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Caro immigrato, e se tornassi al tuo Paese?

Articolo pubblicato il 04 luglio 2007
Articolo pubblicato il 04 luglio 2007
Il Ministero dell’Immigrazione creato in Francia nel maggio del 2007 sta predisponendo una serie di incentivi economici rivolti agli immigrati che accettano di essere rimpatriati.

Lo studio più recente sulle migrazioni e le politiche di asilo in Europa (2003) riferisce che l’11,75% della popolazione mondiale migrante – richiedenti asilo, rifugiati e tutto coloro che cercano una vita migliore – viene a bussare alle porte della "Fortezza Europa".

Di recente gli stati membri dell'Unione hanno trasferito la responsabilità in materia di regolazione dei flussi migratori e di politiche di integrazione alle istituzioni comunitarie. Come dovrà agire l'Unione per far sì che i circa 25 milioni di stranieri presenti all’interno dei suoi confini si sentano a casa?

Inghilterra, un mosaico culturale a pezzi

Paesi come il Belgio, la Germania, l’Italia, l’Olanda, la Spagna e l’Austria hanno dovuto fare i conti con numerose tensioni interne dovute all'immigrazione. Dopo gli attacchi del 2005 in Inghilterra, gli immigrati vengono spesso considerati una minaccia per la sicurezza e la stabilità. Le bombe esplose a Londra il 7 luglio hanno fatto scoprire che anche in un Paese orgoglioso dei propri successi in materia di integrazione il 25% dei musulmani simpatizzava con le ragioni dei terroristi.

Il modello britannico era stato fino a quel momento lodato come uno dei più efficaci mezzi di integrazione. Il suo obiettivo è creare nel Paese un “mosaico culturale”. I diversi gruppi etnici e religiosi hanno il diritto di conservare le proprie tradizioni e al contempo di partecipare alla vita civile e socio-economica del paese che li ospita.

Nonostante i suoi vantaggi, tuttavia, questo modello non è affatto perfetto. Il giornalista inglese del Financial TimesMartin Wolf sostiene che il multiculturalismo «è pericoloso perché distrugge la comunità politica. È degradante, perché toglie valore alla cittadinanza». E non incoraggia sufficientemente l'unità, così come non enfatizza a sufficienza il senso di un'identità nazionale comune.

Immigrazione à la française

In un Paese dove sette milioni di persone hanno origini extraeuropee – e cinque milioni di questi sono di origini musulmane – il modello di integrazione ha come cuore pulsante l’identità nazionale. Agli immigrati viene esplicitamente chiesto di adattare la loro cultura ai valori fondamentali della Quinta Repubblica: liberté, égalité, fraternité. Ma non sono tutte rose e fiori. Gli immigrati difficilmente rinunciano a parte della loro identità personale – che comprende religione, valori e tradizioni – come dimostra l’acceso dibattito sul velo nel febbraio 2004. Buoni titoli di studio e la padronanza del francese non sono fattori che di per sé assicurano l’inclusione socio-economica. Nelle periferie più povere delle città principali, abitate in gran parte da stranieri, continuano a scoppiare disordini. I fattori principali che portarono ai violenti scontri dell’autunno 2005 nelle banlieu parigine – secondo le maggiori fonti di informazione – furono le degradate condizioni socio-economiche della popolazione che abita questi quartieri poveri e problematici. A cui va aggiunta una discriminazione razziale scarsamente documentata.

Ma l’Europa ha bisogno di stranieri

È un paradosso guardare all’immigrazione – e al conseguente multiculturalismo – come a una minaccia. Il persistente tasso di crescita demografica negativo dell'Europa evidenzia il bisogno disperato che gli immigrati stabilizzino l’economia e il sistema delle pensioni. Uno studio del 2000 a cura delle Nazioni Unite prevedeva che l’Europa si sarebbe trovata di fronte a un deficit di forza lavoro, a meno che 35 milioni di immigrati adulti fossero entrati nel continente entro il 2025.

Allo stesso tempo assistiamo spesso a episodi di xenofobia, alimentati anche dalla paura che l’immigrato non qualificato rubi il lavoro ai cittadini europei. Ma gli stranieri spesso occupano posti di lavoro che gli europei non vogliono più o aprono attività in proprio che contribuiscono al benessere delle economie nazionali. In ultima analisi, la diversità culturale dovrebbe essere percepita e presentata come una base solida per la forza creativa di un Paese.

Già nel 1990 la Convenzione di Dublino aveva delineato i principi per una politica comune sull’asilo e sulla protezione dei rifugiati. Per il momento, tuttavia, la Commissione Europea ha ammesso di avere difficoltà persino nell’aggregare i dati sulle migrazioni: ogni Paese utilizza un sistema diverso di rilevamento e catalogazione. Finché i metodi non saranno unificati sarà molto difficile elaborare un'analisi e un piano di intervento su scala europea.