società

Cronache dal paese dei merli neri: (8)

Articolo pubblicato il 22 settembre 2014
Articolo pubblicato il 22 settembre 2014

Agli inizi del 2000, il Kosovo fu davvero teatro di un traffico di organi perpetrato dai guerriglieri kosovari sui prigionieri serbi? La risposta forse, si trova in una vecchia linea del fronte, a nord del paese, dove il presidente dell'Associazione delle famiglie dei desaparecido serbi ci ha concesso un'intervista. Tra due tanks.

VIII - Sul ponte di Mitrovica

A cinque anni dal conflitto, migliaia di persone sono tuttora disperse. La cifra ufficiale è di 1799, secondo il Comitato internazionale della Croce-Rossa (CICR). Per difendere la memoria di costoro, che vengono chiamati "missing persons", esistono ben 22 associazioni ufficiali. Il presidente dell'Associazione delle famiglie serbe disperse, Milorad Trifunovic, ha accettato di incontrarmi. L'appuntamento è a  Mitrovica, a nord del paese. 

La regione, maggiormente popolata da serbi, sfugge ai controlli delle autorità di Pristina e rimane ancora teatro di sporadiche violenze. Annidata tra colline verdeggianti, l'antica città capoluogo, cristallizza ancora le tensioni tra le comunità serbe e kosovare. Gli edifici ufficiali vengono regolarmente bombardati e possono verificarsi persino degli attentati pogrom. Le ultime elezioni municipali a dicembre 2013, benché sorvegliatissime, sono state ripetute. 

Vecchia prima linea del fronte durante la guerra del Kosovo, il fiume Ibar a Mitrovica separa ancora oggi i quartieri albanesi a sud da quelli serbi a nord. Sul ponte di Mitrovica, Fadil, mio faccendiere albanese, è categorico. « Io mi fermo qui. » Col dito, mi indica inquieto l'altra riva, una barricata ed un accampamento improvvisato sul quale si muovono drappelli di serbi, sorvegliata da paramilitari malconci e palesemente alcolizzati. Fadil si rifiuta di avanzare. Gli uomini d'affari, gli impiegati internazionali, i curiosi, nonché la maggior parte degli abitanti non attraversano quasi mai il ponte di Austerlitz per divertirsi sulla riva opposta, salvo necessità. Alla fine, dopo dieci minuti di conversazione, Fadil accetta di tradurre l'intervista nel bel mezzo del ponte. Non lontano dal tank della KFOR e dei carabinieri italiani impomatati che sorvegliano la zona. 

Baffi, giacca sportiva e bracciale in oro, Milorad Trifunovic arriva veloce trottando sulle sue arrive in pantofole. Inizia così un monologo ad alta voce, interrotto solo dal suono del suo telefono. Non si fa certo pregare per raccontare la guerra, "la sua guerra". Questo vecchio minatore ha lavorato in una grande miniera di carbone della regione, il conglomerato Trepča. Un ristorante, dei soldini, una famiglia, amicizie e « i primi passi per una carriera politica ».  Poi ha visto la sua vita sprofondare in cinque minuti. A giugno del '99

« I bombardamenti della Nato in Kosovo hanno peggiorato la situazione nella regione provocando una vera e propria faida », ci confida. Molti dei rapimenti sono stati fatti dopo l'instaurazione del protettorato internazionale, a giugno 1999. « Quasi 25mila serbi subirono una caccia all'uomo, 2mila furono uccisi, mille si sono volatilizzati. Milošević non è il solo ad aver praticato la pulizia etnica », precisa Trifunovic, sospirando.

La sua casa, che all'epoca era il quartier generale della KFOR, fu « bruciata dagli Albanesi sotto gli occhi di una comunità internazionale che non ha mosso un dito ». Suo fratello sparì a 35 anni insieme nove colleghi di lavoro. « Non se ne sa nulla, aspettiamo. Anche se sono passati quindici anni, noi speriamo che che viva da qualche parte, malgrado tutto. » 

Per tutti coloro che non hanno ancora nessuna informazione sui loro cari e che continuano a vivere aggrappati ai ricordi, un vero e proprio « commercio dei dispersi si è sviluppato nei dintorni. Delinquenti che usano la disperazione delle famiglie per guadagnare soldi. » Trifunovic conosce molta gente cui è stato fatto credere, in questi ultimi anni, che i loro figli, fratelli, padri, fossero vivi e che bastava pagare per sapere dove fossero. « Ovviamente, presi i soldi, questi mafiosi spariscono nel nulla. »

Verso la fine del 2000 Trifunovic decide di parlare, per la prima volta, del traffico di organi nella regione. Voci, solo voci all'inizio, poi le supposizioni nate da una sordida evidenza. « Durante il conflitto », ricorda l'uomo, « s'inciampava spesso lungo le strade su dei cadaveri di combattenti, ma erano piuttosto anziani. Ma i corpi dei giovani, in buona salute, non li hanno mai ritrovati. » 

Trifunovic afferma di conoscere uno dei testimoni menzionati nel primo rapporto della UNMIK. È un vicino albanese, un « vecchio autista dell'UÇK ». Alla mia domanda se posso incontrarlo, mi ride in faccia. Poi si riprende e dice con aria minacciosa: « volete che mi uccida ? O che sia giustiziato lui ? È da molto tempo che non diamo più confidenza agli stranieri. Qui tutti manipolano la verità. I serbi crepano in prigione e gli albanesi proteggono la loro impunità, protetti a loro vota dagli americani e dalle potenze occidentali ». 

AVETE LETTO UN ESTRATTO DELL'INCHIESTA DEDICATA AL TRAFFICO DI ORGANI IN KOSOVO. POTRETE CONTINUARE A SEGUIRE QUESTA FORMIDABILE STORIA DAI CONTORNI DEL THRILLER SU CAFEBABEL. PER LEGGERE TUTTO IL DOSSIER IN LINGUA ORIGINALE CLICCA QUI.