società

Dal protoslavo allo slovio

Articolo pubblicato il 30 gennaio 2006
Articolo pubblicato il 30 gennaio 2006
Nell’antichità le lingue slave traevano la loro origine da un’unica koiné: l’antico slavo. Tuttavia, già dal XII secolo cominciarono a differenziarsi l’una dall’altra; una di esse visse un periodo di massimo splendore durante il XVII secolo: il Polacco.

Il polacco, in sostanza, è come il russo, solo che è più alcoolico. Questo è quello che sosteneva Kostja, un mio ex-compagno di scuola, proveniente da Selenogradsk, paesino situato lungo la lingua di terra della Curlandia. Da buon russo, dava sempre l’impressione d’essere sicuro delle proprie affermazioni. Una volta mi raccontò di un incontro che aveva avuto con un polacco. La vodka aveva allentato l’inibizione iniziale e il dialogo aveva preso piede. Riuscivano addirittura a capirsi.

Alcuni anni più tardi mi ritrovavo seduto, con altri 50 studenti Erasmus, in un bus per un’escursione da Brünn (Repubblica.Ceca) verso Cracovia. Superato il confine polacco, la radio cominciò ad emettere strani suoni : un’ondata sibilante, nasale e stridente. Di tanto in tanto, qualche parola comune emergeva da questo riflusso fonetico. Finché tutto fu chiaro: il polacco è come il ceco, solo che la ricezione è disturbata.

L’antico slavo come lingua comune

È abbastanza usuale che affiorino malintesi, quando si parla di lingue slave. Non di rado ci si trova di fronte a un “falso amico”, ovvero una parola che, nonostante sia simile in entrambe le lingue, ha per ciascuna di esse un significato ben diverso. Le somiglianze tra le lingue slave moderne, infatti, sono sorprendenti. Vari linguisti ritengono che, fino al XII secolo, tutte le popolazioni slave, da Lubiana agli Urali, potessero conversare tra loro parlando dialetti diversi di una lingua comune detta “protoslavo”. Furono però l’avanzata degli Ungheresi e le conquiste dei Franchi, che parlavano tedesco, a dividere gli slavi della zona balcanica meridionale dai propri “fratelli” settentrionali. Polacco, ceco, slovacco e serbo si svilupparono come lingue slave occidentali in modo indipendente.

Tra queste, fu il polacco ad avere la maggiore espansione. Con l’unione tra il Regno polacco e il Gran Ducato Lituano nacque la “repubblica nobiliare” polacco-lituana nell’anno 1569. Il polacco divenne così, insieme al latino, la lingua ufficiale nella zona dell’Est europeo. Nel XVII secolo, durante “il secolo d’oro” della Repubblica, undici milioni di persone vivevano sotto il dominio polacco: tali confini comprendevano l’attuale Bielorussia, i paesi Baltici e la Polonia.

Quando il polacco era uno status symbol

Nonostante fossero una minoranza rispetto ad ucraini, bielorussi e lituani, i polacchi riuscirono velocemente a diffondere la propria cultura e la propria lingua. La conoscenza della lingua polacca era considerata uno status symbol e l’elite del paese venne ben presto influenzata dalla loro cultura. Esisteva, inoltre, un’altra realtà linguistica al di fuori dei confini del regno polacco, dove un ceto sociale elevato, seppur mischiato alle altre popolazioni locali, rimaneva di lingua polacca.

Nel 1791 venne redatta una costituzione tra la Polonia e la Lituania, in cui si sanciva una divisione dei poteri e si garantivano maggiori diritti politici alla classe borghese e contadina. Tuttavia, gli Stati confinanti, governati ancora con un modello autoritario, reagirono militarmente di fronte all’introduzione di queste libertà. L’Austria, insieme alla Prussia e alla Russia, sconfisse l’esercito polacco: il 1795 vide la fine dello stato polacco.

Fino alla fine della prima guerra mondiale, i polacchi dovettero subire un’occupazione tedesca e una russa. A difesa della loro identità nazionale rimasero a loro disposizione soltanto due mezzi: la lingua e la cultura. L’ideologia romantica e (trans)nazionale del Panslavismo non riuscì mai ad attecchire tra la classe intellettuale polacca nel XIX e XX secolo. L’obiettivo era unire tutte le popolazioni slave in un territorio politico-culturale comune. Tale movimento venne sfruttato come strumento di espansione in Europa Centrale e Orientale da parte degli Zar russi. Agli occhi dei polacchi, il Panslavismo sembrava assumere le sembianze dell’ideologia della potenza occupante: i panslavisti sostenevano la liberazione dei popoli slavi mediante il supporto dei russi, ma gran parte della Polonia non traeva alcun beneficio da quest’affrancamento.

L’esperanto dell’Est

Il panslavismo è fallito. Oggigiorno le lingue slave continuano a differenziarsi sempre più l’una dall’altra, e gli abitanti di questi paesi vivono nella propria nazione, sentendosi legati alla propria lingua ufficiale. Non è un caso, infatti, che gli abitanti della Slesia parlino, fuori dai propri confini, polacco o ceco piuttosto che il dialetto regionale. I serbi e i croati sono particolarmente attenti alla scelta di termini d’uso regionale, al fine di poter dimenticare l’antica lingua comune serbo-croata. Così, tredici anni dopo la “rivoluzione di velluto” che portò poco dopo alla separazione della Cecoslovacchia, i bambini praghesi non riescono nemmeno a comunicare a dovere con le commesse slovacche.

Dopo cent’anni di nazionalismo, gli slavi sono intrappolati nella propria lingua? Per alcuni il sogno panslavistico non è ancora tramontato. Quattro anni or sono, il linguista slovacco Mark Hucko creò lo “slovio, l’Esperanto dell’Est”. Lo slovio si compone di un lessico e una grammatica d’origine slava, comune alle varie lingue della zona. Ma che un giorno le popolazioni slave possano parlare la stessa lingua, rimane al momento pura utopia. Se russi e polacchi vogliono comunicare, rimane l’inglese come valida alternativa. Oppure, la Vodka!