiche non sembrino limpide e corrette, attualmente Jammeh è al suo quarto mandato.

Vittime della politica

Con lo slogan Giustizia, Pace e Progresso, nel 1996 l'avvocato per la tutela dei diritti umani Ousainou Darboe fonda il Partito democratico unito (UDP). L’UDP diventa cosi il principale partito di opposizione al regime di Yahya Jammeh, che discrimina fortemente gli omosessuali, limita la libertà di stampa e viola molti diritti civili reprimendo, per esempio, le manifestazioni studentesche, promuovendo la caccia alle streghe o massacrando i migranti. In quegli anni, inoltre, inizano a verificarsi misteriose sparizioni e detenzioni.

Sanneh aggiunge: «La mia vita in Gambia andò bene fino al 2001: mio padre faceva parte dell’UDP. E morì proprio per questo. Venne arrestato nel 2001 e morì in prigione nel 2009».

Alcuni media (come la piattaforma on-line Freedom Newspaper e il Foroyaa newspaper) hanno pubblicato delle liste coi nomi di decine di persone che sono scomparse dopo essere state rapite da uomini in borghese o che sono state lasciate morire in carcere per mesi o per anni, senza atti d’accusa né processi.

Dopo la morte di suo padre, ucciso per il suo impegno politico nell’UDP, Mohamadou ha iniziato la sua lotta per la sopravvivenza, a soli 17 anni. Dopo essere fuggito dal Gambia, la sua corsa, durata cinque anni, non si è mai fermata e non sono stati pochi i problemi che ha dovuto affrontare lungo il cammino.

«Sono andato prima in Senegal, dove c’era la possibilità di raggiungere la Libia, dove effettivamente sono arrivato nel 2011. Il mio capo mi ci portò in macchina, attraversando il Mali, il Burkina Faso e la Nigeria. Lì le cose andavano meglio e iniziai a lavorare come idraulico. Ma poi cominciarono i problemi con Gheddafi…».

Appuntamento domani con la seconda parte della storia di Lamin Ceesay, Mohamadou Sanneh e Abubacarr Sawo.