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Dalle caricature di Maometto alla strage di Anders Breivik, i danesi preferiscono il silenzio

Articolo pubblicato il 23 marzo 2012
Articolo pubblicato il 23 marzo 2012
La Danimarca è traumatizzata. Dopo le caricature contro Maometto, che avevano portato nel 2005 la piccola nazione scandinava sotto i riflettori mondiali, i danesi si sono stancati della loro immagine negativa e preferiscono pertanto tacere. Addio alla libertà di opinione?
La recente messinscena del manifesto di Anders Breivik a Copenhagen ha riportato l’attenzione sul dibattito del multiculturalismo.

L’idea di realizzare un reportage simile è arrivata insieme all’e-mail di risposta del giornale danese Jyllands-Posten, che così si è espresso: “Gentile collega, la ringraziamo per la sua proposta. Sorry, ma abbiamo smesso di pubblicare opinioni sull'argomento 'maometto'. I miei migliori saluti, Tage Clausen, capo-servizio".

“La tirannia del silenzio”

Vi ricordate ancora delle caricature di Maometto, che nel 2005 provocarono uno scandalo mondiale e portarono alla Danimarca un’attenzione fino ad allora sconosciuta, dando luogo a dibattiti sulla libertà di stampa e proteste da parte delle comunità musulmane in tutta Europa? Sette anni più tardi a Copenaghen si preferisce non proferir parola sull’argomento. Sembra di cadere nel banale tirando fuori sempre lo stesso affare. Flemming Rose, direttrice del dipartimento culturale di JP, che nel 2005 ha approvato la pubblicazione delle dodici caricature, ha pubblicato nel 2010 il libro “La tirannia del silenzio”, per metter fine alla questione.

Redattore del giornale Politiken, vive dal 2005 in una sede blindata, anche contro le intrusioni di innocenti bambini.

Maometto in vignetta: odio o satira?

Sono andata a intervistare Omar Tarek, redattore del giornale Politiken. Dietro a me si chiude una porta in vetro. Dall’altra parte viene digitato un codice e si apre di fronte a me la seconda porta. Omar mi fa passare per le chiusure di sicurezza. La sede di Politiken si trova in un simile edificio a Copenaghen, in Rådhuspladsen, così come il Jyllands-Posten. Da diversi anni la redazione è più sicura di una banca e viene sorvegliata anche nottetempo. “Non era meglio vederlo solo nei cartoni animati, piuttosto che viverlo quotidianamente? Mia figlia ha un anno; quando l’ho portata l’altro giorno in redazione, è stata munita anche lei di una tessera di riconoscimento”. Ciononostante, il trentaquattrenne non capisce perché chi lavora per il JP non voglia dare informazioni sulla libertà di stampa: “è il nostro lavoro, questo!

Il confine tra libertà di pensiero e offesa della sensibilità religiosa è divenuto in Europa ormai molto labile. La dimostrazione non è solamente offerta dal recente manifesto della satira di Charlie Hebdo in Francia, ma anche da una tendenza crescente alla censura per tutto ciò che puzza di anti-islamico. Secondo lo studio di Kaas & Mulvad del 2010, in cui vennero interrogati 654 membri di associazioni culturali danesi (metà dei quali decisero di restare anonimi), circa il 50% della popolazione ritiene che la libertà di pensiero nel proprio paese sia in pericolo. “E’ comprensibile che i redattori ci pensino due volte, prima di scrivere qualcosa di provocatorio”, così ha spiegato una stagista di redazione. Anche lei ha deciso di restare nell’anonimato.

Quelle satire che non fanno polemica

Tarek Oman è originario del Libano, anche se egli non ama essere ricordato per la propria appartenenza politica. “Io mi ritengo danese, poi arabo, ma prima di tutto padre”, ha rilevato il precedente corrispondente da Bruxelles parlando un inglese impeccabile. Nel 2011 il trentaquattrenne ha pubblicato un libro di nome Muhamme Daneren. I personaggi delle storie di Omar, i “danesi di oggi”, hanno perso la loro identità. Lo scrittore sottolinea che tali racconti non sono mai stati criticati. Anche la storia dell’Iman maniaco del sesso è stata accettata dai circoli religiosi. Soltanto perché lo scrittore è, appunto, musulmano? “No, perché è stata riconosciuta la bellezza della mia narrazione. Non devono per forza esserci sempre proteste, dipende dall’atteggiamento di chi avanza la provocazione. Se però si tratta soltanto di una pura provocazione gratuita, allora la situazione è ben diversa”.

Quello che per Omar è provocazione, per Helle Merete Bix è soltanto la più basilare forma di libertà di pensiero. Storie sul multiculturalismo a lieto fine sono troppo semplici da raccontare, afferma la giornalista, che però riconosce di avere un “profilo chiaro” in Danimarca e di venir spesso additata come “islamofobica”. Ma è proprio così? Nell’alloggio di Brix sono sì appese le caricature di Kurt Westergaard che sette anni fa, dopo essere state pubblicate sul Jyllands-Posten, hanno fatto il giro del mondo, ma di fianco si trovano anche delle immagini buddiste. Tuttavia lei crede in una “cultura a guida europea”, che si basa sui valori del Cristianesimo, il controllo delle frontiere, e sostiene l’incompatibilità dell’Islam con il concetto di democrazia. Per molti anni l’autrice del libro Mod Mørket: Det Muslimske Broderskab i Europa (Contro l’oscurità: la fratellanza musulmana in Europa) ha lavorato presso la Free Press Society danese. Tuttavia, dopo alcune divergenze con gli altri colleghi, la sua collaborazione è venuta meno: “Un po’ come le coppie, che talvolta si separano”.

Il nome è derivato dai cognomi del duo Mikael Wulff e Andres Morgenthaler, le cui vignette sono pubblicate nei giornali di Svezia, Danimarca, Norvegia, Germania e Inghilterra.

Charlie Hebdo, quando le caricature si ribellano

I simpatizzanti del movimento per i diritti civili danese, il Dansk Folkeparti, che ha fomentato passo dopo passo la generale insicurezza post 11 settembre attraverso proposte di legge restrittive, rappresentano una voce considerevole contro la crescente influenza dell’islam”, così commenta Brix. Nel corso degli ultimi dieci anni i liberali di destra, alleati con i popolari di destra, hanno fatto varie concessioni a favore degli immigrati. Nessun altro politico ha osato prendere pubblicamente posizione in tale tema. La strumentalizzazione della libertà di pensiero da parte dei popolari di destra ha fatto il proprio ingresso anche in Danimarca.

Anders Breivik e il terrore dei Cristiani

Nel CaféTeatret di Copenaghen incontriamo uno dei più controversi registi teatrali e drammaturghi danesi del momento, Christian Lollike. Seguiamo una linea rossa sul pavimento, che ci guida per le caotiche quinte teatrali, file di sedie in sala, su e giù per le scale e, ancora, negli scantinati. Si tratta di un sentiero che porta alla scoperta delle parti più interessanti del teatro, che più tardi intraprenderà anche lo spettatore. Al momento l’enfant terrible del teatro danese è sulla bocca di tutti. Lollike vuole mettere in scena il manifesto del terrorista di Oslo, Anders Breivik, 2083 - Una dichiarazione di indipendenza. “Nei Paesi scandinavi abbiamo reso possibile che si parli degli stranieri, e soprattutto dei musulmani, in un tono spesso razzista, il che può generare atti di estremismo simili a questo”, è il ragionamento del regista.

Norvegia: una sopravvissuta racconta

Lollike non ha dubbi a riguardo: dopo la pubblicazione delle caricature di Maometto i toni usati per parlare dell’Islam si sono decisamente smorzati. Tuttavia non vuole nascondere la bassezza morale di molti che si professano cristiani. Gli avvenimenti di Utøya e il relativo manifesto, che continua a girare su Internet, non possono non essere commentati. I populisti di destra cercano continuamente di far tacere il regista e lo stigmatizzano per la sua compassione da quattro soldi. Il rispetto della libertà di pensiero, rivendicata dalla pubblicazione delle caricature del JP, è spesso trascurata dai politici e dall'opinione pubblica in casi "speciali" come questo.

Alle sue spalle, la foto di Andres Breivik

Se vi avvicinate alla fotografia che si trova alle mie spalle, riuscite a vedere ciò che porta Breivik nella parte superiore del braccio?”, ha chiesto Lollike, mostrando una fotografia appesa alla sua bacheca, piena di articoli di giornale dedicati al suo spettacolo. La strana divisa di Breivik reca infatti le parole “Multiculural traitor hunting permit” (permesso di cacciare i traditori multiculturali). Tutti questi pensieri malvagi sui musulmani devono averlo davvero stancato, pensa il regista, che si sente in dovere di difendere il proprio progetto: “Tutto ciò potrebbe succedere di nuovo, penso che noi tutti abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri concittadini musulmani. Se Al-Qaeda attacca le Torri Gemelle, allora si tratta di una guerra culturale e religiosa, ma quando l’attenzione si sposta su un uomo malato e pazzo come Anders Breivik, allora tutto ciò non ha nulla a che fare con la nostra società. Trovo che questa distinzione sia una vera ipocrisia, e un pericolo per la nostra democrazia”.

L’articolo fa parte del nostro reportage “multiculturalism in Europe”. Un particolare ringraziamento a cafebabel.com Localteam in Copenaghen.

Foto di copertina: (cc)FotoRita/flickr; Tarek Omar ©tarekomar.dk; caricatura: ©Wulffmorgenthaler; Christian Lollike: ©Nicola Zolin