società

Cercando un'altra Europa, lontano dal pensiero unico

Articolo pubblicato il 17 novembre 2011
Articolo pubblicato il 17 novembre 2011
In tempi di crisi la domanda è quasi inevitabile: è possibile pensare un'Europa diversa, lontana dalle visioni dominanti e dagli aspetti istituzionali? Gli studenti della Humboldt-Universität di Berlino presso l'Istituto per l'Etnologia Europea hanno provato a capire su quali fondamenta si potrebbe costruire un nuova visione comune dell'Europa.
Pantelis Pavlakidis, di origine greca, ci spiega il progetto Un'altra Europa – immaginari sociali nei movimenti transnazionali e negli spazi pubblici urbani.

Cafebabel: cosa significa “Un'altra Europa”?

Pantelis Pavlakidis: Durante il nostro progetto abbiamo cercato degli immaginari alternativi sull'Europa. Il concetto di "immaginario" è preso in prestito da Arjun Appadurai (un etnologo indiano, ndr), che afferma che soprattutto grazie ai mass media mondiali molte persone hanno potuto immaginare altri modi possibili di vivere, partecipandovi quindi attivamente e rendendo la vita quotidiana qualcosa di transnazionale. Siamo partiti da una città: Berlino. Lì ci siamo messi alla ricerca di visioni alternative dell'Europa e in particolar modo di immaginari che si distaccassero dalle rappresentazioni comuni dell'Europa. Lontano da slogan come “l'unità nella molteplicità”, e quelli che si possono leggere nella home-page dell'UE.

Cafebabel: che immagine dell'Europa è emersa dal vostro studio?

Pantelis Pavlakidis: Ad esempio un progetto sulla prima città transnazionale al mondo: Słubfurt. Si trova su quello che una volta era il confine europeo tra la Germania e la Polonia ed è una fusione tra i nomi delle città di Frankfurt Oder (Germania) e Słubice (Polonia). L'artista Michael Kurzwelly ha “fondato” la città nel 1999. Partiva dall'assunto che queste due vecchie città non ci siano più, ma che esista un'unica città unita. E quindi così è anche la prima città che appartiene a due Paesi diversi. E vi si può trovare di tutto: le "Olimpiadi di Słubfurt", visite della città, come anche la carta di identità di Słubifurt e addirittura lo "Słubfurtese" (una lingua composta da elementi del tedesco e altri del polacco). Il progetto vuole essere una critica contro la mancata collaborazione e disponibilità tra le due città; in particolar modo contro la mancanza di rispetto da parte dei tedeschi nei confronti dei polacchi.

Cafebabel: su quale tema hai lavorato tu personalmente?

Pantelis Pavlakidis: La mia parte del progetto, alla quale collabora anche Maria Hoffmann, si rivolge alla Berlino post-coloniale. Abbiamo collaborato con l'ONG Berlin Postkolonial, che nel quartiere di Wedding, il cosiddetto quartiere Africano, organizzano delle visite per criticare le influenze del colonialismo ancora presenti. Lo chiamano "africano" perché i nomi delle strade hanno un rapporto con il colonialismo. Le prime vie intitolate nel 1899 furono Togostraße e Kamerunstraße. Queste erano infatti le prime due colonie tedesche in territorio africano. Ma ne 1899 queste colonie effettivamente esistevano ancora. Guardiamo questo quartiere come se fosse una metafora del colonialismo sempre presente, ma di cui invece non si parla più. Durante le lezioni di storia è un tema che non viene affrontato in modo appropriato. E nonostante tutto non c'è nessuna consapevolezza del fatto che la Germania avesse delle colonie e che il suo colonialismo avesse contribuito alla creazione dell'Impero tedesco.

Cafebabel: Qual è il legame concreto tra il tuo progetto e l'Europa?

Pantelis Pavlakidis: Il colonialismo è una delle componenti fondatrici della società europea: le colonie venivano sfruttate e i materiali estratti venivano esportati nel Vecchio Continente. Le colonie erano come “i laboratori dei tempi moderni europei”. Tutte le pratiche del potere sono state provate prima nelle colonie, poi applicate in Europa. C'è un esempio che calza a pennello. I primi campi di concentramento non furono costruiti durante la Seconda guerra mondiale, bensì tra il 1900 e il 1905 dall'Impero tedesco nell'allora colonia dell'Africa sud-occidentale, l'attuale Namibia. Lì furono costruiti dei campi di concentramento durante le guerre contro gli Herero per sterminarli. È quindi giusto evidenziare che quando si parla di "post-colonialismo" non significa che il colonialismo sia finito. L'Europa non finisce dove ci sono i confini che qualcuno un tempo ha tarcciato. L'Europa riguarda il mondo intero. Ma al momento fa del tutto pur di negarlo, soprattutto alla sua frontiera. L'Europa è solo interessata a mantenere intatta la sua identità interna allontanandosi dagli altri Paesi.

Cafebabel: Quali esperienze personali potresti citare nell'ambito del progetto?

Pantelis Pavlakidis: Ho fatto esperienza che nei dibattiti tedeschi il colonialismo è un capitolo del tutto dimenticato, che il razzismo e il nazionalsocialismo ad esempio sono strettamente collegati fra di loro. Ho imparato che, incredibilmente, c'è ancora molto da risolvere su questo tema. Non è assolutamente un capitolo chiuso della storia tedesca o europea.

Cafebabel: Il vostro lavoro ha suscitato reazioni?

Pantelis Pavlakidis: Nel quartiere africano si è creato un movimento di cittadini contro il colonialismo e il razzismo. La posizione dominante tra i bianchi di Germania è interessata solo al mantenimento dello status quo in Europa e pone l'Africa su un gradino inferiore della gerarchia. Queste persone sono ancora convinte che ci siano delle differenze radicali tra gli essere umani. E' un atteggiamento stupido e assurdo, ma ancora fonte inesauribile di conflitti.

Foto: homepage (cc)familymwr/flickr; Testo : ©Maria Hoffmann