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Combattere l'Ebola in Sierra Leone

Articolo pubblicato il 24 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 24 febbraio 2015

Dallo scorso maggio fino a gennaio, sono stati oltre 10.000 i casi di Ebola registrati in Sierra Leone, con più di 3.000 vittime. Si tratta del paese più colpito dallo scoppio del virus, e qualcuno aveva avvertito che sarebbe potuta scoppiare un'epidemia.

Abbiamo chiesto a due rappresentanti di Medici senza Frontiere come stanno contenendo la pandemia e le loro paure.

In Sierra Leone - e in 4 altre località (Freetown, Bo, Magburaka e Kailahun) - operano 145 volontari e 1.600 persone dello staff di Medici senza frontiere (MSF), organizzazione umanitaria internazionale e indipedente.

Un'operazione internazionale

Attualmente, MSF dirige le operazioni per combattere l'Ebola in otto localià diverse, comprese Liberia, Sierra Leone e Guinea. Invia aiuti d'emergenza in più di 60 paesi ma, come spiega Yann Libessart, uno dei coordinatori delle comunicazioni, trovare volontari è l'ultimo dei problemi dell'impegnativa lotta contro l'Ebola. «E' decisamente più difficile fornire personale alle altre nostre missioni nelle diverse, più importanti e sottostimate zone di crisi come la Repubblica Centro Africana, la Siria e il Sud Sudan. Quella si che è una sfida».

La base di MSF si trova in una scuola secondaria locale chiamata "Prince of Wales", ora chiusa come tutto il resto delle scuole pubbliche per evitare la propagazione del virus. Chi vuole continurae a studiare, lo puo' fare grazie ai programmi educativi trasmessi dalle radio.

Per lo staff, la giornata inizia presto, più o meno verso le 7 del mattino, come ci racconta la dottoressa spagnola Monika Rull, rappresentante coordinatrice di Medici senza frontiere. Al telefono Monika, che si è unita al team da appena 10 giorni, appare piuttosto ottimista sul contenimento del virus, sebbene sia prudente nel trarre conclusioni su questa malattia "ancora sconosciuta". «Sicuramente è troppo presto per dire che abbiamo vinto, ma le informazioni in nostro possesso mostrano che nelle ultime tre settimane il tasso di diffusione del virus è diminuito, sopratutto se paragonato a quello di dicembre. Speriamo di essere giunti allo step finale - dice Monika dal telefono del suo ufficio - Nonostante questo, ogni giorno arriva un nuovo caso e noi dobbiamo prevenire il contagio, bloccarlo subito per contrastarne  la diffusione, ma siamo ottimisti». Il suo tono di voce, poco espansivo, riesce a mostrare tutti i suoi sforzi quotidiani e le emozioni che deve razionalmente gestire sul campo.

Lo staff della missione è stato ben formato e tutti i membri hanno deciso volontariamente di essere là. Eppure, ci sono anche persone che sono tornate a casa senza farvi più ritorno. Ovviamente, sono state messe in atto misure di prevenzione come non toccare le vittime o le persone che manifestano i sintomi, lavarsi regolarmente le mani ed evitare l'uso dei mezzi pubblici. Inoltre, si possono trovare ovunque secchi di cloro, che viene usato come disinfettante.

Monika fa notare un paradosso: la vita quotidiana in Sierra Leone non è stata così profondamente colpita come si può pensare, dal momento che le persone provano ad adattarsi e ad affrontare una situazione «fuori dalla norma». Così come le scuole, tutti i locali pubblici sono stati chiusi ma, ciononostante, «la vita continua».

La paura è utile?

Quando chiediamo se ce ci sia un po' di paura tra i volontari, Monika sembra fare una lunga pausa, mentre riflette sulla vita quotidiana. «Penso che la paura, in piccole dosi, sia perfino utile. Noi ci assicuriamo che i volontari siano davvero a conoscenza delle misure preventive in modo da non essere esposti a rischi» aggiunge.

«Ovviamente è normale avere regole rigide come, per esempio, non toccare o mantenere le distanze dai colleghi, e talvolta, da tutti in generale. Questo può creare situazioni di disagio, ma avere una vita regolare è possibile: si va a lavoro, si torna alla base e così via... La missione prova a trovare un equilibrio e a non reagire in modo eccessivo all'ambiente circostante. Io credo che questo equilibrio sia stato trovato. I colleghi sono meravigliosi, molto coraggiosi e responsabili».

Viene spontaneo chiedersi se qualcuno abbia deciso di abbandonare la missione per timore della situazione in Sierra Leone. A rispondere è il francese Yann Libessart, che è stato sia Sierra Leone sia Guinea«Che io sappia, nessuno ha chiesto di ritornare per queste motivazioni, ma potrei anche sbagliarmi perché i tratta di faccende troppo personali. Solitamente, quelli che tornano presto sono malati o si sono esposti accidentalmente al virus, ma rappresentano meno dell'1% del totale degli inviati per combattere l'Ebola».

C'è un crescente ottimismo?

Il diffondersi di questa devastante malattia ha colpito duramente l'infastruttura sanitaria dell'intera nazione, portando ad un grave incremento del tasso di mortalità.

Inoltre, le somiglianze tra i sintomi di malaria ed Ebola hanno fatto sì che molte persone fossero curate per quest'ultimo virus, quando in realtà erano affetti dal primo. Per contenere questo errore, a dicembre, MSF e il Ministero della Salute della Sierra Leone hanno distribuito un milione e mezzo di medicinali antimalaria a Freetown e nelle zone limitrofe.

Appare anche un miglioramento in termini di equipment, dal momento che all'inizio dell'epidemia c'erano enormi carenze nell'affrontare il problema. Secondo Monika, la situazione è migliorata significativamente rispetto al momento dell'espolosione del virus. «Solo poche settimane fa era tutto compltamente diverso e i posti letto erano decisamente insufficienti rispetto alle esigenze», afferma. 

Al momento, molti donatori hanno pagato (o garantito) più di 520 milioni dollari per far fronte alle richieste d'aiuto. Quindi, c'è più ottimismo nell'aria. Monika dice che la ricerca sta progredendo e che ora «capiamo meglio come si evolve la malattia e come possiamo prevenirla». Insomma, rispetto all'inizio, la situazione non è più così drammatica.