società

"Butterfly Trip", l'esodo dei giovani migranti

Articolo pubblicato il 11 settembre 2015
Articolo pubblicato il 11 settembre 2015

Hanno attraversato da soli il Mediterraneo. Non volevano raccontare la loro esperienza dolorosa e carica di tristi ricordi. Ma con il progetto della Scuola di lingua italiana per stranieri, un gruppo di minori non accompagnati sono diventati attori e hanno ricostruito, davanti alla telecamera, il loro viaggio per la libertà. 

«Ricordare o non ricordare? Raccontare o non raccontare...» quelle esperienze di dolore e di paura tra le onde del Mediterraneo o imprigionati dentro i camion?

«Raccontare. Sì». E non dimenticare. Questa la scelta per nulla facile di un gruppo di minori stranieri non accompagnati che, seguiti dal regista e narratore iracheno Yousif Latif Jaralla, hanno dato voce e forma ai propri ricordi sbiaditi, resi ancora meno nitidi dal buio della notte che li avvolgeva nel loro lungo viaggio. Dal cuore dell'Africa o dal Bangladesh, fino ad arrivare sulle coste libiche per essere stipati in barconi poco sicuri. Spesso colmi all'inverosimile, spesso con troppa acqua che entrava a bordo. Oppure nascosti su camion, sotto scatoloni di merce o teloni di plastica.

Tutto rivive in Butterfly Trip, una video-performance che con ombre, poesia e una delicata e sussurrata narrazione, documenta l'esodo affrontato da giovanissimi adolescenti. Accanto a loro nessuno. Solo i compagni di viaggio loro coetanei. Amici uccisi nel lungo tragitto. E poi volti sconosciuti. Donne gravide o con neonati in braccio. Uomini dall'aria minacciosa, che tirano fuori coltelli per intimare il silenzio. Davanti a loro un Paese sconosciuto. L'Italia. Ancora più avanti l'Europa intera.

L'aula si trasforma in un set

Dopo aver appreso le nozioni base della lingua italiana all'Università di Palermo, dentro le aule della Scuola di lingua italiana per stranieri, alcuni dei 300 giovani accolti gratuitamente della Scuola e dall'Ateneo hanno scelto di raccontarsi. E non è stato facile. Non è stato facile ricordare. Non è stato facile raccontare. Né catturare in videosequenze i loro sentimenti, le loro speranze, i loro timori di non farcela.

Un'aula con le tapparelle chiuse è diventata il set del mini-film. Il viso della giovane Maris, schiacciato contro un telo trasparente, mostra meglio di tanti racconti il terrore di annegare, di essere inghiottita dal quel mare che non sempre è sinonimo di salvezza. La mano insanguinata di un suo compagno di viaggio, che rossa e lenta scivola sulla superficie dello stesso telo, narra di un amico che non c'è più. Ucciso nel deserto dai trafficanti di uomini.

La sagoma di un cavallo, l'amico di infanzia di uno altro dei ragazzi che è riuscito a schiudersi davanti la telecamera, ci ricorda ancora una volta che questi ragazzi sono soli e troppo presto sono rimasti senza nessun affetto e guida. La posta in gioco era alta: un futuro senza violenza e povertà. Il prezzo ancora più caro: lasciare tutto. Amici, fidanzatine, genitori. Tutti i legami.

I giovani migranti si raccontano anche con il loro silenzio 

Butterfly Trip è un progetto tuttora in corso, inserito all'interno delle molteplici attività di inclusione linguistica fortemente volute dalla direttrice della Scuola, Mari D'Agostino, e coordinate da Marcello Amoruso. In questa pellicola in fase di completamento, il regista Yousif Latif Jaralla ha messo a disposizione tutta la sua abilità narrativa per raccontare con una chiave unica e originale un dramma tristemente quotidiano. Anche il fotografo Antonio Gervasi si è impegnato nella documentazione di scena del lavoro svolto con i ragazzi, i quali, finalmente, hanno buttato fuori ciò che li rendeva silenziosi. Tristi. Spenti.

«Se l’immigrato non parla, allora bisogna ascoltare il suo silenzio, bisogna intrufolarsi nella sua pausa, nella sua esitazione. Bisogna vedere come il suo corpo e i suoi tratti cambino colore, come quel silenzio avvolga e contamini l’aria e chi ascolta. A quel punto non sarà necessario chiedere: che c’è? Cosa stai pensando? Perché la risposta è lì, nell’aria, altrimenti lo sentirai rispondere, scuotendo la testa, niente. Quel niente racchiude tutto. A quel niente bisogna avvicinarsi, bisogna toccarlo con la cura di chi maneggia delicati cristalli. Ciascuno esprime, a modo suo, quel niente» spiega Yousif Latif Jaralla che, alla fine, è riuscito raccogliere ed ascoltare tante storie.

«I ragazzi hanno capito che non ci interessava la ripetizione meccanica del loro racconto di viaggio clandestino, quanto i sentimenti che si provavano nell’anima durante quel tragitto, per tracciare una mappa, un catalogo dei sentimenti del viaggio». E nei porti hanno atteso il momento di poter partire tra violenze e abusi. «Ma dietro al porto che vedono davanti ai loro occhi,» conclude Jaralla, «c'è il mare, e dietro il mare c'è il luogo in cui vogliono arrivare».