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Crisi finanziaria: dentro o fuori l'Eurozona?

Articolo pubblicato il 09 aprile 2009
Articolo pubblicato il 09 aprile 2009
Le banconote colorate che sono nelle nostre tasche rappresentano un promemoria costante della presenza dell’Ue nelle nostre vite. A dieci anni dalla sua introduzione ormai siamo abituati a questi “soldi del Monopoli”, ma cosa ha a che fare l’euro con la crisi finanziaria? Le risposte dei blogger europei.

«L’attuale crisi economica minaccia di esacerbare le tensioni all’interno dell’eurozona», scrive Tomas Valasek sul blog del centre for European reform (Centro per la Riforma Europea). Uno stato membro insolvente potrebbe causare problemi seri all’equilibrio monetario e costringere il paese in questione ad abbandonare la moneta unica. Al momento questo scenario sembra futuristico, ma paesi altamente indebitati – come la Grecia – potrebbero andare incontro a problemi seri se le banche perdono la propria fiducia nella solvibilità del Paese. Tomas Valasek afferma che molte molte valute sono crollate. «Se un paese lascia l’eurozona improvvisamente», continua, «potrebbe essere necessario trovare modalità provvisorie per separare le sue quote di euro dal resto. All’inizio degli anni Novanta, le Repubbliche ceca e quella Slovacca scelsero di introdurre timbri differenti sulle proprie banconote».

Le vacche sacre inglesi

Altri stati potrebbero essere tentati di lasciare l’eurozona per riacquistare un’influenza monetaria: ad esempio la svalutazione della moneta renderebbe le esportazioni nazionali più allettanti. A questo proposito, ad esempio, la Gran Bretagna è più flessibile nell’adattare i tassi di cambio alle proprie necessità economiche. Ma il babelblogger Maitre Sinh mostra su Europatriottismo gli effetti negativi della costante svalutazione della sterlina: i cittadini inglesi si sono impoveriti perdendo un terzo del loro potere d’acquisto in confronto con il resto d’Europa. «L’euro non è infallibile, ma il suo relativo successo è diventato un’evidenza paragonato alla sterlina, che sembra sempre di più una vacca sacra». E conclude domandandosi cosa sia accaduto al famoso pragmatismo britannico in politica.

Arrivano anche i danesi

I danesi sono preoccupati per la loro corona, almeno secondo il blog Euros du village. Naim Cordemans spiega come il Governo sia stato obbligato a innalzare i tassi di interesse in maniera tale da incoraggiare gli investitori a restare nel Paese. Affrontando la stretta del credito, tassi di interesse più bassi sono ora necessari per mantenere in moto l’economia. L’euro è quindi affidabile, e Paesi come la Danimarca, la Svezia o l’Islanda discutono apertamente un loro ingresso nell’Unione monetaria. Questo potrebbe essere

più facile di come non sia stato per i Paesi dell’Europa centrale e orientale che stanno ancora lottando con i criteri di Maastricht. In questo modo, alcuni stati hanno richiesto una diluizione di questi criteri, raccogliendo soltanto un doppio no dai due Jean-Claudes (Juncker and Trichet), rispettivamente Presidenti dell’eurogroup e della Banca Centrale europea. Per Naim Cordemans si tratta del prezzo da pagare per una valuta stabile, o citando le parole del consigliere economico di Barack Obama, Paul Volcker: «In un mare turbolento è meglio trovarsi a bordo di una grossa nave!». Per quei paesi che vogliono raggiungere la nave, questo potrebbe sembrare ipocrita dato che molti stati dell’eurozona non soddisfano più i requisiti di Maastricht.

La marcia indietro polacca  e la tigre elvetica

La Polonia, tradizionalmente contraria all’euro come la Gran Bretagna, ora sta attivamente negoziando per poter entrare nella moneta unica il prima possibile. Ma il blogger polacco Kuba Kurasz critica il programma di riforma nazionale (Nrp) del Governo e il piano di stabilità e sviluppo. Il Vice Primo Ministro Waldemar Pawlak pare abbia dimenticato che le soluzioni ai problemi fanno più rima stabilità che non con caos finanziario. Per ofa le banche sono spaventate e lo zloty continua a perdere il suo valore.

Eppure «c’è un Paese in Europa con un vasto finanziario, un forte commercio l’estero, un tasso di cambio fluttuante, e una situazione politica resa complicata da quattro comunità all’interno della sua struttura di Governo», scrive P O Neill su A Fistful of Euros. Naturalmente, si riferisce alla Svizzera, un Paese che, secondo il suo ragionamento, dovrebbe essere schiacciato dalla crisi finanziaria. Tuttavia, l’economia svizzera sta reagendo piuttosto bene e si comporta, se paragonata ad altri paesi europei, come una «tigre elvetica». Il messaggio di Neill: «I politici stanno fingendo che le gravissime circostanze in cui ci troviamo siano dovute a eventi al di fuori del proprio controllo. Ma, persino in una crisi globale, c’è una significativa variazione da Paese a Paese. Dobbiamo dedicare più tempo ad osservare quali Paesi stanno reagendo bene».